La Battaglia di Benevento e la civilizzazione statuale secondo il professor Francesco Di Donato Eventi

Nell'ambito delle celebrazioni e dei convegni per i 750 anni della battaglia di Benevento (26 febbraio 1266), presso il Centro Studi del Sannio di Viale San Lorenzo, egregiamente diretto dal dottor Mario Pedicini, lo scorso 22 febbraio 2016 si è svolta una conferenza di alto profilo culturale e storico che ha visto l’intervento dell’accademico Francesco Di Donato, sannita, oggi docente di Storia del diritto all’Università “Parthenope” di Napoli.

Di Donato ha poco più di cinquant’anni e, come ha detto il dott. Pedicini nella sua presentazione, “si può considerare quasi un ragazzo prodigio”. È tra i fondatori dell’Università del Sannio. Ha scritto il suo primo libro a diciotto anni (“Dialogo con un cartaginese”). A soli 26 anni è andato a svolgere attività di ricerca in Francia, paese nel quale soggiorna spesso. È invitato a tenere lezioni e conferenze nelle Università americane, inglesi e francesi. È autore di importantissimi studi di diritto e storia, centrati, soprattutto, sull’idea di “civilizzazione statuale”.

Sala strapiena, indubbiamente sia per il carisma di Manfredi di Svevia, reso immortale dalle parole di Dante Alighieri nel terzo canto del Purgatorio («l'ossa del corpo mio sarieno ancora/
in co del ponte presso a Benevento,/ sotto la guardia de la grave mora»); sia anche per la presenza del professor Di Donato, figura assai nota in città, nella quale è tornato con visibile entusiasmo e commozione. Tanto è vero che ha anche affermato: «I veri scugnizzi della serata sono Pedicini e Fuccio (il nostro direttore), che sono capaci di riempire le sale per un soggetto storico».

È proprio dal bagaglio di storia e di orgoglio identitario che ha preso l’avvio il discorso di Di Donato. Un discorso complesso, articolato, stratificato su più livelli (storico, giuridico, sociale, antropologico ed anche linguistico). Un discorso che ha fatto riferimento ad un pensiero di Alfredo De Marsico: “Volete il progresso? Tornate all’antico”. «Una frase che mi ha sempre affascinato - ha detto Di Donato -, ma a cui ho fatto una piccola correzione. Non si può “tornare” a ciò che non è più. Una volta l’ésprit de società di Rousseau rendeva bella e vivibile la società. Oggi c’è solo la pesantezza del presente, non abbiamo capacità di sfondamento verso il futuro. Eppure non è la prima volta che la storia vive questi momenti. Allora bisogna “guardare” al passato».

Così, lo studioso si chiede, innanzitutto, il perché di una celebrazione. Il perché delle celebrazioni. Introducendo subito nel discorso la sua amatissima Francia (sulla quale tornerà più volte nel corso della serata), lo studioso ricorda che questo Paese si contraddistingue per il suo amore per la storia e che quindi qui è possibile apprendere ed insegnare tale disciplina in modo strutturato. Ma la Francia è anche quel Paese in cui si discute su un interrogativo: «Perché fare le commemorazioni»? Lo storico Pierre Maurat, da lui citato, nel libro «Presence, nation, célèbration». Dal 1850 al 1995 in Francia ci sono state solo sei celebrazioni. Le celebrazioni le fa il potere politico, è la risposta, ma le celebrazioni suscitano il rischio della trappola. Esse hanno senso dentro un contesto. Ed il contesto europeo è molto diviso. Dentro contesti di civilizzazione statuale la ricorrenza ha senso, perché cementa l’identità collettiva ed ha valore pedagogico, come aveva capito Dewey. Chiaramente, continua Di Donato, se immergiamo la celebrazione in un contesto locale, emerge la tentazione locale.

