I SANNITI, una civiltà rimossa che chiede ascolto Cultura

La presentazione del volume I Sanniti, di Ennio Chicchiello, svoltasi nei giorni scorsi a San Lorenzo Maggiore, ha offerto l’occasione per una riflessione che supera il perimetro di un singolo territorio. In gioco non vi è soltanto un libro di ricostruzione storica, ma una questione più ampia: il modo in cui l’Italia continua a interrogare – o a rimuovere – una parte decisiva della propria identità antica.

Il lavoro di Chicchiello si colloca lungo una linea di ricerca chiara: sottrarre i Sanniti a una narrazione riduttiva che li ha spesso confinati nel ruolo di antagonisti di Roma, per restituirli alla loro piena statura storica. Ne emerge il profilo di una civiltà articolata, dotata di una solida coscienza comunitaria, di forme avanzate di organizzazione sociale e di un rapporto strutturale con il territorio, inteso non come semplice spazio fisico, ma come elemento costitutivo dell’identità collettiva.

La prefazione di Cosimo Formichella accompagna con efficacia questo percorso, richiamando l’attenzione su una delle rimozioni più persistenti della storiografia italiana: la difficoltà di riconoscere alle civiltà preromane un ruolo non ancillare, ma fondativo. I Sanniti, osserva Formichella, non furono un episodio laterale della storia antica; rappresentarono invece una delle matrici attraverso cui si formò l’Italia, ben prima dell’unificazione politica romana.

Particolarmente significativa è l’attenzione che il volume riserva alle strutture megalitiche del Matese meridionale. Pur modellate dalla natura, esse furono vissute e sacralizzate, prima dalle popolazioni osche e poi dai Sanniti, come luoghi di relazione simbolica tra l’uomo e il paesaggio. In queste presenze litiche si riflette una concezione del sacro non separata dall’esperienza quotidiana, ma intrecciata alla vita comunitaria e al governo dello spazio.

Accanto alla dimensione materiale, Chicchiello insiste sulla continuità linguistica come elemento decisivo di lunga durata. Tracce evidenti di una comune matrice permangono ancora oggi negli idiomi delle comunità collinari e montane del Matese, delineando un’area culturalmente omogenea, distinta da altri contesti provinciali e tenuta insieme da una storia condivisa che precede le attuali delimitazioni amministrative.


La conduzione dell’incontro, affidata a Gabriele Di Marzo, ha garantito rigore e chiarezza, evitando ogni cedimento celebrativo e mantenendo il confronto ancorato ai contenuti. Da segnalare, inoltre, le relazioni puntuali dei docenti Mirella Colangelo e Luciano Di Libero. A chiudere i lavori, l’intervento del parroco di San Lorenzo Maggiore, don Leucio Cutillo, si è imposto per il tono diretto e moralizzante, richiamando il valore della memoria come responsabilità civile e non come esercizio identitario fine a se stesso.

L’introduzione al volume, firmata da Antonello Santagata, contribuisce infine a orientare il lettore all’interno di un’opera che non pretende di offrire una sintesi definitiva, ma che si propone come strumento critico e come sollecitazione al dibattito.

Il crescente interesse civile che negli ultimi anni accompagna la riscoperta della storia dell’antico Sannio è un segnale che va colto nella sua portata più ampia. L’auspicio è che a questa rinnovata attenzione dal basso segua una più consapevole assunzione di responsabilità anche da parte delle istituzioni culturali nazionali, affinché una componente essenziale della storia italiana non resti affidata soltanto all’iniziativa dei territori, ma trovi pieno riconoscimento nel quadro della ricerca e della valorizzazione culturale del Paese.

DOMENICO ROTONDI

FOTO: TEATRO SANNITICO DI PIETRABBONDANTE

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