Il Covid-19 non perdona. Sì alla vaccinazione Cronaca

Negli ultimi tempi c’è stato un vero e proprio allentamento nelle misure precauzionali che ognuno di noi dovrebbe continuare a adottare per evitare il contagio da Covid-19. Tutto ciò mentre giungono notizie non rassicuranti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e dall’Agenzia europea per i medicinali (Ema) che parlano di mezzo milione di morti in Europa da qui a febbraio. L’attuale ritmo di contagi nei 53 Paesi della regione europea suscita forte preoccupazione, come ha sottolineato il direttore per l’Europa dell’Oms, Hans Kluge.

Si parla di quarta ondata della pandemia, ma questo non sembra interessare molto a tutti coloro che allo stadio, nelle chiese e in altri luoghi pubblici con assembramenti inevitabili fanno del corretto uso della mascherina e del distanziamento interpersonale un optional. Mentre ora si sta correndo verso l’inevitabile terza dose addizionale per soggetti trapiantati e immunodepressi, circa tre milioni di persone caratterizzate da una risposta immunitaria compromessa a causa della patologia che li ha costretti all’intervento o ai trattamenti farmacologici cui sono sottoposti.

La terza dose booster (o richiamo) di vaccino verrà invece somministrata dopo un preciso arco di tempo (almeno sei mesi dopo la seconda iniezione) per richiamare gli anticorpi anticovid mantenendo o ripristinando un adeguato livello di risposta immunitaria, e sarà destinata alle popolazioni “connotate da un alto rischio, per condizioni di fragilità che si associano allo sviluppo di malattia grave, o addirittura fatale, o per esposizione professionale” (Fonte: ministero della salute). Il riferimento quindi è agli anziani, ai residenti delle Rsa e al personale sanitario, ma a partire da ottobre anche gli over 60 sono stati inseriti tra le categorie che possono accedere alla dose booster.

Ai negazionisti o a quelli che manifestano perché il rimedio (vaccino) sarebbe peggiore del male (coronavirus) andrebbe fatto loro comprendere che il Sars-Cov-2 è una patologia sistemica che, dunque, nelle vie respiratorie (e quindi anche dal naso, lo ricordino i portatori della mascherina a metà bocca) trova il portone d’ingresso più immediato nell’organismo umano, ma a partire da lì si spinge ben oltre. Da studi compiuti dal San Raffaele sono emerse evidenze dagli esami autoptici devastanti sul piano clinico: polmoni che in pratica non esistevano più, come sciolti nell’acido. Poi si è capito che il problema non fosse solo il virus in sé, ma anche la risposta citochinica, su cui si doveva intervenire per risolvere i fenomeni trombotici innescati dal Sars-Cov-2, dovuti anche alla speciale affinità per le cellule che rivestono i vasi sanguigni, tanto da facilitare l’invasione di tutti i distretti del corpo. Anche questo è un risultato della ricerca che è andata avanti nel tempo, in modo rapido, in presenza di un virus così nuovo, e che difficilmente si sarebbe potuto ottenere prima. A livello globale, la straordinarietà della pandemia è evidenziata soprattutto dagli oltre dodicimila studi pubblicati in tre mesi: qualcosa di mai visto nella storia della ricerca scientifica. Per non parlare poi di un vaccino sintetizzato in otto mesi. Un risultato unico, reso possibile dalla collaborazione internazionale, dovuta in larghissima parte, checché se ne dica, all’azione di promozione e condivisione delle risorse globali che ha caratterizzato subito l’intervento dell’Oms.

Un 3-5 per cento fisiologico di no vax ci sarà sempre, ma si può lavorare sulle nuove generazioni per evitare che la percentuale aumenti e, se possibile, fare in modo che si riduca o, comunque, riportarla alla ragione e al dialogo. Per fare questo bisogna insegnare che cosa sia la scienza, quale sia il suo linguaggio e in che cosa consista la prevenzione già nella scuola dell’obbligo. Si educano oggi i più giovani alla conoscenza e allo sviluppo di un pensiero, per avere adulti competenti domani. Certo, ci vogliono tempo e visione: era già tutto pronto a inizio 2017, ma l’allora ministra della pubblica istruzione, Valeria Fedeli, si rifiutò di introdurre il cambiamento nel curriculum nazionale.

GIANCARLO SCARAMUZZO