Museo diocesano di Benevento: sabato 28 novembre inaugurazione della pseudocripta In primo piano

Il 25 maggio 1981, su iniziativa dell'arcivescovo metropolita di Benevento, mons. Raffaele Calabria (1960-1982) e del soprintendente ai Beni storici e artistici della Campania, Raffaello Causa, venne inaugurato ufficialmente il museo diocesano di Benevento e la cura dell’istituto, dopo una breve gestione da parte della Soprintendenza stessa, fu assunta dalla rettoria della chiesa cattedrale e successivamente dalla Commissione diocesana per i beni culturali, insediata l’8 febbraio 1983 dal nuovo metropolita di Benevento, mons. Carlo Minchiatti (1982-1991).

A detta Commissione subentrò l’Ufficio diocesano per i beni culturali, istituito il 1° maggio 1989 dal predetto arcivescovo, che demandò contestualmente al direttore del nuovo Ufficio, il compianto mons. Giovanni Giordano (1921-2001), la responsabilità degli istituti culturali diocesani.

La sede prescelta per l’allocazione del museo fu la pseudocripta, sottostante la basilica cattedrale, che conserva elementi strutturali di età romana, lacerti pavimentali in opus sectile, frammenti di pittura di età altomedievale (in particolare il notissimo ciclo di san Barbato) e gotica (tra cui la celebre Madonna della misericordia). Di questo prestigioso monumento ebbero ad occuparsi insigni studiosi italiani e stranieri da Almerico Meomartini a Hans Belting, da Mario Rotili a Marcello Rotili da Gioia Bertelli Buquicchio sino a Silvio Carella.

Ma agli inizi del nuovo secolo, scandito dalla celebrazione del Giubileo del 2000, emerse la necessità di un ampliamento del museo stesso dagli spazi offerti dalla pseudocripta ai locali adiacenti e di un riallestimento dell’esistente, onde consentire l’esposizione di altre importantissime collezioni e specialmente di quanto rimaneva del tesoro ricuperato e in parte restaurato, già vanto della chiesa cattedrale.

Il progetto, perseguito grazie alla collaborazione dell’Amministrazione comunale di Benevento e al sostegno economico della Regione Campania, ha fatto registrare qualche difficoltà nella fase di realizzazione, anche perché insieme con l’adeguamento delle strutture fisiche si è proceduto ad una ricognizione degli inventari della suppellettile appartenente alla chiesa cattedrale, per acquisire una conoscenza su base documentaria dei singoli oggetti, al fine di promuovere un nuovo allestimento scientificamente fondato del museo diocesano, superando il criterio puramente tipologico e la valutazione esclusivamente estetica dei manufatti.

Finalmente la pseudocripta, che dal 2005 è stata interessata da una campagna di scavi archeologici e da una serie di interventi strutturali, viene riaperta ufficialmente alla pubblica fruizione sabato 28 novembre 2015 alle ore 16.30. In tal modo un altro tassello si aggiunge al progetto complessivo e il Museo diocesano dalla prossima settimana potrà contare sulla sezione archeologica, costituita dal percorso ipogeo sotto la cattedrale, e sulla pseudocripta, mentre viene programmata (in considerazione delle scarse risorse disponibili) l’allestimento e l’apertura di una sala all’anno per i prossimi cinque anni.

Il percorso espositivo all’interno della pseudocripta unisce il dato architettonico, le emergenze archeologiche, i lacerti pittorici, i manufatti lapidei e le testimonianze storico-artistiche, e intende narrare in sequenza la storia e la vita della Chiesa beneventana.

Il viaggio inizia dalla romanità (manufatti lapidei e sedici ampolle vitree databili tra i secoli I-IV d. C.); sosta sulla prima cristianizzazione, sul protovescovo Gennaro, sul costituirsi di un ordo ecclesiasticus (statua settecentesca del santo martire, due lapidi paleocristiane di cui una di rara importanza per l’attestazione del duplice ministero ecclesiale di lector psalmista); attesta il culto mariano e la devozione verso la Madre della misericordia (cappella della Madonna della misericordia); si snoda attraverso la vicenda del vescovo Barbato che convertì i Longobardi beneventani al cattolicesimo romano (la cosiddetta cattedra di San Barbato, ciclo pittorico di San Barbato); continua con la presentazione di manufatti provenienti dalla recente indagine archeologica nella chiesa cattedrale.

In successione una sala è riservata ai quattro gruppi di frammenti dei carmi sepolcrali in distici elegiaci, risalenti al sec. IX, dei principi longobardi di Benevento Sicone, Radelchi I, Radelgairo e della principessa Caretruda, provenienti dall’ultimo arcone cieco a destra del primo ordine della facciata della Cattedrale (rovinata dai bombardamenti), dove erano stati inseriti nei secoli XII-XIII, dopo la rimozione delle tombe poste nel distrutto atrio (il cosiddetto Paradiso).

Testimonianze pavimentali di diversa fattura ed epoca della cattedrale, un dipinto su tela dell’architetto Cosimo Pedicini che raffigura la facciata del duomo (rilettura di un’acquaforte di Carlo Labruzzi di fine Settecento) e la statua in marmo del secolo XIV di una figura alata che tiene per una mano un bambino e regge nell’altra un agnello (parte di un monumento funebre e probabile personificazione della carità, una delle tre virtù teologali) concludono per il momento la narrazione, attraverso la quale si vogliono comunicare conoscenze ma soprattutto emozioni.

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