Ebbene, la battaglia di Benevento lasciò sul campo diecimila morti fatti a pezzi. Un’ecatombe, descritta come tale da storici come Saba Malaspina, Andrea Ungaro e Giovanni Villani. Una battaglia condotta in maniera spregiudicata dai francesi, che accecarono il cavallo di Manfredi colpendolo con una lancia e lo attaccarono ai lati dopo che era stato disarcionato, colpendolo alla gola con un coltello. Com’è noto, ci vollero tre giorni per riconoscere il corpo di Manfredi. Non si sa nemmeno chi lo abbia ammazzato Manfredi. Egli combatté nelle prime file, morì prima degli altri, e con un valore tale da essergli riconosciuto anche dai soldati di Carlo d’Angiò, i quali ne seppellirono il corpo sul campo di battaglia sotto un mucchio di pietra. Ecco la grandezza del personaggio. È un fatto storico che nessuno abbia rivendicato l’assassinio, anche se questo sarebbe stato ben remunerato dagli Angioini.

Ecco dunque la fine di Manfredi di Svevia, figlio di Federico II e della sua ultima moglie (la quarta), Bianca Lancia, che lo aveva avuto a soli quindici anni, e che morirà a trent’anni, dopo avere avuto tre figli. Un matrimonio voluto da Federico per legittimare il figlio Manfredi, il quale, tuttavia, nelle fonti papaline, resterà sempre il bastardo, il figlio illegittimo dell’imperatore svevo.

Il seguito della battaglia di Benevento è, poi, spaventoso. I francesi, affamati e stremati dopo il lungo scontro, si gettano con odio feroce sulla città di Benevento, devastandola e stuprandola. «Il passaggio dei lanzichenecchi nel sacco di Roma (1527), al confronto è nulla. Anche il Papa pare si sia risentito con Carlo d’Angiò, nonostante il suo notorio odio per la casata sveva, perché voleva riprendersi il regno. Pochi anni dopo iniziano le prime frizioni tra Carlo e il Papa».

Nel libro “L’aquila e il giglio” Paolo Grillo afferma che la battaglia di Benevento è stata la morte dell’Europa. L’unico regno indipendente da altri poteri era quello svevo. Federico II era stato un grande tessitore di statualità. Ma non ci può essere nessuna statualità se non c’è un’élite di funzionari capaci di far funzionare lo Stato. Difatti nell’entourage di Federico II vi erano grandissimi giuristi, molti dei quali francesi.

Federico e Manfredi avevano un’idea politica dello Stato, ha detto Di Donato: la battaglia di Benevento ha demolito questa visione prospettica. Papa Clemente IV, non contento della morte di Manfredi, fa dissotterrare il corpo e lo fa gettare alle ortiche, in un luogo che rimane ignoto alla storia.

La conferenza del professor Francesco Di Donato si è conclusa con il richiamo a due intellettuali del XX secolo. Uno è Carl Schmitt, che nel saggio “La formazione dello spirito in Francia” scritto negli anni Quaranta, parla dell’influenza di legisti nella vita delle realtà locali. I legisti italiani, aggiunge Di Donato, utilizzarono il diritto per una politica di ceto, mentre per i francesi nel diritto c’è il servizio alla socialitas. La ricerca, ha aggiunto Di Donato, è qualcosa che sta dentro la civilizzazione. E gli Svevi avevano drenato molte risorse sulla ricerca. Non così gli Angioini. La battaglia di Benevento ha distrutto il sogno della costruzione della civiltà statuale. Sono seguiti secoli faticosissimi, perché non c’è stata nessuna possibilità di salvezza all’interno di una civiltà statuale. «C’è stata la logica del microfeudo», ha aggiunto il professore, che ha chiosato: «Il microfeudo è nato con la battaglia di Benevento».

Il riferimento conclusivo è stato ad un grande uomo di cultura del Sannio, il professor Alfredo Zazo (cui si deve la nascita del Museo del Sannio). «La mancanza di civilizzazione statuale ha fatto sì che Zazo non sia mai diventato professore universitario», ha sottolineato Di Donato. La conclusione della conferenza è stata proprio affidata alle parole con cui Alfredo Zazo si espresse nella sua conferenza tenuta in occasione dei settecento anni della battaglia di Benevento. Queste parole, contenute nel libretto che raccoglie gli atti del convegno, evidenziano il terribile silenzio della morte che aleggia sul campo di battaglia all’indomani dello scontro, cui fa da contraltare il pesante fluire del fiume. È l’inizio delle male signorie, che non saranno più italiane, sul nostro Mezzogiorno.

LUCIA GANGALE

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