Il libro della vita. ''Memorie di Adriano'' di Marguerite Yuorcenar Cultura

Da studente universitario mi piaceva dormire fino a tardi ed avevo organizzato la mia giornata di conseguenza; lo studio era per gran parte concentrato nel pomeriggio, la sera uscivo e mi ritiravo, quasi sempre, a notte fonda.

Rientrato a casa, aspettando che Morfeo mi accogliesse fra le sue braccia, avevo l’abitudine di dare una veloce lettura alle riviste ed ai giornali che, prima di uscire, avevo chiesto a mio padre.

Una notte non trovai la solita mazzetta di giornali e di riviste ma solo un libro che il mio genitore aveva arditamente messo sul comodino. Il titolo era Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar (caro papà ancora ti ringrazio).

Infastidito per l’agguato tesomi e non avendo altro, cominciai a leggerlo: Mio caro Marco …, così iniziava il libro. Fu un attimo, mi tuffai nella lettura e non riuscii più a smettere.

Quando al mattino mia madre venne in camera mi trovò sveglio; avevo appena finito di leggerlo.

Da allora, l’ho letto e riletto più volte. Perché non è un libro, è il mio libro, che a seconda delle stagioni della vita cambia sempre di sapore e intensità.

E’ un viaggio introspettivo nell’animo di Adriano, uomo, imperatore, divinità, e di Margherita, quella stupenda creatura che è riuscita a trasferirsi con il pensiero nella interiorità di un altro.

Se ho voluto scrivere queste Memorie di Adriano in prima persona è per fare a meno il più possibile di qualsiasi intermediario, compresa me stessa. Adriano era in grado di parlare della sua vita in modo fermo, più sottile di come avrei saputo farlo io.

Le Memorie, strutturate come una lunga lettera indirizzata al futuro Marc’Aurelio, sono dettate da Adriano, ormai consapevole di essere sulla soglia della morte. E’ questo il momento in cui l’uomo pesa l’esistenza trascorsa ed è in grado di giudicarla, almeno per un istante.

Cominciate con la descrizione del suo male fisico, cedono il passo ad un lucido esame di se stesso e al bilancio finale di un’esistenza operosa di sovrano, di amministratore, di edificatore di città.

E’ consapevole di andare incontro alla fine, ma con serenità.

Come il viaggiatore che naviga tra le isole dell’Arcipelago vede levarsi a sera i vapori luminosi e scopre a poco a poco la linea della costa, così io incomincio a scorgere il profilo della mia morte.

E ripercorre la sua vita.

Gli anni impetuosi della giovinezza, degli studi, della vita militare, dei viaggi, dell’adattamento a qualsiasi situazione pur di arrivare alla meta.

Finalmente giunto al trono imperiale, può affermare La mia vita non mi importava più: potevo pensare al resto degli uomini.

Il sogno di un mondo consolidato nella pace è a portata di mano, anche se si frappongono ancora guerre e sommosse di popoli.

La pace, le leggi migliori e meglio amministrate, una più florida prosperità largamente diffusa, il sorgere di nuove città nobilitate dalla bellezza dell’architettura e da numerose perfette sculture sembrano finalmente assicurare alle genti governate dall’imperatore, humanitas, felicitas, libertas, secondo il motto coniato in alcune sue monete.

Il tempo della felicità degli anni maturi, confortati dalla floridezza dell’impero e illuminati dalla luce dell’amore. Sorge allora il Pantheon, in onore di tutti gli dei.

Si moltiplicano i viaggi attraverso il mondo fiorente nella pace, più frequenti quelli verso l’Asia, così ricca di suggestioni mistiche.

Continuano le nobili cure dell’impero ma incomincia a delinearsi il declino delle forze fisiche, delle energie mentali, tra l’insorgere di improvvise impennate di durezza e una certa facilità alla repressione crudele contro gli inquietanti segni d’insofferenza nelle provincie più lontane, specialmente nella Giudea.

Infine, l’ultimo capitolo dal titolo significativo di Patientia.

Il male fisico avanza e distoglie sempre più l’imperatore dal governo dell’impero per proiettare i suoi pensieri verso la morte, ma la meditazione della morte non insegna a morire; non rende l’esodo più facile.

L’antica libertà di assentire, conquistata negli anni migliori, soccorre nella stagione più dura: La mia vita comincia a sembrarmi quasi dolce.

L’avventura di Adriano si chiude con le famose parole cerchiamo di entrare nella morte ad occhi aperti.

Così anche la morte diventa una magnifica lezione di vita.

Un capolavoro, scritto per non più di dieci persone (come amava dire l’Autrice), che ha conquistato una folla immensa di lettori e che tradotto nelle principali lingue, ha reso celebre Marguerite Yourcenar in tutto il mondo e prima donna accolta nell’Accadémie Francoise, fin dal lontano 1635, anno della sua fondazione.

Lo stile fluido, armonioso, pacato, con appena qualche increspatura, è di una eleganza quasi classica. Ogni verso, ogni parola ha un peso. Per Lei l’essenziale non è la scrittura, ma la visione … .

La visione dell’uomo e dei suoi enigmi che attraversa i secoli e che travalica i confini dell’io. E’ non solo una grande lezione di fede, di amore per la vita, ma un monito preciso: lasciare alle nuove generazioni un mondo spiritualmente e materialmente più pulito.

Un libro assolutamente da scoprire, o da riscoprire, per ritrovare finalmente il senso profondo dell’esistenza, specie in questo triste periodo di quotidiana miseria.

UGO CAMPESE