Fede e politica, Dag Hammarskjold martire della giustizia Chiesa Cattolica

Il saggio greco Solone, del VII secolo a.C., diceva: “Per giudicare un uomo bisogna aspettare l’ultimo istante della sua vita” Partendo dalla morte di Dag Hammarskjöld possiamo valutare tutta la sua vita. Vale la pena di parlare di lui in questo confuso momento storico per il messaggio che possiamo cogliere dalla sua vita e dalla sua morte.

Circa 50 anni fa il Katanga, regione centroafricana nel sud del Congo, con un sottosuolo ricchissimo, chiede l'autonomia dal governo di Kinshasa, ma, dopo la proclamazione dell'indipendenza subisce una tremenda repressione che si trasforma in un vero e proprio genocidio.

Dag Hammarskjöld, per due mandati Segretario Generale dell’ONU, cerca di fare opera di mediazione per aiutare gli abitanti del Katanga a liberarsi dal giogo delle multinazionali con forti interessi economici in quella regione. Muore il 17 settembre 1961 in un incidente aereo che, secondo il giudizio di alcuni docenti universitari congolesi, non per caso. Il grande statista viene così ucciso perché turba il famelico egoismo dei prepotenti di turno.

Da allora quella zona non ha più ricevuto alcun sussidio dal governo centrale di Kinshasa, scivolando nella più grande miseria. Chi ha letto il diario di Dag non dubita di trovarsi davanti a un vero martire della giustizia. Dag Hammarskjöld nasce il 29 luglio 1905 a Jokping, in Svezia, da una delle famiglie più in vista del paese. Studia economia e giurisprudenza. Ricopre diversi incarichi di governo come quello di Ministro degli Esteri alla fine degli anni Quaranta.

Eletto Segretario Generale dell’Onu nel 1953 si occupa delle crisi più importanti del suo tempo: quella del Medio Oriente, quella ungherese, quella libanese. Crea la prima forza armata delle Nazioni Unite, come mezzo di pace e di controllo dinanzi ai conflitti. Sostiene i diritti delle piccole nazioni in cerca di indipendenza, si contrappone alla grandi potenze e appoggia il processo di decolonizzazione attirandosi le critiche dei Paesi occidentali. Riservatissimo.

Considera la sua vita una missione, una vocazione divina. Vive la politica con passione ma anche come “via crucis”, cosciente delle gravi responsabilità di chi si mette completamente al servizio dei più bisognosi. Scrive: «Nel mio nuovo incarico ufficiale l’uomo privato deve scomparire e il funzionario civile internazionale deve prendere il suo posto». Per non influenzare altre persone impegnate in politica, a motivo delle sue profonde convinzioni religiose, non parla mai di Dio.

Desidera essere per tutti un dono e non un peso. Non nasconde difetti e debolezze. Teme le tentazioni dell'orgoglio e dell'ambizione. Indulgente con gli altri. Estremamente esigente con se stesso. Prega per migliorare il suo carattere. Nel palazzo dell'ONU, a New York, fa ricavare la Stanza del Silenzio, un luogo in cui ogni persona, a qualunque religione appartenga, può ritirarsi in meditazione, in preghiera, alla ricerca del senso della vita: «Ciascuno di noi si porta dentro un nocciolo di quiete, circondato di silenzio.

Il tema del silenzio ritorna sovente nei suoi scritti: «Chiedo l’assurdo: che la vita abbia un senso. Mi batto per l’impossibile: che la mia vita ottenga un senso». E scopre che il senso della vita sta nel “donarla”. Giunto ad una posizione sociale invidiabile, non cerca soddisfazione nel successo personale ma nella silenziosa ricerca di ciò che è essenziale nella vita: vivere di una fede non sbandierata ma profonda, concretizzata nella ricerca del bene di tutto l'uomo e di tutti gli uomini.

Destino di un diplomatico che attiva tanti canali per tessere la pace e crea ponti per favorire il dialogo. Sempre “super partes” ma vulnerabile perché non ha le spalle coperte dai “partigiani”. Dag cade vittima delle oscure trame di chi ha tutto l'interesse perché il Katanga non arrivi all'autonomia. Martire della giustizia cercata nella pace che per lui non è un'astrazione, ma si concretizza in una persona: «Cristo, nostra pace» (Efesini, 2,14). Gli è conferito postumo il Premio Nobel per la pace, per la sua tenace e coraggiosa attività umanitaria.

PASQUALE MARIA MAINOLFI