La leggenda del Noce

 

   Convinto di una derivazione da rituali longobardi è Pietro Piperno , protomedico beneventano e autore del celebre libro Della superstiziosa noce  di Benevento, del 1639, rifacimento della versione latina dal titolo De nuce maga beneventana.  

   

   Pietro Piperno

   Piperno  nel suo testo fa risalire l’origine delle streghe  beneventane al tempo dei Longobardi  e precisamente all’epoca del duca Romualdo . Secondo quanto racconta il Piperno , che a sua volta desume le notizie da una legenda di San Barbato , i Longobardi adoravano una vipera d’oro e celebravano degli strani rituali intorno ad un albero.

   Durante l’assedio dell’imperatore d’Oriente, Costante, nel 663, il duca Romualdo, che stava per soccombere, accettò l’invito del vescovo di Benevento, Barbato, ad allontanarsi dall’eresia per abbracciare la vera fede cristiana. In cambio di ciò Dio permise al duca longobardo di conservare il suo regno e di sconfiggere i bizantini. 

   Sempre secondo la leggenda di San Barbato, questi fece sradicare l’albero di noce intorno al quale i Longobardi tenevano le loro feste e proibì l’adorazione della vipera d’oro grazie alla collaborazione della duchessa Teodorada

   La preoccupazione di Piperno  è quella di dimostrare l’infondatezza della diceria che Benevento è città delle streghe. Infatti, il noce dei raduni longobardi, infestato di demoni, fu sradicato dal santo vescovo. Purtroppo, però, sia relazioni di dotti inquisitori, sia le testimonianze rese dalle streghe, facevano pensare che il mitico noce esistesse ancora e qualcuno diceva addirittura che era rinato, nello stesso posto da cui era stato estirpato per virtù diabolica. Lo stesso Piperno  localizza in una piantina, acclusa al testo italiano dell'opera, sia il simulacro della vipera longobarda, sia il noce. 

   Egli puntualizza che il noce, rinato sul medesimo luogo di quello sradicato da San Barbato, si trova a circa due miglia dalla città, non distante dalla riva meridionale del fiume Sabato , nella proprietà del nobile Francesco di Gennaro. Su questo luogo il patrizio beneventano Ottavio Bilotta  fece porre un'iscrizione che ricordasse l'opera di San Barbato. Il Piperno  però aggiunge di non essere certo se fosse proprio questo il famoso noce.

 

 

   L’albero di noce

Vicino alla città di Benevento

Vi sono due fiumi molto rinomati

Uno Sabato , l’altro Calor del vento;

Si dicono locali indemoniati,

...................................................

Un gran noce  di grandezza immensa

Germogliava d’estate e pur d’inverno;

Sotto di questa si tenea gran mensa

Da Streghe, Stregoni e diavoli d’inferno.  

 

 

   Così suona l’inizio di un poemetto popolare ottocentesco edito a Napoli  e intitolato “Storia della famosa noce  di Benevento”, raccolto da Giuseppe Cocchiara , che al noce e alle streghe  dedica un intero capitolo del suo Il paese di cuccagna.

   La fama della città, luogo del convegno di streghe , è molto antica. Se ne trovano echi in un sonetto del Fiore, poemetto allegorico del 1200, il cui protagonista dice di chiamarsi Ser Durante. Molti pensano che questo nome adombri lo stesso Dante  Alighieri .

   La trama è semplice: Ser Durante, l’amante, cerca di cogliere un fiore, simbolo del perfetto amore, da uno splendido giardino, per farne omaggio alla sua amata, Madonna Bellaccoglienza. Egli si è cavallerescamente messo al suo servizio ed ella sembra accettare la sua corte. Pare giunto il momento di cogliere il fiore che è quasi sul punto di sbocciare, quando interviene lo Schifo (cioè il pudore) ad impedirglielo.

 

   Sonetto 203: L’amante e lo Schifo.

 

Quand’i’ vidi l’offerta che facea,

del fatto mi credett’ esser certano1 :

allor sì volli al fior porre la mano,

che molto ringrassato2 mi parea.

 

Lo Schifo sopra me forte correa

dicendo: “Tra’ t’addietro3 , mal villano

che, se m’aiuti Iddio e San Germano,

i’ non son or quel ch’i’ esser solea.

 

El diavol sì ti ci ha ora menato

se mi trovasti a l’altra volta lento

or sie certan ch’i’ ti parrò cambiato.

 

Me’ ti verria4 che fossi a Benivento”.

Allora al capezzal5 m’ebbe pigliato,

e domandò chi era mi’ guarento6 .

 

   Alcuni dicono che il nome della città è usato solo per ragioni di rima, ma in verità l’autore aveva molte possibilità di scelta. Invece, è evidente la connessione tra il diavolo e Benevento. 

   Lo Schifo infatti rimprovera l’amante per essere entrato nel giardino, dicendogli che è stato portato lì dal diavolo, sarebbe stato meglio che il diavolo l’avesse portato a Benevento, luogo più consono ai trasporti diabolici. C’è già, nel sonetto, l’idea del volo diabolico associato alla nostra città. È soprattutto in epoca moderna, però, che si comincia a parlare del noce .

   Non si trattava di un noce  qualsiasi, ma di un albero particolare; addirittura secondo le testimonianze di alcune streghe  (o ritenute tali), sempreverde. Esso sorgeva in un luogo detto “ripa delle janare”, lungo il fiume Sabato , dove tali donne si bagnavano. [1]



1 Certo

2 Più grande

3 Fatti indietro

4 Sarebbe meglio

5 Al collo

6 Garante

[1] Dove fosse esattamente la ripa delle janare   non è dato sapere. Sul lato ovest delle mura di Benevento,  che era lambito dal fiume Sabato, si trovava una torre, detta Pagana,  sulla quale fu edificata una cappella, alla sommità di due rampe di scale affrontate, dedicata a San Nicola di Mira, che avrebbe operato straordinari  miracoli.. L’anonimo autore dell’Adventus Sancti Nycolai in Beneventum, testo propagandistico redatto nel 1090, descrive il luogo prossimo alla Torre Pagana dove “…aquarum abundantia sit “ e “arborum amenitas”. Cfr.Lepore, C. e Valli, R. L’Adventus di San Nicola in Benevento, in Studi Beneventani, n.7, 1998

     


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