Altro che privacy... Siamo sempre più spiati! Cronaca

Un anno fa, in Islanda, sei deputati andarono a bere in un bar. Non è l’inizio di una barzelletta, ma un fatto di cronaca che a suo tempo suscitò un vespaio di polemiche. I sei parlamentari, infatti, complice qualche bicchiere di troppo mandato giù per rendere più sopportabile il freddo, si abbandonarono ad una serie di commenti sessisti sulle loro colleghe. Fin qui, niente di così eclatante. Fatto sta che in quel bar era presente una donna che, avendo riconosciuto i sei, filmò con il cellulare la conversazione e poi la pubblicò in rete.

L’Islanda, come tutti i paesi del nord Europa, prende molto sul serio la parità di diritti ed è uno tra gli stati al mondo con la più alta percentuale di donne in posizioni di rilievo, sia in ambito pubblico che privato. Quei sei deputati, eletti in Parlamento con i voti degli uomini e delle donne residenti nell’isola, colti mentre si scatenavano in battute triviali sul gentil sesso, provocarono un‘ondata d‘indignazione nell‘opinione pubblica.

Una nazione civile ed attenta alle pari opportunità ha scoperto così di celare nel profondo pensieri che si ritenevano ormai appartenere solamente ad individui meno progrediti e residenti a sud del circolo polare artico. Per la cronaca, nessuno dei sei deputati è stato poi costretto a dare le dimissioni in seguito allo scandalo, anzi qualcuno ha lamentato una violazione della privacy per quel filmato realizzato a sua insaputa e poi diffuso su internet.

E qui sta il cuore del problema: si può ancora parlare di privacy in un momento in cui chiunque di noi può essere filmato in ogni luogo senza rendersene conto? Non mi riferisco alle telecamere, palesi o nascoste, che si trovano ormai ovunque, anche se sarebbe utile affrontare un dibattito anche sull’argomento. Il diritto alla privacy e quello alla sicurezza si scontrano costantemente; in certi casi il primo prevale, in altri è obbligato a cedere, poi vi sono quelle situazioni in cui ancora non è chiaro chi dei due debba avere la meglio.

Nessuno metterebbe in dubbio la necessità delle telecamere in una banca, così come nessuno potrebbe pretendere che siano presenti nelle toilette o negli spogliatoi. Ma c’è tutta una gamma di situazioni intermedie dove non è facile stabilire quale sia il limite da non superare. Le telecamere sul luogo di lavoro per dipendenti pubblici sono giuste oppure no? E negli asili e nelle case di riposo per anziani, dove sempre più spesso si scoprono violenze ai danni dei più deboli?
Ma la vera minaccia alla privacy di ciascuno di noi non sta negli occhi elettronici sopra le nostre teste o dietro le nostre spalle, bensì in quelli all’interno delle nostre tasche. Ogni uomo, donna, anziano o adolescente (e finanche molti bambini, ammettiamolo) dispone di uno smartphone che è potenzialmente una telecamera. Dunque non esiste più un luogo dove possiamo dirci al sicuro da occhi indiscreti, perché chiunque intorno a noi potrebbe filmarci o anche solo registrare la nostra voce e, con estrema facilità, diffondere audio e video pubblicamente.

Non un grande fratello, come paventava Orwell, ma tanti inesorabili piccoli fratelli. È dunque finita l’era in cui bar e osterie erano una terra di nessuno dove si poteva parlare a cuore aperto, sfogando anche i più bassi istinti e le frustrazioni represse di fronte agli amici più fidati. Oggi una barzelletta sporca o un apprezzamento volgare possono costare il posto di lavoro o una carica pubblica.

Non possiamo dirci al sicuro neanche tra le mura di casa, poiché anche il proprio partner o i parenti stretti possono riprenderci a nostra insaputa. Su Twitch, piattaforma che pubblica filmati girati dagli utenti di videogame, c’è una sezione dedicata a quei video, realizzati all’insaputa dei diretti interessati, che mostrano furibondi scoppi d’ira di chi perde al suo gioco preferito. E sono tutti girati e diffusi da fratelli, sorelle, fidanzati, coinquilini, genitori o figli.
Dunque, come in tempo di guerra, ci converrebbe affiggere sui muri delle strade dei manifesti con la scritta “Taci, il web ti ascolta. E ti vede anche”.

CARLO DELASSO