Società - Centri per migranti, non è solo corruzione il Sannio è ospitale

Centri per migranti, non è solo corruzione il Sannio è ospitale Società

La nostra provincia solo una manciata di giorni fa è stata teatro di una spiacevole storia di corruzione con conseguente arresto dei responsabili e chiusura di ben due centri che svolgevano la loro attività in maniera illegale a discapito dei malcapitati ospiti e a danno dello Stato. L’argomento è certamente spinoso. Cerchiamo di fare chiarezza.

Nella nostra provincia i richiedenti asilo sono circa 2600 allocati presso le 39 cooperative distribuite sul territorio (37 con la chiusura delle due di cui sopra).

Si tratta di strutture di prima accoglienza, pubbliche o private collaboranti direttamente con  la Prefettura - che ospitano gli immigrati dopo le primissime operazioni di identificazione, registrazione e screening sanitario effettuate sul luogo di sbarco ad opera delle strutture di primo soccorso e assistenza (hotspot) - loro compito è presentare domanda di richiesta asilo.

A questi si aggiungono gli SPRAR - Servizio Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati - strutture di seconda accoglienza destinate a coloro che sono privi di mezzi, gestiti dal Ministero dell’Interno attraverso i Comuni che, a loro volta, si servono delle associazioni locali affidando l’erogazione del servizio mediante bando pubblico.

Questo quanto stabilito dal D.L. 142/2015.

Una situazione che apparentemente non fa una grinza ma che nella realtà si presenta ben diversa.

Molto spesso i centri di accoglienza sono sovraffollati mentre il personale è scarso e poco competente determinando gravi carenze nelle varie attività di inclusione ed integrazione dei rifugiati, dall’insegnamento della lingua italiana alla conoscenza delle procedure burocratiche e legali. Senza contare che alcune strutture sono situate in zone poco centrali alimentando la difficoltà ad entrare in contatto con la gente del posto e di conseguenza a preferire relazioni sociali solo con gli altri stranieri. Ulteriore ostacolo all’integrazione è la mancanza di un lavoro regolare - a cui avrebbero diritto dopo due mesi di permanenza in Italia - contribuendo a diffondere la cultura dell’elemosina.

Ma non finisce qui. Lo scoglio più grande da superare è rappresentato dalle lungaggini burocratiche per il riconoscimento della protezione internazionale che può avvenire anche dopo oltre un anno di permanenza in Italia lasciando sospesi in un limbo persone che potrebbero contribuire alla crescita del territorio, specialmente se si considera che i richiedenti asilo sono per lo più compresi fra  i 18 e i 30 anni di età, quindi nel pieno sviluppo delle proprie facoltà umane.

Allo scadere del riconoscimento della protezione - che varia a seconda dei casi dai due ai cinque anni - i rifugiati che non hanno ottenuto un lavoro stabile ed una residenza devono essere rimpatriati.

Il rimpatrio, tuttavia, non avviene nella maggioranza dei casi poiché è un’operazione esosa per lo Stato, ciò fa si che gli ex-richiedenti asilo vadano a riempire le file dei clandestini e spesso intercettati dalla malavita.

Un sistema che andrebbe migliorato partendo dallo snellimento delle pratiche burocratiche. Certamente, sono molte le sfacettature e lo scenario è in continuo cambiamento (in seguito agli ultimi accordi fra i paesi dell’UE, Italia in testa) ma garantire in tempi brevi il permesso di soggiorno consentirebbe un rapido ricambio facilitando l’inserimento ed evitando quella dimensione di incertezza e di inattività in cui sono costretti gli immigrati in uno spazio di attesa indefinita, scardinando in tal modo anche la diffidenza (e a volte indifferenza) nelle popolazioni ospitanti.

Accanto a tali difficoltà, esistono anche aspetti positivi. Esempi di strutture che dimostrano che l’accoglienza si può fare e si può fare bene. Cooperative che si impegnano - attingendo talvolta alle proprie risorse personali - affinchè i richiedenti asilo siano seguiti ogni giorno mediante assistenza psicologica, sanitaria e legale ed anche con percorsi formativi per imparare la lingua italiana e le basi della nostra cultura e del rispetto delle regole - partendo dalla segnaletica stradale per esempio - ma anche progetti per apprendere un mestiere e tutte quelle iniziative ricreative, sportive, educative che contribuiscono all’inclusione sociale e a far si che possano costruire il proprio futuro.

