'Non solo carcere. Norme, storia e archittetura dei modelli penitenziari'. Il 17 febbraio convegno al Museo del Sannio In primo piano

Un carcere a prova di diritti umani. Dovrebbe essere scontato, essendo un luogo non solo dove si espiano pene ma da dove ri-partire per re-inserirsi nella vita civile. Parliamo in ogni caso di un valore fondamentale, di una costruzione che riesca a garantire dignità umana ai carcerati, in linea soprattutto con i principi stabiliti dalle Nazioni unite. L’idea di fondo è che più che realizzare una costruzione si tratta di definire un approccio culturale, un impianto da cui discenda una concezione spaziale al fine di favorire il recupero dei detenuti.

Di questo e di altro si parlerà il 17 febbraio, alle ore 17.00, presso la sala Vergineo del Museo del Sannio di Benevento. Il convegno, organizzato dalla Lega italiana per i diritti dell’uomo (Lidu) di Benevento, sarà l’occasione per presentare il libro di Domenico Alessandro Dè Rossi dal titolo Non solo carcere. Norme, storia e architettura dei modelli penitenziari. Sono previsti interventi dell’Ordine degli architetti p.p.c. della Provincia di Benevento, quello degli avvocati e degli ingegneri, oltre che naturalmente della Lidu, della direzione della Casa circondariale di Benevento, del Partito radicale e del prof. Dè Rossi, autore del libro.

La condizione della detenzione è, in generale, una condizione innaturale per un animale; e figuriamoci per l’animale-uomo e poi per l’uomo considerato, pertanto, in primis come essere animale e poi come portatore di umanità. È una limitazione dello spazio che di per sé costituisce violenza, che prescinde dal concetto di punizione di perdono e che si assesta su quello più ampio della normalità e della quotidianità della vita di un essere umano. Di conseguenza questo confine spaziale, seppur imprescindibile, dovrebbe essere sostenuto, mediato, da tutta una serie di accorgimenti, di servizi collaterali che consentano una vivibilità, sebbene particolare, in un delicato equilibrio che pur esiste tra una sopravvivenza, magari appena accettabile, e un’inaccettabile insofferenza.

Compito dell’architettura, allora, a valle di più innovative decisioni politiche e normative, dovrà essere quello di ridefinire gli spazi, o meglio il loro materiale uso, recuperando più che altro attività “familiari” alla condizione umana del vivere; anche in considerazione dell’adattamento teorico, in netto deperimento, del concetto di fabbricazione nello specifico settore, che da architettura penitenziaria tende a diventare edilizia penitenziaria, una dimensione senza dubbio riduttiva e anonima della materia carceraria nel suo insieme.

UBALDO ARGENIO

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