Un inedito diario di Giovanni Viglione sulla Grande Guerra Società

La memoria del passato è uno scrigno di valori inestimabili da custodire gelosamente nell’èra della globalizzazione e dell’indifferenza che pervade la cultura del nostro tempo. Mentre navigavo in internet per consultare pubblicazioni inerenti la Grande Guerra, destava in me un profondo interesse l’esemplare figura di un mio conterraneo. L’inattesa scoperta del diario di Giovanni Viglione, originario di Foglianise, sottufficiale della Marina Militare, mi ha spinto ulteriormente a ricercare altre informazioni.

Lo scritto inedito è balzato alla ribalta nazionale da un articolo di Silvia Bardi, nella cronaca di Arezzo, pubblicato nel quotidiano “La Nazione”. Alcuni stralci delle memorie di Giovanni, vergati con l’inchiostro nero e con una calligrafia leggibile raccontano il dramma del primo conflitto mondiale, in particolare rievocano i luoghi delle ostilità e gli effetti devastanti della guerra. I soldati rimasti illesi dalle mitragliatrici, dalle cruente battaglie, dagli indomiti atti di ardore, sono ritornati nelle loro dimore a riabbracciare le famiglie e Giovanni inizia il suo racconto autobiografico a bordo del dragamine S. Giorgio, nel novembre 1918.

La cronaca post-bellica raccontata dal marinaio “foglianesaro”, intitolata “Il Tricolore a Trieste - memoria 1918-1921”, è stata scelta da una apposita giuria, inserita nel novero degli otto finalisti al Premio Pieve Saverio Tutino 2015, giunto alla XXXI edizione. In Pieve Santo Stefano (AR), dal 18 al 20 settembre, la memoria di sconvolgenti eventi è ritornata ad essere protagonista attraverso la lettura degli indelebili manoscritti lasciati ai posteri del terzo millennio. La Commissione Lettura del Premio ha selezionato gli otto finalisti, tra gli oltre cento scritti, donati all’Archivio Diaristico Nazionale nel 2015 dai loro diretti congiunti.

La Giuria nazionale è stata composta da: Guido Barbieri, Camillo Brezzi, Natalia Gangi, Pietro Clemente, Gabriella D’Ina, Beppe Del Colle, Vittorio Dini, Patrizia Gabrielli, Paola Gallo, Antonio Gibelli, Roberta Marchetti, Melania G. Mazzucco, Annalena Monetti, Maria Rita Parsi, Sara Ragusa, Stefano Pivato, Nicola Tranfaglia. La scansione temporale delle testimonianze autobiografiche propone uno spaccato dell’Italia, che si colloca cronologicamente dallo scoppio della Grande Guerra alla Liberazione.

Il figlio di Giovanni, Giuseppe Viglione, che vive a Padova, mi ha inviato 6 pagine del diario ed altre notizie riguardanti la vita di suo padre. Giovanni nasce a Foglianise (BN), il14/01/1896, da Giuseppe e Aurora Napolitano.

Da Foglianise la famiglia si trasferisce a Cacciano di Cautano. Lascia il Sannio non ancora maggiorenne e si arruola in marina, per seguire le orme di uno zio materno Francesco Napolitano. Egli partecipa alla campagna di Libia nel 1913, poi prende parte alla prima guerra mondiale. Negli anni ’30, per due anni consecutivi presiede il territorio italiano di Tientsin, in Cina; al termine di questa missione sposa Ada Boreato di Mira (VE). Gli odi ed i nazionalismi tra le potenze europee del primo conflitto covano sotto la cenere e riesplodono dai cannoni tuonanti e dai bombardamenti degli ali maligne, per usare una metafora di Quasimodo nel secondo conflitto mondiale a cui partecipa Giovanni dal 1940 al 1943.

Egli riceve la croce di guerra per il coraggio mostrato a difesa della Patria. In un foglio inviato al Ministero della Marina appunta la navigazione durante la guerra durata 2 anni, 11 mesi e 5 giorni, mentre quella nel periodo di pace si svolge in arco temporale di 14 anni, 10 mesi e 23 giorni. Muore in Dolo (VE), il 06/04/1966. Giovanni al termine della Grande Guerra nel novembre del 1918 comincia a scrivere il suo prezioso diario, sul dragamine San Giorgio per bonificare il mare Adriatico.

A causa della tempesta marina il cacciamine non è riuscito a partire.

La suggestiva descrizione di Venezia è meravigliosa, puntualizza: “Nel bacino di San Marco esploratori Americani e Inglesi sventolano i loro vessilli, le nostre bandiere”. Il 25 novembre riporta le sue impressioni e descrive la realtà circostante: “S’intravede appena la luce, la Riva è ancora un masso incomposto e non ben definito nella sua bellezza tra l’ombra, quando molliamo gli ormeggi, divincolando il pur impaziente “S. Giorgio”, dal bellissimo arto attraente e affascinante dell’ammaliatrice Regina del Mare!”.

Nel disinnescare gli ordigni rimasti a pelo d’acqua nei ritagli di tempo con il suo stile avvincente il giovane marinaio sottolinea: “Non avevo mai oltrepassato il portentoso Piave […] Quello che faccio oggi appare alla mia mente abbacinata, il cammino di un sogno. Non mi stanco mai di guardare durante il lento navigare la martoriata pianura fino a qualche giorno fa teatro orrendo di carneficina umana. I segni della lotta furiosa sono desolatamente visibili al mio cannocchiale, insaziabile scrutatore. Paesi diroccati, campi sconvolti, boscaglie arse e abbattute, trincee abbarbicate qua e là demolite, mura annerite da incendi devastatori: sono visioni intangibili nella mia mente”.

Egli attraversa Caorle, Aquilea, Grado, scorge in lontananza “Il Carso maledetto”. Con grande orgoglio è catturato da una visione sublime: “Già a Miramar ho visto sventolare il tricolore, che ha detto alla mente dell’assoluta realtà di questo viaggio!”.

Aggiunge ancora: “Ora in alto nel bel mezzo della città pendente su una torre a guisa di campanile che giurerei esser S. Giusto, quel S. Giusto celebrato con l’anima trepidante dalla popolare canzone d’Italia, che ha già suonato con i suoi bronzi l’Inno della Redenzione sospirata, sventola una grossa e fiammeggiante bandiera d’Italia!”. Conclude il sottufficiale di Foglianise: “L’annichilimento, il torpore prodotto dal freddo glaciale è sopraffatto dalla grande realtà; lo spettacolo di Trieste Italiana schiaccia qualsiasi codardia dalla mente che rivoluzionariamente si trasforma pigliandosi arditamente l’astro orgoglioso! E con orgoglio in core e con sorriso in volto facciamo ingresso in Trieste Italiana”.

Giovanni affida il suo testamento valoriale contenuto nel diario alla sorella. Egli completa la sua opera, rimarcando “ […] Chiudo, porgendo all’amata sorella Luisa in custodia questo scritto con la preghiera di voler valutare con il suo gran cuore il tesoro d’amore ch’esso racchiude. Tienilo come pegno di fraterna stima”.

NICOLA MASTROCINQUE

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