Il palazzo marchionale dei Marchesi Pacca Cultura

Le origini beneventane della famiglia Pacca possono essere identificate con il palazzo marchionale che, ancore oggi, sebbene solo in parte, è possibile ammirare. Costruito a ridosso di una delle porte d’accesso in città, Porta San Lorenzo, il palazzo sovrastava, insieme a quello dei Marchesi Pedicini, ad esso di fronte, la miriade di casette e sottani che per secoli hanno costituito il territorio amministrativo e religioso della Parrocchia di San Donato. 

Costituito da un unico grande corpo si estendeva dall’estremità di Corso Garibaldi, attuale Corso Dante, per un lato lungo S. Maria del Popolo, attuale Capitano Luca Mazzella e per l’altro, a ridosso delle mura longobarde, attuale via Torre della Catena, che racchiudevano due cortili di cui uno abbastanza grande ed alberato. 

Il palazzo era strutturato su tre piani in modo da essere pienamente sufficiente alle esigenze della famiglia che lo ha abitato per ben dieci generazioni. Il piano terra era costituito da due magazzini riservati al grano delle tenute rustiche e del feudo di proprietà dei marchesi e dalla cantina che poteva contenere fino a dieci botte di vino. 

Annessa al palazzo, la Cappella pubblica, raggiungibile da via Santa Maria del Popolo, non era di enormi dimensioni ma ben concepita: l’altare raffigurante la Sacra Famiglia e quattro candelabri e un crocifisso di ottone sui gradini, fissate alle mura dodici cornucopie, vasi a forma di corno decorati con fiori, si alternavano a numerosi quadri di vari santi. Al centro della Cappella, invece, pendeva un lampadario “di cristallo antico a dodici e a tre registri di fiori”. I calici d’argento e l’altro materiale sacro era custodito nell’annessa sagrestia.

Il piano superiore o “piano nobile” era costituito da due appartamenti: uno grande, esposto a mezzogiorno e l’altro di tre camere frugali, a settentrione, adattato per la servitù. L’appartamento grande sul piano sul piano nobile rappresentava, dunque, l’area della socialità: le stanze adibite alla frequentazione sociale che permettevano di ricevere parenti ed amici dello stesso rango. La natura degli oggetti era varia e nella descrizione dell’arredamento si può trovare di tutto, dal mogano al noce e al ciliegio, dalla tela alla lana e al raso, dallo zinco all’argento e all’oro, dal ferro all’ottone.

Nell’appartamento grande si accedeva da due anticamere arredate da varie consolle nere, di cui una sorreggeva un gesso a mezzo busto di re Ferdinando, tavolini da gioco, due canapè di colore giallo rivestiti di tela di cambrì e trentaquattro sedie dello stesso colore. Le stanze più belle erano quella di compagnia e la galleria, veri fiori all’occhiello del palazzo. Nella prima il camino condizionava l’arredamento; a destra e a sinistra due canestri per legna oltre ai ferri con il manico di ottone e sopra due candelabri di zinco di color bronzo. Due divani alla turca con stoffa di color celeste con fiori bianchi così come i cuscini delle sedie con girelle di ottone e una grande specchiera con cornice d’argento e d’oro trovavano ancora posto in questa camera. Davanti ai divani due tappeti di lana a fondo nero con fiori rossi in perfetta armonia con l’altro, davanti al camino, a fondo rosso con fiori neri. Un déjeuner di mogano con marmo bianco e un lampadario di ottone, sostenuto da tre catene color oro come le torciere, davano non poco valore alla camera.

Nella galleria, invece, vi era sempre stata una consolle di mogano e acero con mensola di marmo bianco con sopra uno specchio incorniciato d’argento e d’oro, due candelabri di ottone, un lume, due vasi di porcellana coperti di raso giallo, sistemati a destra e a sinistra della grande consolle, accostati alle mura laterali e tra i balconi. L’ambiente era illuminato da un lampadario di cristallo a goccia con guarnizioni di ottone dorato con ventiquattro cornucopie del valore, nel 1850, di ventiquattro ducati. Facevano ancora parte dell’appartamento grande altre cinque stanze che, man mano ci si allontanava dalla galleria, perdevano d’importanza.

