Le janare donne perseguitate e malfamate, usate spesso come capro espiatorio per placare le folle In primo piano

Al confine tra gli odierni comuni di Ceppaloni e Chianche, il fiume Sabato ha lavorato duramente nei secoli per crearsi una strada, erodendo le rocce e creando quello che oggi conosciamo come Stretto di Barba. Il nome ha subito diverse evoluzioni negli anni, passando (pare) dall’originario Valva, riferendosi proprio alle ripide pareti rocciose dello stretto che, con un po’ di immaginazione, possono richiamare le valve di una conchiglia, a quello che attualmente è il nome della frazione di Barba.

L’importanza dello stretto non si limita però al solo ambito geografico. Una delle numerose leggende legate al mito delle streghe di Benevento difatti ubicava in questa gola il noce di San Barbato, attorno al quale le janare compivano i loro sabba.

La leggenda “canonica” racconta che San Barbato sradicò l’albero usato dalle streghe per richiamare il demonio e compiere i loro riti impuri e malefici. Più probabilmente la storia delle janare e del noce di Benevento nasce da alcuni riti pagani che i longobardi praticavano lungo le sponde del fiume e che, a loro volta, avevano radici nei culti delle Dee Iside, Diana (dalla quale probabilmente deriva il termine janara) ed Ecate.

Nonostante i numerosi processi e le svariate dichiarazioni avvenute nei secoli, non ci sono prove di dove si trovasse realmente il noce, dei riti che gli avvenivano intorno o tantomeno della sua esistenza. La leggenda delle janare però mantiene il suo fascino, così come la sua rilevanza sotto molti aspetti che hanno influenzato la storia del nostro paese.

Ed è anche di questo che si è parlato qualche giorno fa, all’interno della seconda edizione della manifestazione “In Barba le Streghe - Cose dei tempi antichi in Borgo di Barba”, organizzata dall’Associazione Culturale Antigone e dal Comune di Ceppaloni proprio nella minuscola frazione del comune sannita, ospitata all’interno del cortile di Palazzo Polcari. Presenti il vicesindaco Ettore De Blasio, il presidente dell’Associazione, Clorindo Tranfa, lo storico locale Alfredo Russo e l’architetto Vincenzo Argenio che, moderati da Raffaele Mignone, hanno accompagnato il pubblico attraverso secoli di leggende e tradizioni, provando a discostarsi dalla semplice visione “turistica” delle janare per considerarle, in un ampio contesto storico, come donne perseguitate e malfamate, usate spesso come capro espiatorio per placare le folle.

In uno degli interventi, un interessante parallelismo ha accostato le donne accusate nei secoli di stregoneria a quelle che popolavano le canzoni di Fabrizio De André; donne abusate, accusate dal buonismo e dai luoghi comuni, costrette a vivere al di fuori di una società che riesce ancora, con forza, a sfruttare ed emarginare, quasi a testimoniare che i tempi non sono cambiati poi così tanto.

UBALDO ARGENIO

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