Cultura - Sparisci, ti conviene!

Sparisci, ti conviene! Cultura

Non è una minaccia. Sparire è liberatorio, puoi finalmente fare quel che ti pare, l’opposto dell’autoimprigionarti in una quantità di selfie postati sotto gli occhi di tutti insieme ai fatti tuoi. Philip Roth, il grande romanziere americano, nel 2010 disse a una amica: “Questo è il nostro addio, vado a vivere come un babbeo”. Sparì dalla circolazione e cosa abbia fatto per otto anni da babbeo non si sa, ma sicuramente ci avrà provato gusto fino alla morte avvenuta qualche settimana fa.

La strana voglia di sparire venne per la prima volta a un appassionato della ‘cupeta’ beneventana: Giulio Cesare Cortese, poeta ironico notissimo nella Napoli del Seicento. Senza essere mai stato a Benevento elogiò il torrone nostrano nel poemetto Micco Passaro innamorato. Era un tipo che sapeva godersi la vita, non soltanto a tavola. A un certo punto, però, gli venne l’idea che avrebbe potuto godersela meglio scomparendo. Chiese a Giovan Battista Basile, un altro poeta comico napoletano: “Ormai co lo tiempo e co la sciorta ho già jocato li meglio anni de la vita. Fammesubbetoscumparì”. Non era una richiesta di… morte assistita, voleva solo che l’amico lo facesse credere alla gente. Una primissima intuizione che tutto diventa vero se il popolo ci crede. Basile stette al gioco. Nel 1627 si presentò vestito a lutto in una piazza affollata e con un vibrante elogio funebre annunciò la morte improvvisa di Giulio Cesare Cortese. Il popolo, costernato, espose teli neri lungo i vicoli, accese ceri davanti ai bassi e pianse. Il… defunto scoprì così di essere amato da tutti, e se ne commosse al punto da unirsi alla folla per prendere parte in lacrime alle cerimonie del proprio funerale, opportunamente travestito per non farsi riconoscere. Era finalmente libero!

Da allora, immerso nel mistero, cominciò a inondare la città di libelli antigovernativi, firmandoli con i nomi dei poetastri che lo avevano sempre invidiato e definito ‘brutto nano’. La sua intenzione di spiattellare ogni più scomoda verità la dichiarò in questo modo:

Ca t’arricigne, core, e rieste afflitto,

cacriepe e schiatte ncuorpe, dimme, che faje?

Tu pienze forse ascire da sti guaje

Co stare sempe muto e sempe zitto?

Ciò che più gli dava sfizio erano le reazioni dei politici che, riconoscendo in quei libelli le sue idee e il suo stile, li credevano scritti dal suo fantasma. Foglietti stampati o a penna spuntavano a Napoli da ogni parte. E chiunque non aveva la coscienza a posto temeva di vederne apparire l’Autore all’improvviso ad ogni angolo di strada. Riti scaramantici, quindi, e gesti e corna dappertutto. L’incombente presenza del fantasma di Giulio Cesare Cortese indusse la gente ad eliminare qualunque suo ritratto. Perciò il suo aspetto non lo conosceremo mai.

Non sappiamo quando morì, ma certamente Giulio Cesare Cortese campò a lungo chissà dove. La tiorba a taccone - uno strumento musicale a corde (nella foto) - è il titolo dell’ultima raccolta di poesie e testi di canzoni che lui firmò con lo pseudonimo ‘FelippoSgruttendio de Scafato’. È datata al 1646, ben diciannove anni dopo che, sparito per sua scelta, si era unito al popolo in lutto per le vie di Napoli, per piangere la propria morte.

ELIO GALASSO