Di queste solo due meritano di essere menzionate. La stanza annessa alla galleria conteneva tre divani alla turca rossi con fiori bianchi, varie sedie con cuscini della stessa stoffa dei divani e ai quattro angoli altrettanti mobili di ciliegio e ottone a zampe d’orso con sopra un candelabro a forma di statua di marmo bianco e cornucopie di ottone. I tappeti, quattro, con fondo nero e fiori rossi e il lampadario di cristallo a goccia guarnito di ottone completavano l’arredamento. Nell’altra stanza, invece, i divani erano di colore giallo e le numerose sedie di Sicilia di color turchino. Sullo stesso piano l’altro appartamento era stato sistemato per la servitù ed era costituito da tre camere arredate di tavole per stirare, letti di ferro, tavoli di pioppo e stiponi a muro contenenti la biancheria. Una tale organizzazione dello spazio domestico era perfettamente in linea con la tradizione secolare nobiliare, che decadrà solo all’inizio del secolo scorso e che sanciva una tipologia abitativa promiscua: servi e padroni abitavano sotto lo stesso tetto.

Conservata e ben tenuta in un armadio a muro era l’argenteria di famiglia: trentasei pezzi del peso di trentasette libbre, valutata nel 1850 quattrocentonovantacinque ducati. Vi facevano bella mostra anche altri oggetti come vari servizi di terraglia inglese bianchi e colorati comprendenti, tra gli altri, cinquecentoventi piatti e centoquarantaquattro bicchieri.

Questi dati forniscono lo spessore della famiglia e del suo ruolo così come gli arredi, la qualità e la quantità ne tracciano una vera e propria cultura.

Il secondo piano, invece, costituiva “l’aria privata” ed era suddivisa in due appartamenti. Il grande riservato al primogenito di ogni generazione e il piccolo, all’angolo del palazzo, di due sole camere. L’appartamento grande era costituito da un’anticamera e da otto camere. Nell’anticamera, insieme a tre divani rossi con fiori neri, trovavano posto due mezzi busti dei regnanti borbonici, mentre nella camera da letto due oli ovali ritraevano l’arcivescovo Francesco e il cardinale Bartolomeo I.

La camera da letto era quella dei segreti, non solo perché era la “maritale”, la più intima, ma perché custodiva i documenti notarili che attestavano il patrimonio. Così in uno stipetto e in uno ben più grande della camera di Compagnia il maggiore dei Pacca conservava l’archivio secolare: diciotto volumi contenenti tutti gli atti di fitto ed acquisto dei beni immobili del patrimonio. Nella camera di Compagnia vi era una consolle nera uguale a quelle del piano nobile, una scrivania, due divani di raso giallo, una poltrona di acero dello stesso colore e sei sedie di noce. In quella attigua alla camera da letto in uno dei cassetti del comò il marchese riponeva la divisa di Gentiluomo del Re delle due Sicilie che consisteva in una giamberga di castoro blu in lana ricamata a lamine d’argento dorato e foderata di rosso, una camicia di scarlatto anch’essa ricamata a lamine d’argento e la chiave in puro argento pendente da un fiocco laminato. Le atre stanze che completavano l’appartamento contenevano un altare di pioppo congradino, una cassa antica per argenti, toilette, comò, tavolini e letti di ferro.

Nell’altro appartamento, situato sullo stesso piano, occupato di solito da qualche cadetto della famiglia, degno di essere descritto era solo un orologio della Germania da tavolino con cassa di legno, ricoperto di ebano e coperto di cristallo.

Ventotto volumi, invece, costituivano la biblioteca della famiglia tra i quali si potevano consultare vari bollettini delle leggi del Regno di Napoli, molti libri a carttere pastorale o storico, di agricoltura, giuridici, in edizioni sei-settecentesche.

La famiglia, infine, usava trascorrere i mesi estivi in campagna, dapprima nel “casino” di San Vitale e successivamente, nel corso dell’Ottocento, nella “tenuta rustica” della Pace Vecchia, situata a ridosso di un colle appena fuori città, dove i suoi esponenti usavano rifugiarsi dalla eccessiva calura beneventana.

L’attuale villa dei Papi.

ANTONIO D’ARGENIO
Istituto storico per il Risorgimento - Delegazione sannita

Nella foto: Palazzo Pacca nei pressi di Porta San Lorenzo