La nuova serie B... dà i numeri Sport

La serie B 2019-2020 cambierà, nuovamente, format. Dopo gli enormi e vergognosi disagi dello scorso inizio di stagione, dove, difatti, si passò dalle 22 squadre previste dal regolamento allora vigente in cadetteria alle attuali 19, bloccando i ripescaggi delle retrocesse Ternana, ProVercelli, Novara ed Entella o delle pretendenti dalla C Siena e Catania (ripescaggi resi necessari dai fallimenti di Cesena, Bari ed Avellino), le recenti decisioni del Consiglio Federale di Lega (nonostante il fermo no dell’Aic - Assocalciatori) hanno stabilito che, a partire dal prossimo campionato, la nuova serie B prevedrà un torneo a 20 squadre. Innegabili alcuni vantaggi legati a questa formula: uno su tutti, il ritorno ad un numero pari delle contendenti, senza lo scempio del riposo forzato in ogni turno di ciascuna delle compagini in gara.

Ad ogni modo, c’è da valutare anche l’eventuale piega negativa che potrebbe derivare da questa nuova “mini-rivoluzione”: accreditatissime indiscrezioni, difatti, vedrebbero per già fatto l’accordo tra le Leghe di Serie A, B e C per una riduzione complessiva delle società partecipanti ai diversi tornei, con un ritorno della massima serie a 18 squadre, uno stesso numero di contendenti per la B e, infine, un tetto massimo di 40 team da spalmare su due gironi (il solito formato nord-sud?) in terza serie.

Qualora l’intento di questo stravolgimento fosse finalizzato ad attuare una politica di prevenzione ai fallimenti dei club, con un blocco dei ripescaggi come conseguente regola ferrea, allora l’intento che sottenderebbe a questa rivoluzione del mondo del calcio sarebbe certamente positivo e da vedere assolutamente di buon occhio.

Al contrario, invece, il timore che si sta diffondendo nell’ambiente è quello di voler circoscrivere il perimetro di chi possa entrare o meno a far parte del calcio nobile, del calcio che conta.

Una riduzione che sarebbe, dunque, da intendersi come un primo atto di una omologazione del calcio italiano alle formule già operanti in Spagna, o in gran parte degli sport “Made in USA”: l’inserimento fra i professionisti delle “formazioni-B” delle cosiddette big del calcio nostrano (cosa che, tra l’altro, è già stata anticipata in questa stagione con l’esordio della JuventusUnder23 in Serie C).

Questa novità, tutta a vantaggio delle già grandi potenze, distruggerebbe le già complicate speranze di creare un calcio competitivo in città o realtà locali di seconda o terza fascia.

Bisogna aprire gli occhi… e, soprattutto, farli aprire alle istituzioni che governano il nostro sport: istituzioni che non mancano, sempre più di frequente, di dimostrare la cecità che le contraddistingue (vedasi quanto accaduto con il prossimo scontro casalingo del nostro Benevento contro il Pescara, fissato inizialmente alle 21.00 di martedì 26 febbraio, per poi essere “trasferito” alle ore 18.00 per far spazio, in serata, all’esclusiva televisiva della semifinale di Coppa Italia prevista in concomitanza con il turno infrasettimanale di B).

Ciò cosa vorrebbe dire? Di certo meno gente sugli spalti dei nostri stadi, sempre più persone costrette a seguire i propri beniamini davanti alle TV, con un appiattimento dei campionati minori ai vizi ormai da anni imperanti nell’élite del calcio italiano ed europeo.

Tuttavia, l’ultima parola non è stata ancora scritta. La speranza è che nuove persone giuste, al posto giusto, possano lavorare per invertire questa rotta, operando per fermare questo declino e favorire una diffusione più ampia possibile dello sport più bello ed amato al mondo.

ANDREA ORLANDO