ANSA, REGINA LONGOBARDA. MADRE POLITICA DI BENEVENTO Cultura

Temperature in rapido cambiamento nel nuovo millennio. A Brescia trenta gradi sembravano un caldo feroce nel 2000, nessuno avrebbe immaginato i quaranta di oggi. Alcuni direttori di musei rinunciarono a partecipare alla inaugurazione della Mostra ‘Il futuro dei Longobardi’, nonostante l’intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, il 18 giugno nel Complesso Abbaziale di Santa Giulia (Fig.1). Il tema attraeva, non aspettai l’aria fresca d’autunno.

 Numerose le sale espositive, straordinarie le scoperte. Al termine, seduto sul muretto di uno dei Chiostri del Complesso Monumentale, mi chiedevo: il titolo della Mostra sembra nostalgia dei longobardi, per cosa ci sarebbero necessari? il loro futuro non siamo forse noi? Cominciai a vedere Nord e Sud Italia più simili tra loro, e meno estranea a me Brescia, capitale di un ducato longobardo per un paio di secoli, Benevento per cinque. Un’idea scivolò nella mia mente: quei cosiddetti barbari non vivevano appartati; perciò, contribuirono a rendere ‘italiani’ i vari popoli della nostra Penisola e diventarono italiani pure loro. Dovevo studiare con calma i testi pubblicati nel Catalogo della mostra, un volume di ben 560 pagine, Ediz. Skira.

 All’improvviso un tipo grassoccio in giacca e cravatta, simpaticamente goffo nell’andatura, lasciò il suo gruppo e venne a sedersi accanto a me. Non mi salutò, mi dava del ‘tu’ come se mi conoscesse, ma non lo avevo mai incontrato. Sconosciuta anche la voce con la quale inseriva intuizioni piacevoli a mo’ di cioccolatini verbali tra problemi seri.

 Provo a sintetizzarne qualcosa. La Mostra Il futuro dei Longobardi, disse, ha portata storica, qualità scientifica e novità artistiche. Chiarisce quanto sia superficiale il disprezzo per i longobardi, venuti tra noi non certo per distruggere la civiltà greco-romana antica. La rassegna valorizza quel che dobbiamo alla loro civiltà diversa dalla nostra.

 Gli diedi ragione, ammisi che nelle sale espositive mi ero già sentito un po’… longobardo. Niente di strano, precisò: se oggi parliamo dei longobardi non è per nostalgia antiquaria, è perché senza saperlo ogni mattina ci svegliamo tutti un po’ longobardi. Mentre ci guardiamo allo specchio, mentre litighiamo col traffico, mentre difendiamo con orgoglio la nostra italianità, stiamo in realtà camminando sulle tracce di un popolo che per secoli abbiamo liquidato con un’alzata di spalle. Riconosciamolo una buona volta, hanno costruito l’Italia insieme a noi. Lo ‘sconosciuto in giacca e cravatta’ aveva espresso una idea analoga alla mia!

 Ci immergemmo in tematiche intriganti, diritti e giustizia, mascolinità e femminilità (Fig.2 Figure femminili longobarde nel Tempietto di Cividale in Friuli. Dettagli), odio e amore, musica e arte figurativa, scrittura e lingue parlate, agricoltura, cibi, cucina, allevamenti, incontri con genti diverse valicando mari e montagne. Era chiaro che il mio interlocutore conosceva la vita di quei secoli come se l’avesse vista scorrere davanti ai suoi occhi. Mi disse: non è il percorso storico che mi interessa ma l’eredità che ci hanno lasciata. Condividevo le sue valutazioni, mi riconducevano a specialisti da me incontrati, ai loro studi. Chi era insomma quel ‘distinto sconosciuto’ a cui non avevo il coraggio di chiedere il nome?

