Donato Piperno alle prese con undicimila vergini Cultura

Una signora a un’altra: “Guarda qui, che ragazze!”. Risposta dell’altra: “Ma che vai a guardare, per me questo pittore s’intendeva di moda”. Davanti a un quadro esposto nel Museo del Sannio non erano del tutto fuori strada le due signore, che però non capivano la scena con Sant’Orsola e le Pie Vergini dipinta su una grande tavola lignea, più di tre metri di altezza e due di larghezza. Troppo vicine alle figure in primo piano, la Santa al centro, quella a destra con in mano una palma simbolo di martirio, non alzavano lo sguardo verso gli angeli che in volo suonano strumenti a corda attorno al Cristo.

Per andare oltre quello che richiama a prima vista bisogna guardare il quadro a lungo. Fu dipinto nel 1597 da Donato Piperno per la Chiesa di Santa Sofia, poi è passato al Museo. Quattro secoli di presenza nel centro della città non lo hanno reso notissimo. Colpa del committente, sostengono alcuni, perché scelse un tema trattato da grandi artisti ma sconosciuto a Benevento, o colpa forse della impertinenza con cui l’autore interpretò la leggenda di Sant’Orsola rendendo protagoniste le sue giovani compagne. Il Tintoretto le aveva invece collocate sullo sfondo mentre Giovanni Bellini aveva raffigurato la Santa in posa ieratica.

Ma gli artisti sono persone come tutti. Piperno, per esempio, può apparire perfino ingenuo. Tempo fa scoprii negli archivi storici del Museo una lettera autografa in cui confessa una distrazione di mestiere impensabile in un esperto manierista raffaellesco quale lui era. Abitava nel Triggio, si procurava lunghi listoni di legno, li tirava su uno per uno da una finestra affacciata in chissà quale vicolo, li assemblava formando tavole rettangolari e dipingeva maestose composizioni che avrebbero poi dominato dall’alto degli altari come sceneggiature teatrali. Ma quella volta, dopo aver completato un dipinto, s’era accorto che aveva costruito una tavola troppo larga, non sarebbe uscita dalla finestra! Doveva ridurla e rifare daccapo il quadro, oppure fare la figuraccia di chiedere al Comune il permesso di allargare il varco sfondando il muro esterno di casa. Gli andò bene, ogni anno dipingeva il gonfalone civico per fiere e mercati, in fondo era il più importante artista attivo a Benevento. Anzi forse era proprio beneventano, anche se il suo cognome rimanda agli ebrei cattolicizzati che emigravano da Piperno, oggi Priverno in provincia di Latina.

Affrontò con originalità il tema di Sant’Orsola, martirizzata nel quarto secolo. Secondo una leggenda diffusa sei secoli dopo per affermare il valore cristiano della castità, era una principessa britannica consacratasi a Dio, ma quando un principe pagano la chiese in sposa accettò, a patto che lui si convertisse. Nell’attesa, coinvolse undicimila ragazze vergini come lei in un pellegrinaggio a Roma. Sulla via del ritorno, furono catturate dal barbaro re Attila che scelse lei per sé lasciando le compagne ai soldati. Totale il rifiuto, le undicimila vergini furono trucidate di spada, Orsola bersagliata da frecce. Nel dipinto una freccia le trafigge il cuore.

A volte però bisogna cambiare le coordinate mentali con cui osserviamo un quadro. Qui soldati assassini non ce ne sono, non c’è sofferenza. In un carosello di sperimentazione artistica irrompe il desiderio di Donato Piperno di affidare all’eternità l’impronta del proprio talento. La sua idea di bellezza valorizza i corpi, modellandoli in abiti a tinte delicate, eleganti pellicce e mantelli, raffinate acconciature, ori e gioielli. Soprattutto in certe movenze femminili che sorprendono non poco.

ELIO GALASSO