Realtà locali e dotazioni istituzionali In primo piano

La vicenda degli ospedali, che pure ha stimolato interventi a diversi livelli, rischia di apparire un capitolo della eterna guerra tra poveri, con le prevedibili conseguenze che la storia ci rammenta.

Divide et impera, lo dicevano gli antichi. Il “governatore” della Regione non ha creduto ai suoi occhi quando esponenti del suo partito gli hanno proposto (o hanno semplicemente assecondato una scelta altrui) un polo oncologico a Sant’Agata dei Goti. Lui, il De Luca imperatore salernitano, ha preso due piccioni con una fava: il polo oncologico fallirà, dopo aver minato la stabilità del “Rummo” beneventano destinato, quindi, ad essere smantellato. Già la decisione di gettare alle ortiche il nome di Gaetano Rummo, per rendere omaggio alla universalistica religione ateo-devotistica mediante l’arruolamento di Padre Pio da Pietrelcina ora Santo, ci appare come il tentativo di confezionare con luccicante carta stagnola e fiocco rosseggiante un “pacco” secondo la migliore tradizione della scuola della Duchesca.

I beneventani si sono fatti espropriare della storia, sicché li accuso di tradimento. Oso sperare che la consapevolezza di ciò li induca a evitare penose evoluzioni di nuovo servilismo. Gli “Ospedali Civici Riuniti Gaetano Rummo” sono la risultante della fusione dei due ospedali storici (il San Diodato e il San Gaetano) decisa negli anni Trenta del secolo scorso con la costruzione del nuovo edificio ai piedi della collina della Pace Vecchia, allora aperta campagna. I beneventani vadano a piazza Orsini e leggano sulla facciata del palazzo Dell’Aquila la lapide che ricorda il luogo di nascita di Gaetano Rummo. Impareranno che si tratta di un “grande” della medicina, materia estranea alla competenza del Santo di Pietrelcina in nome del quale si possono, al più, tollerare esuberanze elettorali lungo l’antica strada ferrata.

La storia degli ospedali è solo un capitolo di una vicenda che ci sta portando alla soppressione di un’altra storia, quella della provincia nata nel 1860 e lasciata ai margini di qualsiasi discorso politico. Chi durante le campagna elettorale scorsa abbia parlato di provincia si faccia avanti.

Il governo del territorio non si fa con regole cervellotiche scritte a tavolino con un solo parametro. Il territorio è costituito sì da una popolazione, ma anche da un paesaggio fisico e antropico, da un complesso di identità culturali e geografiche. Il governo di un territorio deve, quindi, sottostare a regole di complessità. Non può estrinsecarsi in applicazioni aritmetiche di pochi elementi, addirittura di uno solo.

I fautori delle Regioni (e di qualunque altra istituzione di decentramento) si illudevano che la lettura della varietà territoriale da parte di rappresentanti locali avrebbe favorito una governance attenta alla valutazione delle differenze. La risposta deluchiana che per ogni 600 mila abitanti c’è un servizio sanitario di un dato livello tradisce il principio della territorialità. Di questo i beneventani non si sono preoccupati. Anzi c’è chi ha fatto a gara per arrivare primo al mitico nuovo traguardo dell’Area Vasta che, se si prende il solo parametro della popolazione, ci consegna mani e piedi alle dipendenze dell’Irpinia.

Noi riteniamo che la provincia di Benevento, senza nulla pretendere dalle altre consorelle campane, abbia tutto il diritto di esigere la conservazione dello status quo, legittimato dalla bocciatura della riforma costituzionale sancita dal popolo italiano con il referendum del 4 dicembre 2015. Se un giorno si riacquisterà il dono della ragione, può darsi che si ricomincerà a governare “per province” e non per numero di abitanti, assicurando ad ogni provincia una dotazione di strutture di servizio (statali, regionali e tipicamente locali) la cui presenza, oltre a garantire l’efficienza della prossimità, assicura anche la disponibilità di un reddito derivante dalla presenza istituzionale di figure costituenti, lato sensu, una burocrazia di qualità.

Le nuove leve del Parlamento nazionale, ancorché beneficiarie di venti di protesta, hanno il dovere di farsi presto classe dirigente capace di afferrare proposte e prospettare orientamenti.

MARIO PEDICINI