 La Mostra, proseguì lui, non smonta soltanto il pregiudizio che l’arrivo del popolo germanico sia stato un colpo di scure sulla cultura classica. Qui a Brescia si vede con chiarezza quasi imbarazzante che la realtà fu un’altra: i Longobardi si innamorarono dell’antico, e con amore lo riplasmarono e orientarono diversamente. Cosa ancora più avvincente: posero le basi di ciò che oggi con orgoglio chiamiamo ‘italianità’ nell’arte, nella scrittura, nel diritto, nella vita quotidiana. Reinventarono l’eredità romana lasciando una stessa impronta in luoghi distanti tra loro. La conversione al cristianesimo aprì un cantiere creativo di grande respiro, soprattutto in architettura. Non è un caso che la Mostra si svolga nella cornice del complesso abbaziale di Santa Giulia; un luogo che, da solo, costituisce un capitolo di storia dell’arte. Attenzione però, questa Mostra guarda al futuro dicendo che il passato non è mai un museo di cera. È una materia viva, che continua a generare significati. E i Longobardi, in questo senso, sono un caso esemplare: la loro eredità non si esaurì quando il regno fu conquistato da Carlo Magno, ma continuò dentro l’impero carolingio contribuendo alla nascita di un primo spazio europeo. Il percorso espositivo restituisce infatti la vastità geografica di questa civiltà, una costellazione di luoghi che raccontano una sorprendente unità. Andiamo di nuovo nelle sale a rivedere i gioielli con alveoli di smalto riportati cloisonné su ceramiche, stucchi, affreschi. Come i bizantini, i Longobardi sapevano sagomare piccoli vuoti per inserirvi lo smalto di vetro a colori brillantissimi. Godiamoci quei gusti deliziosi!

 A proposito, perché tu che dirigi il Museo del Sannio non hai dato prestiti alla mostra? Sarebbe stato… stregonesco, magicamente beneventano, vedere le monete d’oro da te definite ‘dollari dell’Alto Medioevo’ esposte accanto alla Croce di Desiderio, un’opera eccezionale che da sola merita il viaggio fin qui. La collaborazione generosa dei musei italiani e internazionali permette di ammirare non solo capolavori incantevoli ma illustra l’ampiezza e la diffusione delle opere di arte longobarda, oggi presenti nel Mediterraneo, nei Paesi slavi, in Inghilterra, nell’America del Nord.

 Era giusto il suo rimprovero, ma non potevo dirgli che il prestito me l’avevano impedito ritardi di enti vari. Né potevo lasciarlo andar via senza chiedergli perché dialogando con me aveva definito ‘madre politica di Benevento’ la regina Ansa, moglie di Desiderio re dei longobardi. Di lei non esistono immagini in dipinti o miniature ma sapevo che Paolo Diacono, nel suo Epitaphium Ansae reginae, la descrive come “coniux pulcherrima regis”, sposa bellissima del re.

 Caro Galasso, - rispose pronunciando per la prima volta il mio cognome, a conferma che mi conosceva bene - Ansa aristocratica bresciana non poteva occuparsi solo della sua città originaria. I territori sottoposti al governo dei due sovrani erano tanti, in Italia e fuori: quello della capitale Pavia e di Cividale (passando per Milano e Verona, Castelseprio, Como e Sirmione) fino a Spoleto e a Benevento, San Vincenzo al Volturno e Montecassino, dalla Venezia alla Tuscia, alla Campania, non dimenticando i grandi spazi contigui o quelli più lontani dell’Italia bizantina, con Ravenna da un lato, e in particolare la Rezia dall’altro al di là delle Alpi (Fig. 3). Mi sorprende che a Benevento la regina Ansa sia ignorata, considerata una donna qualsiasi impegnata soltanto nel privato. Pensa alla prosperità economica e culturale del regno longobardo. Le monete a cui ho accennato prima erano strumenti politici ed economici di un regno in cui circolava l’oro quando i Carolingi erano ancora ristretti a una monetazione d’argento. La regina Ansa gestiva strategicamente quei valori, era una conduttrice energica, molto più decisionista del marito. Hai sentito bene, decisionista! Le fonti d’epoca concordano nel mostrarla la figura più influente nella corte longobarda nell’VIII secolo. Non era una semplice first lady vestita alla moda, interveniva nelle decisioni di interessi religiosi e territoriali. Una madre politica, appunto.

