L'Italia olivicola non è seconda Politica

Non mi soffermero', in questa mia riflessione, a dare i numeri dell'Annus horribilis per la nostra olivicoltura. Ben li conosciamo. Il vero problema e' come evitare possibili e prevedibili bis del passato 2014. Il ministro delle Politiche Agricole ha fissato per i prossimi giorni un “tavolo di filera” con Sindacati e Regioni. L’obiettivo si presume debba essere la costruzione di un‘ipotesi di percorso che dia speranze di “futuro” alla olivicoltura italiana. Meglio tardi che mai.

Mentre altri paesi, Spagna in primis, hanno avuto la vista lunga, costruendo percorsi tutti finalizzati all’occupazione di spazi commerciali mondiali, noi - che quegli spazi li avevamo - ci siamo chiusi in noi stessi. Ci siamo fatti accerchiare nel nostro presuntuoso castello fatto di certezze effimere: la qualità, il made in Italy, l’etichettatura, le eccellenze. Certo, cose importantissime, che se però diventano feticci parolai che fanno dimenticare il contesto complessivo in cui si opera, senza alcun collegamento con la realtà, allora il disastro è inevitabile. C’è anche da dire che i totem servono a volte ad esorcizzare i veri problemi che richiederebbero drastiche inversioni di rotta, coraggiose prese di posizione contro gli “interessi” di breve periodo. Più si va avanti e più è difficile voltare pagina perché nessuno vuol fare “mea culpa”. E, allora, si tira a campare con proclami sempre più talebani ed ideologici che ignorano la realtà.

In primo luogo, se vogliamo fare il salto di responsabilità, bisogna che la facciamo finita con le divisioni ed i sofismi strumentali finalizzati ad evitare confronti, dialoghi, assunzioni di responsabilità. E’ più facile etichettare la categoria degli industriali come “sfruttatori” sempre e comunque. Più difficile è confrontarsi con loro e provare a ragionare tenendo in conto il loro punto di vista. Stesso discorso vale per i confezionatori che spesso preferiscono evitare rapporti diretti con i produttori e con i loro rappresentanti per legarsi piedi e mani con gli intermediari.

L’ho ripetuto tante volte: ci vuole un “patto di lealtà” tra tutti i componenti della filiera se vogliamo tornare in gioco in campo mondiale. Insomma, “cooperare per competere”. E più si è leader naturali - per rappresentatività, per storia, per cultura -, più si ha il dovere morale di non chiudersi a riccio, autoesaltandosi mentre la casa crolla.

Non so come il ministro Martina imposterà la riunione della filiera che si terrà prossimamente. Lui, che è l’esponente del Governo che ha deciso di ri-modificare il Titolo V della Costituzione, batta il pugno sul tavolo affinché, in fatto di olivicoltura, ci sia una sola politica e non 20 posizioni regionali. Questo discorso vale ovviamente per tutto il comparto agricolo. Da Annus horribilis (2014) ad Annus mirabilis (2015), l’anno in cui si getteranno le basi per il rilancio dell’olivicoltura italiana. Cosa chiediamo - tra l’altro - alle Istituzioni? - Sostenere e incentivare investimenti in nuovi oliveti efficienti e competitivi nelle aree vocate con l’obiettivo di arrivare, entro 8-10 anni, a soddisfare un fabbisogno minimo di 200 mila tonnellate di EV italiano di alta qualità; tutelare le due anime della filiera olivicola olearia italiana, quella produttiva e quella commerciale, che s’impegnino a realizzare prodotti con requisiti etici e qualitativi restrittivi; riconoscere e tutelare la dizione “Alta Qualità” proposta per differenziare l’olio EV italiano rispondente ai requisiti qualitativi del disciplinare nazionale.

L’Italia in fatto di olivicoltura non è seconda a nessuno. Questa verità però non va ripetuta nelle solite cantilene convegnistiche, autoassolutorie, ma fatta constatare nei fatti. Ce la possiamo fare se la nostra parola d’ordine sarà “unità”.

ELIA FIORILLO

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