In primo piano - Benevento. Dalla bella dormiente... alla bella addormentata del Sannio

Benevento. Dalla bella dormiente... alla bella addormentata del Sannio In primo piano

Nelle giornate più fresche e ventilate, quando l’umidità non la fa da padrona, da Benevento si scorge nitidamente il profilo della “Bella dormiente del Sannio”, la catena montuosa del Taburno che assomiglia ad una donna elegantemente distesa nel suo riposo.

Questa suggestiva immagine ha ispirato nel passato creazioni letterarie ed artistiche sul Samnium e la sua capitale.

Oggi sembra evocarne l’agonia in cui si stanno lentamente spegnendo il territorio, la città ed i suoi abitanti.

La cosa che, però, colpisce di più è la rassegnazione, l’apatia, l’indifferenza in cui tutto si consuma.

Cadono ad uno ad uno i pezzi della società sannita senza un sussulto di reazione, travolti da una semplice scrollata di spalle.

Sono da tempo cadute, come foglie in autunno, quelle piccole regole del comune saper vivere. La città è immersa in una sporcizia costante, provocata dall’incuria di molti cittadini, specie dei più giovani, e dall’assenza di una parvenza di controllo, abbandonata in uno stato di sonnolento torpore.

Il verde pubblico germoglia spontaneo e disordinato, le chiome degli alberi si gonfiano confondendosi con le facciate dei palazzi limitrofi; i primi piani hanno la “fortuna” di usufruire del verde pubblico in casa, immersi in una perenne penombra.   

Il centro storico è ridotto ad un suk in cui dribblare kebaberie, pizzerie take away, yogurterie, rosticcerie, in continuo mischiarsi e sovrapporsi di odori; in cui aggirarsi fra i club disco-bar spinti da una massa informe di giovani che ondeggia fino a notte fonda in stradine e vicoli, gratificando i fortunati residenti con ininterrotto vociare e musica sparata ad alto volume, meglio se dal vivo. La chiamano movida. Secondo qualche solone nostrano avrebbe dovuto “rivitalizzare” il centro storico; ha, invece, finito per dargli il colpo di grazia.  

 Quando ero ragazzino nel mese di luglio si poteva assistere, nella suggestiva cornice del teatro romano, alla rappresentazione di opere liriche (il c.d. luglio beneventano). Molti miei coetanei hanno così conosciuto un genere diverso di rappresentazione e si sono appassionati alla lirica ed alla musica classica.

A settembre la città si animava nella kermesse teatrale di Città Spettacolo, una delle grandi intuizioni del Sindaco Antonio Pietrantonio (Conservatorio, Università), che né affidò il parto, nel lontano 1980, alla poliedrica direzione artistica di Ugo Gregoretti.

Ricordo cartelloni importanti con artisti di calibro internazionale. Spettacoli avvincenti, come il bellissimo “Deus ex machina” di Woody Allen, rappresentato al teatro romano; commedia ricalcata sul modello della rappresentazione greca, nella quale alcuni degli attori interloquivano, seduti tra il pubblico, con gli altri protagonisti, che si avvicendavano sul palcoscenico. Un colpo di genio, simbiosi tra pubblico-attori e attori-pubblico. Semplicemente affascinante.

Il grande Leopoldo Mastelloni in una rappresentazione di Patroni Griffi. Il vulcanico Gigi Proietti con “A me gli occhi, please.”.

C’era vivacità, fermento di persone e di idee, un progetto di Benevento come città dalla vocazione storica, culturale ed artistica. 

Oggi imperversa il kaos, la certezza dell’incertezza, il tiramm a campà, la città come location. Mancano le persone, le idee, un progetto. Dominano l’appiattimento, l’omologazione, il senso di rassegnazione. Non si cerca di vivere, ci si accontenta di sopravvivere.

Si potrebbe ricominciare dal piantare, in ognuno di noi, i semi di quelle piccole regole del vivere civile, perché germoglino di nuovo i frutti.

Una questione di volontà; per non avere più una tale sfiducia nel futuro da fare i  progetti … per il passato, come diceva il grande Ennio Flaiano.

UGO CAMPESE