Alcune storie

Quando entro nel centro di accoglienza vengo accolta da sguardi incuriositi e sorrisi cordiali misti a timore.

La struttura, situata in pieno centro cittadino ben curata e con un cortile che fa da accesso all’appartamento, ospita circa dieci migranti maschi. E’ tardo pomeriggio ed è l’ora del tempo libero, c’è chi riposa, chi chiacchiera, chi svolge le faccende domestiche e chi è appena rientrato dal lavoro.

Uno alla volta fanno capolino dalla porta ma quasi subito rientrano in casa.

Non è facile acquisire la loro fiducia.

Il primo a farsi avanti per raccontarmi qualcosa di sè e della sua esperienza è Kabir.  Originario del Pakistan è a Benevento dal settembre 2015 cioè, dal suo arrivo in Italia.

Kabir ha 40 anni ed è entusiasta di essere qui, definisce i beneventani gentili. È riuscito ad inserirsi lavorativamente nell’ambito del commercio ambulante, nel suo paese possedeva un bazar, e non appena ottenuto il permesso di soggiorno, sogna di aprire una sua attività. Musulmano osservante ha instaurato ottime relazioni sociali anche grazie al suo ruolo di recitatore del Corano nella moschea di Benevento che frequenta abitualmente. Estroverso, affabile e garbato è benvoluto nel quartiere. Il suo desiderio è restare in Italia e aspetta di poter andare a prendere la sua famiglia - una moglie e quattro figli - per portarla qui. Non sa quando potrà accadere, in realtà, non sa nemmeno quanto ancora potrà restare.

Quando gli domando perchè è scappato dal Pakistan senza perdere il sorriso mi risponde: da noi c’è sempre la guerra.

Nel frattempo si avvicina Ahmed. Si nasconde sotto un cappellino per timidezza.

Occhi grandi e pieni di speranza per il futuro, con i suoi 20 anni è il più piccolo del gruppo. Anche lui è a Benevento dal 2015, arriva dalla Costa d’Avorio ed è già stato ospite di due centri di accoglienza: ora si trova bene ma dov’era prima, spiega, li trattavano male (uno dei centri chiusi per attività di lucro).

Ahmed a Benevento si è integrato perfettamente, parla abbastanza bene la nostra lingua e persino un pò di dialetto, sfoggia un look occidentale.

Come Kabir non ha nessuna intenzione di tornare al suo paese, vorrebbe portare qui le due sorelle più piccole rimaste da sole con la sua mamma - dopo la morte del papà durante la guerra del 2011 - a loro spedisce tutto il denaro che riesce a guadagnare per farle studiare. Nel suo paese i soldi erano sempre troppo pochi.

È un calciatore nel ruolo di attaccante, al momento è impegnato in una squadra di prima categoria della provincia ma il suo sogno è giocare nella Juventus - la sua squadra del cuore dichiara - e ridendo aggiunge “quando era nella serie A tifavo pure Benevento!”

Gli chiedo se è contento di vivere nella nostra città, mi  risponde “Andare altrove significherebbe ricominciare tutto, qui ho tanti amici che mi vogliono bene e che mi aiuterebbero se ne avessi bisogno”.

Certo capitano anche episodi spiacevoli: “qualcuno per strada mi grida di tornare al mio paese, sono parole che fanno male ma non mi importa perchè sapevo che sarebbe potuto accadere”.

Yusuf. Nigeriano, ha poco più di trent’anni ed è arrivato in Italia due anni fa. Lavora con un contratto regolare ed anche lui è in attesa del riconoscimento della protezione internazionale. Cattolico praticante porta la corona del rosario al collo e frequenta la messa ogni domenica. Solare, disponibile con tutti e volenteroso, è molto ben inserito tanto da aver aderito al progetto “Integriamoci” promosso dal Comune di Benevento per ripulire le strade cittadine. Yusuf ha molti amici e amiche e frequenta la vita sociale cittadina. Il pensiero, però, è rivolto alla moglie e alla piccola bambina lasciate in Nigeria.

Storie diverse accomunate dallo stesso grande desiderio: avere una seconda opportunità per vivere una vita dignitosa.

ALESSANDRA GOGLIANO