Cultura - In bikini senza saperlo

In bikini senza saperlo Cultura

Passò la serata e la notte in una locanda giù al Triggio senza badare alle ragazze disponibili per gli ospiti. Sopraffatto dalle conseguenze di quello che aveva combinato, non diede sguardi alla loro carnagione, alle spalle, alle gambe, come faceva di solito e come aveva sempre raccomandato agli uomini.

Era un maestro di erotismo il grande poeta Ovidio, ma quella volta, condannato all’esilio, viaggiava sull’Appia verso l’imbarco di Brindisi con una scorta militare, praticamente in manette. Correva l’anno 8 dopo Cristo. Ovidio era un intellettuale famoso e uomo di corte amico di Augusto. La sua colpa non la sapeva nessuno, ancora oggi non si sa, forse era stato complice degli amori illeciti di Julia Minor, Giulia Minore, nipotina licenziosa dell’imperatore.

Certo è che il poeta finì nella lontana Tomi sul Mar Nero dove morì dieci anni dopo, e la ragazza alle Tremiti in esilio per venti anni fino alla morte! Quelli di Ovidio e di Giulia Minore furono due dei tanti transiti-fantasma a Benevento che nessuno ha mai studiato.

Continui erano, qui in città, gli arrivi e le ripartenze dopo una cena, una notte e un cambio di cavalli, Benevento era la tappa centrale sulla Via Appia con adeguate attrezzature ricettive, locande, taverne, mercati, terme, teatro, anfiteatro, concentrati nel quartiere alla confluenza dei due fiumi. Non si faceva caso quindi neppure alle personalità preannunciate o in incognito, delle quali rimane traccia soltanto nelle fonti storiche e letterarie. Materia, questa, di straordinario interesse culturale, da inquadrare e finalmente approfondire per le conseguenze che quelle presenze determinavano nel contesto beneventano.

Ovidio ammetteva di guardare prima di tutto la carnagione femminile, poi le forme fisiche, e di odiare l’abbronzatura. L’aveva sconsigliata alle donne nell’Ars amandi, il suo scandaloso trattato sull’arte di amare: La vostra pelle dev’essere bianca come la neve. E lasciate nuda la spalla sinistra con tutta la parte alta del braccio. Vi confesso che una spalla nuda bianca come il latte mi fa impazzire, quando ne vedo una devo coprirla di baci fin dove è scoperta, in ogni parte.

E se lo dice Ovidio, vuol dire che le donne dalla pelle non sfiorata dal sole piacevano parecchio, anche se su un muro di Pompei qualcuno scrisse: Ieri una ragazza dalla pelle bianca è stata così brava con me da convincermi a non far più l’amore con le ragazze brune, ma oggi credo che con le brune… ci farò l’amore lo stesso.

A quei tempi erano gli uomini ad abbronzarsi per non apparire effeminati, mentre le donne si ‘sbiancavano’ con sfregamenti di pietra pomice, cenere di faggio, radici di cocomeri triturate, seguiti da applicazioni di bile di animali per bruciare la peluria. Un makeup doloroso, a malapena alleviato da massaggi di miele e olio profumato, prima di ingioiellarsi.

Le spiagge erano ambienti estranei perfino a chi possedeva residenze da vacanza in area flegrea. Ci avrebbero pensato poi i Longobardi ad aprirsi con mentalità più moderna verso le coste tirreniche e adriatiche, finché il fascino dell’azzurro e le nuove prospettive economiche indussero il principe Arechi II addirittura ad abbandonare la sua capitale Benevento per andare a risiedere a Salerno. Ma sui bagni di mare in epoca longobarda il discorso è ancora tutto da ipotizzare.

Non c’era dunque l’abitudine di andare al mare in età romana, donne e uomini preferivano immergersi in piscine, quelle dei fortunati proprietari di grandi ville e quelle all’interno delle terme. Svestiti come e quanto? Donne e uomini con il subligaculum di uso quotidiano, l’antenato delle mutande, un panno triangolare che si avvolgeva alla vita partendo da dietro, annodandone i due capi superiori sul davanti a mo’ di cintura, e passando poi quello inferiore tra le gambe per legarlo a sua volta sulla pancia. Le donne avvolgevano i seni nel cestus, un panno fermato dietro la schiena con una spilla, ma spesso facevano il bagno nude, nei settori e negli orari ad esse riservati, scoperte come quando partecipavano a cerimonie rituali del tipo raffigurato nella Villa dei Misteri a Pompei.

In situazioni particolari, le più maliziose azzardavano qualche riduzione hot. Nella villa romana di Piazza Armerina presso Enna in Sicilia un grande mosaico mostra ragazze in succinti ‘due pezzi’, impegnate in attività sportive. Sono raffigurate solo sul davanti, non sappiamo se i costumi si riducessero ulteriormente sul didietro anticipando il bikini. Non era un abbigliamento consueto, visto che per loro il retore Quintiliano coniò un termine intriso di moralismo, Palestritae cioè ‘femmine da… palestra’, evidentemente turbato dal fatto che si lasciassero guardare fino all’inguine. Ma è certo che quelle ragazze sarebbero state felici di sapere che le loro immagini hanno attraversato i secoli, per la delizia dei turisti guardoni.

ELIO GALASSO