'A mossa non arrivò a Benevento Cultura

Dalle parole nascono i pensieri, dai gesti qualcosa di più. Qui, a leggere il titolo, viene in mente la più osé delle esibizioni di femminilità, ’a mossa, che si dice sia nata nei cafè chantant napoletani ai primi del Novecento sulla scia del can-can parigino del Moulin Rouge e delle Folies Bergère. Immancabilmente invocata nel Salone Margherita, il piccolo teatro sottostante alla Galleria Umberto I, veniva concessa dalle sciantose solo al termine dello spettacolo, appena le signore si avviavano ai tavolini della caffetteria, attratte da sfogliatelle, babà e cremosi ministeriali al cioccolato fondente. Replicata in forme sempre più volgari fino agli Anni Sessanta, ’a mossa ispirò nel 1970 il film Ninì Tirabusciò del regista Marcello Fondato, con Monica Vitti che fece credere di averla inventata lei. L’aveva invece interpretata con tanta eleganza da non fare lo stesso effetto. Quel gesto potrebbe essere arrivato da quasi tremila anni nella teatralità partenopea, ma a Benevento no.

Come espressione verbale ’a mossa non scandalizza nessuno. Quando però si traduce in esibizione allusiva le cose cambiano, e le reazioni si diversificano. Il solo immaginarla fa immergere nel conflitto tra correttezza e indecenza, tra sacro e profano, perché una cosa è avventurarsi in privato tra le onde virtuali dei social, altro sarebbe esibirla fisicamente in pubblico. Una ipotesi sulla sua origine antichissima mi fu suggerita da un incontro con Jean-Pierre Vernant, grande studioso francese di storia delle religioni.

Mi trovavo in un ambiente di rigorosa serietà, un Congresso Nazionale di Direttori dei Musei d’Italia tenutosi a Bergamo molti anni fa. Lo studioso sedeva appartato, ossequiato a distanza per non distrarlo dagli appunti che annotava su foglietti di carta celeste. Pensai che stesse ripassando il suo imminente intervento, ma notai che osservava con aria sorniona tutti quelli che uscivano o entravano in sala. Avevo letto un suo volume sui miti greci, decisi di osare. Mi avvicinai con un registratorino a cassette e con una domanda a cui solo lui poteva rispondere. Mi aspettavo un rifiuto perché lo avrei portato fuori tema, nel Congresso non si discuteva di antico ma di opere d’arte moderna dell’Accademia Carrara di Bergamo, ma l’occasione di parlargli era unica: Professore, restano documenti di riti magici praticati nella Benevento preromana?

A quella domanda lesse il mio nome e provenienza sulla piastrina da congressista che portavo sul petto, e rispose in francese: la ville de Benevento n’est pas dans la magie archaïque (qui fece una lunga pausa) ni même dans le mythe de Baubò, la sorcière exagérée, que j’ai analysé…. (la città di Benevento non c’è nella magia arcaica, neppure nel mito di Baubò, la maga esagerata, che ho analizzato…). Mi guardò per vedere come reagivo a quel nome. Cercai nella mia memoria, ma di Baubò che lui aveva definito la sorcière exagérée, la maga esagerata, niente. Jean-Pierre Vernant aveva forse voluto citare una maga leggendo che provenivo da Benevento?

Arrivato il suo turno, andò in cattedra e parlò in italiano: Attenzione, qui c’è irruzione di magia, mi provocano i nomi di Benevento e di Elio Galasso, e il dipinto cinquecentesco della ‘Medusa con Perseo’ esposto in questa Accademia bergamasca. Un mito orfico greco racconta che Persefone, figlia della dea Demetra, venne rapita. Apparve la maga Baubò che si avvicinò alla dea triste e provò a consolarla offrendole da bere. Nessun risultato! Allora la maga sostituì le parole confortevoli con uno spettacolo conturbante improvvisato, cioè preferì mostrare anziché parlare. Cosa mostrò? Si mise a danzare ancheggiando e sollevando la gonna sempre più spudoratamente fino a mostrare che era nuda. Il giovane Iacco, figlio di Demetra, scoppiò a ridere e fece ridere anche i presenti, compresa la sua angosciata mamma. Dopo di che è intervenuto Elio!

Nella sala del Congresso si voltarono tutti verso di me. Sono intervenuto io? domandai ad alta voce pieno di imbarazzo. Ma no… no… - precisò lo studioso francese, infastidito dall’equivoco - non lei caro Elio Galasso, sto parlando del dio Sole, cioè Elio per i Greci, che la maga Baubò chiamò in aiuto per ritrovare Persefone rapita. La maga sapeva che quando le parole non confortano funziona meglio la vista di qualcosa di inquietante, anche di osceno per indurre al sorriso, e che al contrario l’apparizione di qualcosa di mostruoso come il volto orrendo della Medusa può distruggere la serenità. L’intervento del dio Elio nel mito significa che ogni cambiamento porta la luce. I miti greci ci faranno riflettere per tutta l’eternità…

Lo studioso francese aveva dimostrato la potenza del mito antico. E la scena da lui raccontata della maga Baubò, che suscitò risate danzando in modo inatteso, mi fece pensare che ’a mossa potrebbe essere derivata da quel gesto osé in età preromana a Napoli, ma non nella austera Benevento sannitica.

ELIO GALASSO

Nella foto: statuine preromane in terracotta del Museo di Priene in Turchia. Raffigurano Baubò, la maga esagerata, che con la gonna sollevata scopre una figura femminile che guarda chi non dovrebbe guardarla