Gioco d'azzardo... Svago o tornaconto? In primo piano

Sarà un fatto di nausea, d'incapacità di sopportare le pressioni di questo modello di vita, peserà forse l'affanno per un'esistenza vuota; graveranno tante cose, magari messe insieme, che determinano una diffusa condizione di inquietudine. Che si manifesta non solo con stati d’animo, spesso di natura contrastante, ma soprattutto con comportamenti che provocano, a loro volta, di rimanere intrappolati in ragnatele, tessute con convinta spietatezza. La ludopatia è una di queste malattie indotte, una forma patologica istintiva e bestiale che trangugia sia averi sia l’esistenza stessa di chi se ne serve. Una questione antica, che ha pure una sua storia scellerata, tant’è che addirittura Charles Baudelaire, ne Lo speen di Parigi, faceva dire a Un giocatore generoso: “Dio mio! Mio Signore Iddio! Fate che il Diavolo non mi manchi di parola!”.

Il nostro è un paese bizzarro, dove il monopolio la fa da padrone; ci si ammala di rabbia per lottare contro la ludopatia maliarda ma in realtà nessuno contrasta il proliferare dei cosiddetti apparati da intrattenimento o il singolare vizio della scommessa legalizzata. Ed è tanto più stravagante, la pratica del governo nella nostra cara Italia, che ha messo a regime la malsana idea che una delle forme migliori per rimpinguare le casse dello stato, soprattutto attraverso l’operato degli enti avvassallati (niente di più legale!), è quello di colpire i cittadini proprio là dove ha creato l’inganno: si costruiscono bolidi da trecento all’ora e si mettono limiti a sessanta e si realizzano strade strette dove a malapena transitano due veicoli; e si mettono i limiti per una questione di sicurezza, perché non si hanno i soldi per aggiustare le strade; si producono veleni che s’ingurgitano, s’aspirano e s’iniettano (mi riferisco anche ai medicinali blandamente messi in commercio) e poi si chiedono denari, anche sottoforma di contribuzioni volontarie, per studiare i rimedi per guarire gli intossicati o per sostenere le famiglie rovinate. E dietro ognuna di queste manifestazioni provocate i soloni del sapere scovano il risvolto psicologico: è la voglia di libertà a spingere a sbagliare, è il sacrosanto desiderio di trasgressione, è la manifestazione irrefrenabile di poter dire: “Anch’io esisto, e del mio corpo faccio quello che voglio”.

Cerchiamo però di stare con entrambi i piedi nell’argomento, analizzando bene i fatti, o perlomeno provandoci. Immaginiamo che l’universo del gioco d’azzardo sia gestito dal malaffare e dalla malavita istituzionalizzata, e che i portatori di questo tipo di handicap appartengano, in gran parte, alle fasce sociali più fragili. Esiste la caduta da eccesso di benessere, e anche questa è una condizione da vagliare. La dipendenza dal gioco d’azzardo, di conseguenza, discende sia da fattori di miseria sia da questioni mentali: le fasce sociali più indifese presentano più nodi di debolezza, dove il profitto agevole e la lusinga per un rapido, pubblico affrancamento hanno forme dissimili di approccio, sebbene mirino entrambe ad ottenere positivi risultati. Parliamo nel complesso di un affare di circa 100 miliardi di euro annui, e in qualche maniera dobbiamo considerare che la massa dei suoi contribuenti costituisce un fenomeno serio, se per serietà dobbiamo tenere conto soprattutto della componente economica.

I governi, da tempo, cercano la quadratura del cerchio, nel senso di vestire con un principio etico una condotta chiaramente immorale. Ma i governanti sanno bene che oggi la gente crede sempre meno alla morale, a Dio, alle parole, ai discorsi sconclusionati dei politicanti, e sempre più ai fatti. E il gioco è un fatto, e agli occhi del giocatore vale più di mille parole, che promettono ma non mantengono. La macchina del gioco invece non promette; il compromesso è che chi ti dovrà far vincere è altrove, e spesso sai, o saprai, che è lo stesso demone che ti abita dentro e che ti rema contro. Il gioco richiede fortuna, ed è la fortuna, quella sì, che promette vantaggi: lussuria, proprietà, bella vita… Viene alla mente, per surrogare i mancati finanziamenti, il tentativo della politica di premiare i comuni che avessero consentito l’uso di slot machine nei propri territori; e, di contro, la richiesta della Corte dei conti di risarcimento per danno erariale, da parte dei concessionari dei micidiali giocattoli, per un mancato collegamento dei giochi al sistema di controllo centralizzato.

I governanti stabiliscono di spremere ma senza far passare l’obolo come una tassa, un’imposizione. L’obolo passa come gioco, e quello che giochi diventa la quota necessaria per giocare; è come andare al cinema o alla partita, da decidere se in curva o in tribuna. Magari è come se volessi comprare un sogno. Il governo sa che parlare di astratti diritti e doveri serve a poco; rende di più invogliare a spendere, anche se per il giocatore si tratta alla meglio di acquistare una infinitesima possibilità di vincita. Ma questa è corruzione, è una tangente psicologica estorta alla massa, fatta da un’associazione a delinquere specializzata in giochi e scommesse? Realtà e fantasia si mescolano per consentire guadagno. D’altronde si tratta di una misera tassa, giornaliera, a fronte di milioni di sogni regalati. Come amava dire Parise: “Nessuno fa niente per niente”.

UBALDO ARGENIO

Altre immagini