Iside contemporanea e il segreto di Mastronunzio Cultura

Riaffiora emozionante su Facebook un video che in un Congresso dell'Associazione Nazionale Musei Locali e Istituzionali è stato riconosciuto come “unica testimonianza superstite dell’impegno politico dei Longobardi per eliminare da Benevento i culti egizi”. Il video accompagna una intervista rilasciata a Maria Ianniciello, intellettuale e giornalista di Mirabella Eclano, pochi anni dopo il mio ritiro dalla Direzione del Museo del Sannio. 

La Sezione Egizia non era stata ancora trasferita negli spazi sottostanti al Palazzo della Prefettura di proprietà della Provincia. In quegli spazi assegnati al Museo del Sannio avevo deciso di esporre, protette dalla luce naturale, una quantità di delicate Stampe, Fotografie e Grafiche modernissime. Il progetto fu avviato col nome Ar.Co.S. cioè Arte Contemporanea del Sannio.

Purtroppo, improvvisati ‘consulenti’ ne modificarono la destinazione e, senza neppure cambiare il nome Ar.Co.S., vi trasferirono l’antica Sezione Egizia. Sottratte alla Sala di Iside dove una geniale copertura trasparente le mostrava alla luce del Sole e della Luna, le sculture egizie affrontarono la luce elettrica che annullò gli sfregi subìti e le policromie variegate dei loro marmi africani.

Nel Museo restò l’Obelisco, per la sua notevole dimensione. Solitario, sembra reclamare almeno la compagnia della statua di Domiziano in veste di faraone. Le sue informazioni in scrittura geroglifica parlano dei templi perduti. 

Con la giornalista Maria Ianniciello mi soffermai sulla “unica testimonianza superstite dell’impegno politico dei Longobardi per eliminare da Benevento i culti egizi”. Il video annesso all’intervista mostra un piccolo marmo collocato su un perno girevole, in modo da poterlo osservare da entrambi i lati voltandolo con la mano come la pagina di un libro. Il suo lato anteriore conserva tracce del manto di Iside raffigurata nella cella del suo tempio in età domizianea; sul suo lato opposto si legge una epigrafe in ‘scrittura beneventana’ attestante che i Longobardi distrussero la cella isiaca e ne reimpiegarono poi i marmi nel VI secolo.    

Orribile oggi vedere che quel prezioso marmo è stato murato dai suddetti ‘consulenti’ su una parete della Sezione Ar.Co.S. con l’iscrizione longobarda non più in vista. Sarebbe tragico se, liberato dalla calce in cui è schiacciato, dovesse presentare la scritta con danni irreparabili. Urge un ripristino curato dalla competente Soprintendenza Archeologica. 

Dal caos di macerie belliche accumulate negli scantinati della Prefettura recuperai anche opere del tutto sconosciute: lance, spade, croci e altri materiali in metallo portati a Benevento dai Longobardi non ancora cattolici ma già cristianizzati. A loro volta sono documenti della immediata conversione concordata con la Chiesa Beneventana per il riconoscimento formale della loro conquista del Sud Italia, dell’inizio dello sterminio dei fedeli isiaci e dei loro patrimoni.

La questione Ar.Co.S., - dove il contemporaneo è divenuto antico - rientra nel dibattito in corso sulla istituzione di un Museo Egizio a Benevento. È un augurio da sostenere, purché si tratti appunto di un vero istituto  museale e non di una macchina per far soldi col turismo. Per definirsi tale, un museo deve avere non soltanto una sede adeguata, magari appositamente costruita, ma va affidato a museologi specializzati per promuovere studi a dimensione internazionale, incrementare le opere e provvedere alla loro manutenzione.

Della disponibilità degli spazi di Ar.Co.S. accennai ad Antonio Mastronunzio, che subito si defilò ritenendo la sede centrale del Museo del Sannio più adatta ad una Mostra delle sue tematiche. Da tempo avevo in mente l’idea di una sua Mostra, per indagare gli esiti più recenti di un universo artistico in cui, a mio avviso, si erano perse le matrici più disparate: studi di Rinascimento, la memoria di espressioni mitteleuropee, sfioramenti di avanguardie, la lezione di Mimmo Paladino - conterraneo, maestro e sostenitore di Mastronunzio -   e gli incantamenti ancestrali che anche la cultura beneventana di tanto in tanto sa evocare per reidentificarsi nella trama della creatività contemporanea.

Di qui, fra l’altro, il cortometraggio che Mario Martone   - a sua volta da me proposto del Museo del Sannio negli Anni Ottanta con le primissime ricerche di arte visiva -   presentò nel 1994 alla Mostra del Cinema di Venezia teatralizzando con riprese filmate Mastronunzio al lavoro con colta ironia e poetica curiosità. L’artista attraversava la vita con pochi gesti concessi all’abitudine e una spasmodica attenzione ai piccoli avvertimenti casuali. Il suo mondo, conosciuto col cuore inondato dalla affettività degli anni giovani e poi abbandonato, si ricomponeva nel chiuso della mente entrando in contatto con il mistero. 

