Università, cambiano le regole: nuovo accesso alla facoltà di Medicina Cronaca

Dal momento in cui scriviamo, lunedì 23 giugno, cambiano le modalità d’accesso alla facoltà di medicina e chirurgia. Le iscrizioni libere a tutti al primo semestre infatti si aprono il 23 giugno e si chiudono alle ore 17 del 25 luglio, versando un contributo forfettario di 250 euro. Bisognerà andare sul portale Universitaly indicando dieci sedi di preferenza e i corsi affini nel caso in cui non si superassero le prove di selezione. Attenzione a non confondere l’iscrizione con l’immatricolazione: la prima è al semestre filtro, l’immatricolazione ci sarà solo dopo il superamento degli esami. Non scompare il test di sbarramento, è solo spostato all’inizio del secondo semestre e resta il numero chiuso.

Ci saranno tre prove scritte obbligatorie: chimica e propedeutica biochimica, fisica, biologia. Tre giorni or sono il Mur ha pubblicato il decreto con le date degli esami di profitto di fine semestre: primo appello il 20 novembre alle ore 11; il secondo appello il 10 dicembre, stesso orario. Prove in contemporanea a livello nazionale: 45 minuti a disposizione per 31 domande (15 a risposta multipla e 16 a inserimento). Il punteggio massimo sarà di 30 trentesimi per ogni prova più un punto per la lode, per un massimo ottenibile di 93 punti. Per superare l’esame servirà almeno un 18/30. Ogni esame potrà essere ripetuto fino a 2 volte. La graduatoria nazionale sarà formata sommando i punteggi dei tre scritti e chi entrerà in graduatoria potrà accedere al secondo semestre di medicina. Gli altri potranno scegliere corsi di laurea affini conservando i crediti acquisiti per biotecnologie, scienze biologiche, scienze zootecniche e tecnologie delle produzioni animali, la magistrale a ciclo unico in farmacia e farmacia industriale, alcuni corsi delle professioni sanitarie con un basso rapporto iscritti/posti disponibili. Per superare con successo la selezione non sarà sufficiente raggiungere un certo punteggio, ma occorrerà fare meglio degli altri candidati.

Un passo indietro ora per capire come si sia giunti a tanto. Fino alla “Legge Misasi” (o legge n. 1 del 20 gennaio 1969), che prevedeva l’apertura a tutti i diplomati dell’istruzione universitaria e la liberalizzazione dei piani di studio sull’onda della contestazione sessantottina, solo chi proveniva dal liceo classico o scientifico poteva iscriversi alla facoltà di medicina e chirurgia. Chi ha vissuto gli anni Settanta al policlinico di Napoli sa cosa accadeva. Al primo anno e dopo la ripartizione in gruppi, in cinquecento ci si accalcava nell’aula per poter seguire i corsi di chimica e propedeutica biochimica, gli esami in caso di bocciatura potevano essere ripetuti il mese successivo, la frequenza non era più obbligatoria, esisteva la figura dello  studente lavoratore, l’esame di microbiologia veniva tentato dalla sorte (si estraeva da un bussolotto una delle 60 tesine o domande), esisteva il piano di studio a scelta dello studente, ma soprattutto ci fu un bum di iscritti tanto che si iniziò a parlare di disoccupazione per i camici bianchi. Dopo circa un ventennio si corse ai ripari.

Il numero chiuso fu introdotto da una legge del 1999 promossa dall’allora ministro dell’università e della ricerca Ortensio Zecchino, governo D’Alema. La norma stabiliva un principio sacrosanto: gli accessi alla facoltà di medicina e chirurgia devono essere commisurati alla disponibilità di aule, docenti, laboratori, nonché alle reali possibilità di tirocinio e partecipazione degli studenti alle attività formative obbligatorie. Le ragioni alla base della legge: garantire ai futuri medici la formazione migliore possibile e sfornare un numero di professionisti che sia proporzionato alle reali necessità di cura. Negli anni Settanta il rischio di formare un esercito di disoccupati era reale, ed è lo stesso che si ripropone oggi di fronte a una crescita spropositata degli accessi. La politica, come ben sappiamo, è fatta di proclami a effetto e buoni comunicatori. Luigi Di Maio, per magnificare il provvedimento del reddito di cittadinanza, dal balcone diede l’annuncio che si era sconfitta la povertà. C’è un’emergenza medici negli ospedali? Aboliamo il numero chiuso alla facoltà di medicina. Facciamo felici gli aspiranti studenti universitari e andiamo incontro alle aspettative delle  convinzioni di gran parte dell’opinione pubblica.

Il 24 aprile 2024, il Comitato ristretto della Commissione istruzione del Senato votava all’unanimità una proposta di legge che faceva esultare il ministro Matteo Salvini: «Grande soddisfazione per lo stop al numero chiuso a medicina, una storica battaglia della Lega che sta finalmente andando avanti in Commissione istruzione al Senato. Dalle parole ai fatti!». Le neuroscienze hanno già dimostrato che se anche sappiamo riconoscere le informazioni false, queste possono comunque radicarsi nella memoria e creare falsi ricordi, capaci di influenzare convinzioni e comportamenti.

La verità è che il problema della carenza di particolari specialità mediche non è stato il numero limitato di accessi alla facoltà di medicina e chirurgia, ma quel che è successo dopo la laurea. Si chiama, lo ricordiamo, «imbuto formativo». Un documento della Conferenza Stato-Regioni del 21 giugno 2018 chiarisce l’errore ripetutosi negli anni: «Per l’anno accademico 2017-2018 il fabbisogno stimato di medici è pari a 8569 unità, mentre le risorse disponibili per il medesimo anno consentono il finanziamento a carico del bilancio dello Stato di 6200 contratti di formazione specialistica, con una differenza di 2369 unità. Il significativo scostamento tra l’esigenza di medici e quello che può essere concretamente soddisfatto con le risorse statali si è registrato anche negli anni accademici precedenti. Il fenomeno è destinato a produrre una carenza di medici specializzati per il Servizio sanitario nazionale».

Con buona pace dei soloni quindi il motivo principale della mancanza di medici ospedalieri non è dovuto a un basso numero di laureati in medicina, bensì all’alto numero di neolaureati escluso dalle scuole di specializzazione per motivi prettamente economici, considerato che per ogni specializzando lo Stato deve investire, lo sottolineiamo, da 102mila a 128mila euro.

La politica, lo ribadiamo, pensa all’immediato, a riscuotere consensi in termini elettoralistici. In che cosa erano impegnati i governi Berlusconi 2, Berlusconi 3, Prodi 2, Berlusconi 4, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte 1 quando il 27 settembre 2011, il sindacato che rappresenta i dirigenti medici e sanitari (Anaao Assomed) rende pubblico uno studio drammaticamente profetico, dal titolo: Specialisti, allarme rosso nel 2021? Gli effetti dell’esodo pensionistico e il numero insufficiente di posti nelle scuole di specializzazione produrranno entro dieci anni un buco d’organico di 30mila medici ospedalieri.

Concludendo, non possiamo tornare indietro e cambiare l’inizio, ma possiamo iniziare da dove siamo e cambiare il finale se i cittadini decidono, con il loro voto, che il diritto a un’assistenza degna di questo nome, quello sancito dall’art. 32 della Costituzione, deve tornare in cima alle priorità dell’agenda politica.

GIANCARLO SCARAMUZZO

giancarloscaramuzzo@libero.it