 Guardiamoci intorno, continuò approfondendo. Ansa volle nel 753 questo monastero di Santa Giulia e da centro religioso lo trasformò in un organismo di potere. La rete dei monasteri collegati diventò una sorta di federazione sotto il suo diretto controllo, con la figlia Anselperga come badessa generale. Una mossa chiaramente politica. Durante il regno di Desiderio (756–774), Ansa fu una presenza costante. Era lei l’autorità suprema quando suo marito si assentava e… quando lui c’era.

 Tra l’altro curava alleanze dinastiche, combinava matrimoni e consolidava il regno ogni volta che tensioni interne ed esterne lo indebolivano. Favorì il matrimonio tra la figlia Adelperga e Arechi II Duca di Benevento, nella prospettiva che venissero eletti re e regina sul trono di Pavia per mantenere l’unità longobarda nord-sud. Il crollo avvenne quando non fu lei a decidere. Diede la figlia Ermengarda in moglie a Carlo Magno, che però la ripudiò nel giro di un anno essendosi alleato col pontefice. L’imperatore mirava alla conquista della Penisola. Senza dare ascolto ad Ansa, re Desiderio marciò con l’esercito contro la Roma papale, e fu un disastro. Carlo Magno invase il regno longobardo del nord, prese la capitale Pavia, rispettò soltanto il Ducato di Benevento a sud dello Stato pontificio. Una occasione inattesa per Arechi II che, trovandosi indipendente, si autoproclamò Principe e trasferì la corte a Salerno affacciata sul Mediterraneo (Fig. 4 Il Castello di Arechi II). Una fortuna per l’italianità, che continuò a formarsi nel Sud per altri tre secoli.

 E allora, quando usciamo per strada proviamo a guardarci intorno. Dietro un campanile, dietro un nome di città, dietro un gesto quotidiano, dietro la nostra inconfondibile capacità di mescolare, reinventare, accogliere e trasformare c’è sempre un’eco longobarda che ci accompagna. I Longobardi non hanno solo trovato posto in Italia, hanno contribuito a inventarla. Ci hanno insegnato che l’identità non è un monumento statico, ma un’opera in corso, un cantiere aperto, un futuro che prende forma in continuazione. Perciò, se qualcuno ti chiederà: “Ma davvero i Longobardi hanno creato l’italianità?”, ti basteranno un sorriso e una scintilla di umorismo: No, non l’hanno creata soltanto loro, ma senza di loro sarebbe venuta molto peggio.

 Tornato a Benevento ebbi una sorpresa molto sconvolgente. Il ‘distinto sconosciuto’ mi aveva inviato nel Museo del Sannio una lettera con la sua firma: Jacques Le Goff (Fig. 5). Era stato il suo corpo massiccio o il mio… inconscio a farmelo definire “simpaticamente goffo nell’andatura”? Senza saperlo, a Brescia avevo conversato con uno dei più grandi medievalisti viventi, direi il più grande.

 Ne avevo letto alcune opere senza occuparmi del suo aspetto fisico. Era famoso, ma quanti lo avrebbero riconosciuto?

 In un bar sarebbero oggi irriconoscibili anche i famosissimi Cristoforo Colombo, William Shakespeare, Galileo Galilei, Maria Antonietta di Francia inconfondibile nella sua eleganza stilistica, Agatha Christie autrice di celeberrimi romanzi gialli diventati film e serie che spopolano in televisione. E perfino la prima regina d’Italia, Margherita di Savoia che ha lasciato il nome alla pizza margherita, da oltre un secolo sulla… bocca di tutti.

ELIO GALASSO


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