Jazz. Magiche atmosfere a 'Riverberi' con la poesia di Franco Arminio e la melodia di Maria Pia De Vito In primo piano

Storie di emigranti e di immigrati, voci e ritmi brasiliani e napoletani, parole calde sul senso della vita. Un viaggio nelle radici della musica mediterranea e del mondo contadino. Un'accoppiata felice quella composta dallo scrittore irpino Franco Arminio e dalla cantante napoletana Maria Pia De Vito (nella foto con Warren e due fan di Benevento). Nel giardino del Chiostro di Santa Sofia si sono incontrati i versi e le note del sud, dando un tocco magico e poetico alla rassegna di jazz “Riverberi”.

Il narratore Arminio, autodefinitosi paesologo, ha ricordato i tanti italiani partiti verso l’America negli anni cinquanta, i sogni di Giovanni, partito per fare il cantante e finito a fare il cameriere, le offese subite da tanti meridionali, appena giunti in paesi stranieri, perché “le carezze sono ferme alla frontiera”. Il racconto è stato accompagnato ed intermezzato dalla musica intensa e raffinata del flauto di Sergio Casale e del piano di Pasquale Pedicini.

Tra i destini imprevedibili degli uomini spicca quello di un profugo fuggito dalla guerra di Serajevo, andato a vivere a Bisaccia, in provincia di Avellino, sicuro ormai di aver trovato un approdo tranquillo. “Quando venne al mio paese - racconta Arminio - cercammo tutti di aiutarlo. Poi si ammalò di tumore e morì. Oggi è sepolto nel cimitero di Bisaccia. Non avrebbe mai pensato di chiudere la sua vita in piccolo e sperduto paese italiano”.

Lo scrittore, il cui ultimo libro si chiama “Geografia commossa dell’Italia interna”, ha dedicato alla vicenda una poesia intitolata “Mustafà”, che termina con questi versi pungenti e disperati: “La tavola del mondo è inospitale, un Dio barbaro getta i sassi dal cavalcavia”. La differenza tra il passato ed il presente sta nel fatto che prima i meridionali partivano con la macchina a noleggio ed oggi partono con la macchina propria. La via della riscossa più importante sta comunque nella riscoperta delle radici e della terra. “Abbiamo bisogno di contadini e di poeti - ha concluso Arminio - di chi sa fare il pane, di chi riconosce il vento. Essere rivoluzionari significa anche dare valore alla fragilità e alla dolcezza”.

Dopo le parole “commosse” di Arminio, la poesia è continuata con Maria Pia De Vito, accompagnata dal pianista e compositore inglese Huw Warren. La cantante, apprezzata in tutto il mondo, ha intrecciato sonorità sudamericane e mediterranee, in chiave melodica e jazzistica, ripercorrendo molti dei brani tratti dall’ultimo album “Dialektos”. Un concerto speciale, fatto in gran parte da testi originali napoletani, come “AIlirallena”, “Vulesse essere n’auciello”, una poesia di Totò, “Jesce sole” ,il più antico canto del 1200, rivisitato da Warren.

Struggente e suggestivo il pezzo chiamato “Curr’ Maria”, scritto sulla musica brasiliana di Chico Barque de Hollande. La cantante ha lanciato una sferzante critica verso la città di Napoli, perché unisce e mischia insieme quasi sempre “bellezza e bruttezza” e “Il meraviglioso e l’orribile”. Riconoscendone la grandezza e l’internazionalità artistiche e creative. “Le lingue più musicali del mondo - ha detto De Vito - sono il napoletano e il portoghese”.

La sua esibizione si è chiusa con “Voce e’ notte”, eseguita con delicatezza ed una sottile scontrosità. Alla fine ha ringraziato Luca Aquino per averla invitata a “Reverberi”. “Luca vede lontano - ha concluso - vede europeo, sta portando una ventata d’aria fresca, mentre altri puntano su strade sicure e sperimentate. Spero che la rassegna si storicizzi e diventi sempre più importante”.

ANTONIO ESPOSITO

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