Partenza alla grande per Palcoscenico Duemila, con Ficarra e Picone l'amicizia trionfa anche nell'aldilà In primo piano

Una cascata colorata di fuochi d'artificio, con incursioni pungenti nella politica e nella religione, con frecciate acuminate contro il malcostume, la corruzione ed il fanatismo religioso. Questi gli aspetti emergenti dello spettacolo “Apriti cielo!” di Salvatore Ficarra e Valentino Picone, che hanno iniziato il loro tour al Teatro Massimo di Benevento, nell’ambito di Palcoscenico Duemila.

La commedia comincia con un colpo di pistola. Il signor Di Marzo è stato ucciso da un rapinatore che andando via lascia la porta aperta. Arrivano due tecnici della tv, interpretati da Ficarra e Picone, entrano senza accorgersi del morto che giace riverso a terra dietro un divano, tirano fuori gli attrezzi per la riparazione del guasto. Cominciano a squillare i telefoni, i due protagonisti non sanno che fare, corrono di qua e di là fino a quando vedono la vittima, ma pensano che stia dormendo. Bisogna chiamare la polizia. Ma c’è la paura di essere ritenuti colpevoli dell’omicidio.

Si affrettano allora a cancellare tutte le impronte dagli oggetti che hanno toccato, comunicano alle loro donne dove si trovano, chiedono consigli agli amici. Nella casa del morto arriva una telefonata di Ester, la ragazza di Ficarra, che dà appuntamento per un incontro d’amore proprio al signor Di Marzo. Lo sventurato giovane tecnico scopre l’inatteso tradimento. Nel frattempo Picone armeggia con la pistola, partono colpi da tutte le parti, che uccidono due persone affacciate alla finestra del palazzo e alla fine mandano nell’aldilà anche i due protagonisti. A questo punto sorge spontanea la domanda cruciale: “Quando moriamo, Dio c’è?”.

Il secondo pannello dello spettacolo si apre dopo le celebrazione dei funerali. Nella chiesa ci sono il prete Ficarra ed il chierichetto Picone, si meravigliano delle tante donne venute per l’occasione, parlano delle debolezze dei preti, dei peccati da purificare e dei soldi guadagnati durante la messa, dei politici attaccati alle poltrone che continuano a stare in mezzo da “quarant’anni anche se ci hanno portato nel baratro”, dei primari nominati negli ospedali, chiamati così non perché “primi nella loro disciplina ma primi nelle raccomandazioni”.

La critica irriverente di Ficarra alla chiesa che pensa alla pompa e al denaro tira in ballo anche il Papa, “un mestiere che gli italiani non vogliono più fare”, visti tutti i pontefici stranieri che abbiamo avuto negli ultimi decenni. La scena conclusiva si apre con i due giovani giunti nell’aldilà, che vagano tra le nuvole bianche. Aspettano di essere chiamati da Dio, ma hanno due numeri che superano il miliardo. Scoprono così che anche lì c’è da fare una lunga fila. Arriva un angelo e porta un questionario da compilare, devono dire a quale religione appartengono, quali peccati hanno commesso. “Ma Dio non sa già tutto di noi? - si domanda Ficarra - Non è vero allora che dall’alto vede ogni cosa, controlla ogni nostro passo?”.

I dubbi e gli interrogativi dei due sfoceranno in una girandola di scoppiettanti battute, di spassose riflessioni sui Dieci Comandamenti, che sarebbero in realtà undici, ma sono dieci perché Mosè aveva finito le pietre. Finalmente arriva la chiamata del Signore. Viene prima il turno di Picone, che chiede di potere entrare insieme all’amico, ma questo non è possibile. Come faranno allora a ritrovarsi tra tante anime? Il tormento di non rivedersi più li assale. Alla fine si convincono che l’amicizia trionferà sempre anche nell’infinito, perché chi si vuole bene si cercherà sempre e si ritroverà.

ANTONIO ESPOSITO

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