In primo piano - Quando il degrado genera degrado... Benevento, città morente

Quando il degrado genera degrado... Benevento, città morente In primo piano

Già dal 1969 il professor Philip Zimbardo, dell’università di Stanford, ha condotto una serie di esperimenti di psicologia sociale che hanno messo in correlazione il disordine urbano con molti comportamenti di vandalismo e in generale di micro criminalità. Ulteriori approfondimenti che si sono susseguiti ad opera di altri studiosi fino ai tempi più recenti, hanno portato alla formulazione della cosiddetta “teoria delle finestre rotte” che ha un postulato tanto semplice quanto veritiero: il degrado genera degrado che a sua volta sfocia in comportamenti antisociali.

Il degrado di cui si parla non è solamente fisico e materiale come l’incuria degli spazi verdi o degli edifici pubblici, ma abbraccia tutti quei comportamenti sbagliati come la sosta selvaggia, l’abusivismo o il mancato pagamento di parcheggi e biglietti dei trasporti pubblici; piccole cose all’apparenza banali che contribuiscono alla sensazione di impunità e di mancanza di controllo del territorio.

In questo modo una carta gettata a terra può benissimo diventare un sasso lanciato contro una vetrata perché, in una situazione di quasi anarchia e di non rispetto delle regole, vengono meno quei freni sociali che possono portare a fenomeni di emulazione da parte di incivili.

Sono mesi che le cronache locali parlano di scempi al patrimonio urbano e alla proprietà privata perpetrati da balordi a danno della collettività. La città di Benevento che per anni è stata considerata un’isola felice nella dimenticata Campania, si rivela in preda al caos senza che al fenomeno si voglia o si riesca a creare un freno e senza che chi debba intervenire risulti determinante e incisivo come richiederebbe la gravità dei fatti.

Quasi quotidianamente giungono notizie di vetrine infrante, movida violenta e monumenti imbrattati e a poco nulla servono le lamentele dei residenti interessati e di quei cittadini che ancora non si rassegnano ad un cambiamento cosi repentino e mortificante per una città dal passato così importante.

Senza voler elencare gli innumerevoli episodi sopra accennati, sarebbe opportuno fermarsi a riflettere su cosa possa generare tanto caos e disordine. Non è un caso infatti che la recrudescenza di fenomeni vandalici sia direttamente collegata ad un appiattimento culturale e sociale della realtà beneventana che assiste impotente alla chiusura di teatri, cinema e luoghi ricreativi di un certo spessore.

In un comune morente dove le istituzioni non riescono più ad essere da guida e da indirizzo per la collettività, assistiamo a una emigrazione senza precedenti nella storia locale;  giovani e meno giovani lasciano, per non tornare più, la terra natia e questo progressivo svuotarsi della città sta conducendo ad un veloce impoverimento di tutto il territorio. Di questo spostamento demografico risente l’economia e con essa tutte quelle attività che hanno bisogno di un ricambio generazionale per potersi rinnovare e andare avanti; si rompono quei gruppi di affiliazione e si frammenta quel tessuto sociale già fragile di per sé.

Si interrompono i legami, i rapporti umani e la vita in tutti i quartieri beneventani è radicalmente cambiata, venendo quasi meno quell’identità aggregante fatta di amicizie, comitive e punti di ritrovo stabili e riconoscibili.

Si svuotano i cortili, le parrocchie, le scuole e anche l’università che poteva attrarre studenti da buona parte del meridione ha mancato il suo obbiettivo primario di essere polo di innovazione e fermento accademico. Benevento, c’è da dire, è sempre stata una città sonnecchiante, un grande paese dove la vita scorreva tranquilla e le mode arrivavano in ritardo, ma questo scorrere lento del tempo è sempre stato quasi un valore aggiunto, un’occasione per riflettere e soffermarsi sulle cose concrete, un modo per essere “a misura d’uomo” come piace sempre ricordare, lontani dalla frenesia e dai ritmi sferzanti dei grandi centri.

Questo torpore generale ha fatto si che non ci accorgessimo per tempo dei grandi mutamenti che si sono verificati e dal “dolce dormire” si è passati a un veloce, quanto triste, spegnersi di tutti i centri pulsanti che tengono viva una città, una qualsiasi città; venuto meno quel flusso linfatico che nutriva e sosteneva la comunità, anche tutto ciò che è attorno ha cessato quasi del tutto di esistere.

Hanno chiuso i cinema e prima ancora sono finite le stagioni teatrali, quelle importanti, quelle che attiravano attori, registi, scenografi e ormai sembra quasi che gli unici artisti che giungono siano i clown e i giocolieri di qualche attempato circo che puntualmente viene a farci visita; il palcoscenico sostituito dall’arena e i palchi dalle gradinate.

Purtroppo non esistono ricette facili ed è quasi impossibile proporre soluzioni che non risultino semplicistiche e qualunquiste, ma è pur vero che se un cambiamento può esserci nell’immediato potrebbe partire da una diversa educazione al bene pubblico: le istituzioni, oltre a reprimere i fenomeni di danneggiamento, possono educare con l’esempio i cittadini, impegnandosi nella manutenzione ordinaria di strade, parchi e luoghi di ritrovo funzionali a rigenerare quel tessuto sociale utile alla coesione, la stessa coesione umana che crea identità e fa sentire proprio dovere l’interesse e il buon andamento della città.

In conclusione, solo riallacciando i rapporti tra abitato e abitanti può riscoprirsi quel sentimento di appartenenza che può proteggere Benevento dai suoi stessi cittadini, in un futuro prossimo, intesi non come rovina, ma come custodi per le future generazioni di tanta storia e tradizioni, forse gli unici veri tesori che Benevento può esporre e vantare.

ANTONINO IORIO

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