In primo piano - Emanuela Orlandi, una martire suo malgrado

Emanuela Orlandi, una martire suo malgrado In primo piano

Bella, simpatica, quindicenne, con in testa tante fantasie che solo una ragazza di quell’età può avere. Le piaceva la musica, le amicizie con le coetanee, vivere insomma una vita intensa pensando al futuro. Qualche materia a settembre da “riparare” se l’era purtroppo assicurata. Il latino e il francese non erano le sue lingue preferite. La musica, invece, le piaceva tutta, se così si può dire. Nella scuola di musica che frequentava, a piazza Sant’Apollinare a Roma, seguiva corsi di pianoforte, solfeggio, flauto traverso e canto corale. Era proprio dotata di un buon talento musicale. E non era una passioncella passeggera. Lei da “grande” si vedeva musicista, magari famosa, a suonare nelle orchestre più importanti del mondo....

Famosa, Emanuela Orlandi, lo è diventata, ma non per le sue peculiarità artistiche. Per brutte ed oscure storie legate al suo rapimento avvenuto a Roma il 22 giugno del 1983, proprio trentacinque anni fa. Il 14 gennaio di quest’anno avrebbe compito cinquant’anni. Forse sarebbe stata sposata con tanti figli, o avrebbe consacrato la sua esistenza alla musica, o le due cose insieme. Chissà. Resta il fatto che Emanuela è una “martire” suo malgrado. Utilizzata perché cittadina vaticana, in un disegno ricattatorio ancora oggi, a distanza di tanti anni dal rapimento e dopo diverse inchieste giudiziarie e giornalistiche, non risolto. A lei, al suo ratto, ne viene collegato un altro, avvenuto un mese prima. E’ quello di Mirella Gregori, anche lei quindicenne, simpatica e sbarazzina con i suoi capelli ricci. Anche Mirella, come Emanuela, intuibilmente è piena di sogni e di speranza nel proprio futuro che si arrestò ad opera di delinquenti il giorno del suo sequestro.

Sabrina Minardi nel caso Orlandi è una testimone chiave, anche se a volte confusa per via della droga che ha assunto in abbondanza. E’ stata “la pupa”, amante e confidente per un decennio, di Enrico De Pedis, il capo della banda della Magliana. Secondo lei il rapimento di Emanuela Orlandi sarebbe stato effettuato materialmente dal suo compagno, su disposizione del tanto discusso monsignore Paul Casimir Marcinkus, presidente dell’Istituto per le Opere di religione, la banca vaticana, dal 1971 al 1989. L’operazione, a detta della Minardi, doveva servire a far paura ai piani alti del Vaticano: “come se avessero voluto dare un messaggio a qualcuno sopra di loro”. Nel libro “Segreto criminale”, scritto dalla Minardi con Raffaella Notariale, c’è il racconto di quando De Pedis le mostrò un sacco in cui le disse che c’era la povera Emanuela. Il sacco venne buttato poi in una betoniera a Torvaianica.

Le versioni sul rapimento di Emanuela sono tante. Ritornano e s’intrecciano tra loro: la P2, lo Ior, il Banco ambrosiano, l’attentato a Papa Giovanni Paolo II, i servizi segreti di mezza Europa. E i nomi che circolano sono sempre gli stessi. Pare certo, è la stessa magistratura italiana a confermarlo, che in Vaticano esista un dossier sulla vicenda mai consegnato ai giudici italiani.

L’unico, probabilmente, che può provare ad aprire spiragli di luce su tutta la terribile brutta storia è Papa Francesco. Di “miracoli” di chiarezza già ne ha fatti tanti, mettendosi spesso contro la Curia romana. La vicenda dei preti pedofili è la prova, provata, ad avviso di chi scrive, della determinazione del pontefice a fare pulizia. A non continuare nella spirale del “silenzio, per tutelare la Chiesa”. È proprio l’incontrario. Sollevare i veli - a volte veri e propri enormi macigni - per dare credibilità alla Chiesa cattolica. Certo, non è cosa semplice, ma non è un caso se l’attuale pontefice viene “dall'altra parte del mondo”. E della Roma curiale è estraneo alle lotte di potere. Non ha avuto a che fare con le “mafie” del passato. Quella detta di Faenza, a cui facevano capo il cardinale Casaroli, ed i cardinali Samorè, Silvestrini e Pio Laghi. E l’altra, facente capo a Marcinkus, alla quale appartenevano mons. Virgilio Levi, vicedirettore dell’Osservatore Romano, e mons. Luigi Cheli, nunzio pontificio presso l’ONU. Non ha niente a che vedere con storie incredibili tipo la sepoltura assurda di De Pedis, di religione buddhista, nella basilica romana di Sant’Apollinare.

Che c’entra la povera Emanuela con queste vicende? Sicuramente niente. Una pura combinazione sfortunata per lei. A trentacinque anni dal rapimento Emanuela si merita che venga fuori la verità. E Papa Francesco ci auguriamo che riesca a fare un ulteriore miracolo chiarificatore per questa giovane “martire”.

ELIA FIORILLO