La solitudine volontaria era per Antonio Mastronunzio il filtro indispensabile ad ogni relazione, in essa raccoglieva la forza di intuizioni impregnate di gioia e umana paura. In qualche autoritratto si era dipinto in modo equivoco, per non farsi riconoscere.

Ricordo ancora oggi la conversazione tenuta durante la selezione di dipinti e sculture, quando mi sembrò che fosse pervenuto alla fine dell’idea ottimistica della misurazione. Gioie e paure erano segnali della sua crisi in atto, un bisogno di sconfinare, di rompere ogni limite con chiaroscuri, pennellate corpose, tagli angolari, stacchi fra le strutture a scapito delle sequenze compositive. Replicava manufatti antiquariali con colori eccitanti tra dettagli vegetali, per indurre un approccio erotico. Sorprendeva l’uso della terracotta, materia fragile che gli consentiva di scavare con una stecca metallica, giocare con la pressione leggera delle dita, animare fate, ballerine, acrobati, elfi di consistenza precarissima.

Da riflessioni fatte nelle sale dell’archeologia romana balenò finalmente l’idea di far dialogare l’antico e il nuovo raffrontati a mo’ di specchi utilizzando il lato sud della Sala di Studio, che domina dall’alto la tettoia trasparente della Sala di Iside.

Nel 2008, in vista della inclusione del complesso monumentale sofiano nel patrimonio UNESCO, poi avvenuta nel 2011, fui incaricato di riorganizzare con criteri scientifici tutte le collezioni del Museo del Sannio stravolte nel disinteresse generale dopo il mio ritiro dalla Direzione dell’Istituto. Conclusi il lavoro creando una scenografica Veduta di Arte Contemporanea appunto nella Sala di Studio, imperniata su tre capolavori: un Totem in pietra donato da Antonio Mastronunzio, il dittico della Tagliola di Antonio Del Donno in pittura-metallo e una Testa di cavallo in bronzo di Mimmo Paladino. Presentati insieme per la prima volta con dettagliate note storico-critiche e oggetti personali aggiunti in una vetrinetta, i tre artisti beneventani offrivano una significativa lezione culturale. Purtroppo, la Sala di Studio oggi non è più aperta ai visitatori e quella lezione è stata scompaginata.    

Non ho avuto il tempo di rammaricarmene, a causa di un nuovo evento, tanto assurdo da convincermi a svelare il ‘segreto’ di Antonio Mastronunzio citato nel titolo di questo testo.    

Andavo spesso da lui, in campagna presso la confluenza dei due fiumi Sabato e Calore. Seduti davanti casa approfondivamo tematiche varie. Un giorno, il dialogo approdò al suo rapporto psicologico con l’universo femminile, un rapporto molto sofferto, condizionato dalla perdita della madre. Apparentemente innervosito cominciò ad alzarsi ogni tanto dalla sedia. Raccoglieva rametti di legno per alimentare un fuoco nascosto dietro casa, poi in casa prendeva materiali avvolti in un panno scuro e andava a gettarli in quel fuoco. Tornava a sedersi fingendo indifferenza senza mai chiedermi aiuto. 

Il bel tramonto rosa non riuscì a trattenere la mia curiosità, andai a… spiare fuoco e fumo. 

Non fu una sconvenienza, era proprio Antonio Mastronunzio che in modo subdolo invitava a spiare. Vedendomi ormai vicino continuò infatti sorridendo a bruciare quello che aveva accatastato: una quantità enorme di opere d’arte trattate come spazzatura! Ricordai Alberto Burri che alla fine degli anni ’70 a Capodimonte aggrediva con un erogatore di fiamma le sue tele per esporle annerite, ma era un intervento artistico. Mastronunzio invece distruggeva le proprie opere!

Mi avventai su un su tela dipinta, una Pianta di fantasia. Bruciandomi le mani trassi dal mucchio anche una Testa di Elfo in ceramica colorata, firmata AM sulla nuca. “Vuoi altro?” mi chiese. Non avendo alcuna possibilità di bloccarlo gli promisi che non avrei mai detto niente a nessuno. Ma lui, immerso tra gli inganni della mente: “Nemmeno tu riesci a capire, sto facendo un dispetto a me stesso, come quando sono triste e mi tormento ascoltando musica triste. Io non ho segreti, quale segreto dovresti svelare?”. 

Diventò allora un segreto soltanto per me che Antonio Mastronunzio, artista affettuoso e delicato, fosse con se stesso tanto spietato. 

Questa è l’intervista su Facebook:  https://www.facebook.com/watch/?v=361004317726181 

ELIO GALASSO