Giuseppe Moscati, il medico beneventano che curava con tutto il cuore Chiesa Cattolica

La porta dello studio si aprì con un cigolio. Il giovane uomo al di là della soglia aveva la testa bassa, le mani consumate dal lavoro e la rassegnazione di chi teme di aver già perso.  Giuseppe Moscati lo osservò un istante, poi gli fece cenno di avanzare e sedersi. Niente formalità: erano un medico e un paziente, due esseri umani che conoscevano il peso della sofferenza.  

Moscati non era un sanitario comune. Non si limitava a diagnosticare e prescrivere rimedi.  Accoglieva, ascoltava, comprendeva. Era il dottore dei poveri. Non chiedeva nulla in cambio, se non la possibilità di servire il prossimo.  
Giuseppe Moscati nacque il 25 luglio 1880 a Benevento, in una famiglia agiata e colta. Il padre, Francesco, presidente del Tribunale locale, gli inculcò un forte senso di giustizia e altruismo.  

Trascorse l’infanzia tra le vie della città sannita, respirando l’atmosfera di una terra ricca di tradizioni e cultura. Dopo il trasferimento della famiglia a Napoli, il giovane Moscati si immerse negli studi, laureandosi in Medicina e Chirurgia presso l’ateneo Federico II. Cominciò subito a lavorare all’Ospedale degli Incurabili, un luogo che ne segnò la carriera e l’esistenza. Qui, tra stanzoni affollati di dolore e speranza, si forgiò il professionista che avrebbe cambiato il concetto stesso di cura.  

Di statura media, portamento signorile, aveva un volto che trasmetteva serenità. Lo sguardo, penetrante e attento, scrutava l’anima di chiunque entrasse nel suo ambulatorio. Ubicato, nel cuore vivo del capoluogo campano, in Via Cisterna dell’Olio, era un porto sicuro per tutti. Famoso per non chiedere mai compensi ai più indigenti, spesso lasciava monete sotto la ricetta, per consentire ai pazienti di accedere ai trattamenti necessari. Non faceva distinzione tra ricchi e poveri: accoglieva tutti con lo stesso calore.  

Tanti gli aneddoti che si ricordano intorno alla sua figura. Alcuni particolarmente toccanti.

Napoli, 1915. Le vie erano percorse da un diffuso senso di incertezza. La Prima Guerra Mondiale aveva lasciato segni profondi e la povertà dilagava. Nei quartieri popolari si lottava per sopravvivere, e la malattia era spesso una sentenza senza appello.  

Era una giornata afosa, l’aria pesante avvolgeva ogni anfratto. Nell’ambulatorio, la fila dei pazienti si allungava fino alla strada. Un’anziana, curva sotto il peso degli anni e della malattia, attendeva il proprio turno con espressione smarrita e distante.  

Quando finalmente entrò, Moscati la accolse con un sorriso. Dopo averla visitata, compilò “la carta” per il farmacista e gliela porse. Lei abbassò il capo, imbarazzata.  

 “Dottore, io non ho denaro per comprare le medicine…” sussurrò. Giuseppe le prese la mano con dolcezza. “Non vi preoccupate, madre, – disse- Queste basteranno. E ora andate, che la salute vi aspetta.”  Con un rapido gesto aveva aggiunto delle monete alla prescrizione. La poveretta uscì trattenendo a stento le lacrime, stringendo quel foglio come un tesoro. Per Moscati, la scienza medica era amore, servizio, fede. Nello studio, accanto alla scrivania, c’era un vecchio cappello, su cui spiccava una scritta semplice e potente: “Chi ha, metta. Chi non ha, prenda”. Una frase che racchiudeva la filosofia di Moscati: l’assistenza sanitaria doveva /deve essere un diritto per tutti, non un privilegio di pochi.  

Il tempo passava e la notorietà non si spegneva. Oltre che donare carità, Giuseppe Moscati era anche un brillante ricercatore. Credeva nel progresso della scienza. Fu tra i primi in Italia a studiare l’uso dell’insulina per il diabete.  Instancabile testimone di bene, secondo lui la medicina era fatta di occhi da guardare, voci da ascoltare, mani da stringere.  E non esisteva riposo perché sapeva che la sofferenza non conosce tregua. Era il primo ad arrivare, l’ultimo a lasciare il nosocomio, spesso sacrificando il suo stesso benessere. Così, il 12 aprile 1927 il dottor Moscati, che aveva dedicato l’intera vita agli altri, si spense improvvisamente, per arresto cardiaco, a soli 46 anni. Lasciò un vuoto che i pazienti avrebbero sentito per sempre.

Dopo la scomparsa, avvenne l’inimmaginabile. Si raccontava di guarigioni inspiegabili, di malati che dopo aver pregato davanti alla sua effigie, si ristabilivano. Le testimonianze di miracoli si moltiplicarono, e la vicenda arrivò fino alle stanze del Vaticano. Nel 1975 Papa Paolo VI ne riconobbe la straordinaria dedizione e lo dichiarò beato. Successivamente, il 25 ottobre 1987 Giovanni Paolo II lo proclamò santo davanti a migliaia di fedeli. La Chiesa lo ricorda il 12 aprile, giorno del ritorno alla casa del Padre. Invece a Napoli e ad Amalfi-Cava de' Tirreni si commemora anche il 16 novembre, data legata alla beatificazione. 

E ora, gentili lettrici e lettori, riflettiamo per un istante su ciò che distingue un medico da un altro. Giuseppe Moscati scelse di conoscere i pazienti come persone, prima ancora di considerarli casi da analizzare. Certo, non ha scritto trattati scientifici rivoluzionari, ma ha lasciato qualcosa di più grande: il ricordo di una mano tesa, di un gesto silenzioso, di un farmaco che dava sollievo anche allo spirito. 

Pensiamo a quel cappello sul tavolo. Una lezione che trascende la professione medica. E ci insegna che la prima terapia è l’umanità, accompagnata da rispetto e responsabilità.  

Forse per questo, ancora adesso il suo nome risuona nelle strutture sanitarie che ne hanno portato avanti la missione. La Clinica Moscati di Benevento, attualmente non più operativa, per anni ha rappresentato un punto di riferimento per la sanità locale. 

Allo stesso modo, l’Azienda Ospedaliera San Giuseppe Moscati di Avellino è un simbolo della sua eredità professionale e umana.  

E nel silenzio di un reparto ospedaliero, nella corsia di un pronto soccorso o nelle mani attente di uno specialista che visita un paziente, Moscati continua a esistere. Perché in questi tempi, più che mai, il settore della salute pubblica ha bisogno di operatori che non vedano solo numeri e diagnosi, ma persone, esperienze, vite da proteggere. Lasciamo che la storia di questa carismatica figura ci parli.

Che cosa di Moscati continua a vivere nei medici di oggi?

LUCIA CARUSO