La battaglia di Canne e Benevento incubo di Annibale Cultura
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«Afris prope iam fessis caede magis quam pugna adiungit». “La strage stancò gli Africani quasi più della battaglia”, scrisse Tito Livio (Ab Urbe condita, XII.42-49). E fu poi impossibile seppellire i troppi romani uccisi, 50.000 uomini tra cui il console Lucio Emilio Paolo.
Polibio di Megalea (Storie, III.107-117), praticamente contemporaneo, aveva chiamato Kànnai in greco quel luogo che, due secoli più tardi, Tito Livio chiamò Cannes. I turisti ci vanno oggi con qualche ripugnanza, immaginando un borgo isolato in un territorio cosparso di ossa di soldati e cavalli, e resti di armi arrugginite.
Li attende invece una gioiosa vista mare senza orrori, mentre il borgo… non c’è! Poiché Benevento ha avuto un ruolo singolare nel mistero di quella ubicazione, l’evento mi è tornato in mente seguendo i nuovi studi sulla zona dove nulla è stato finora trovato e non si vedono tracce di spoliazioni da parte di tombaroli.
Come mai sono svaniti i colossali mucchi di cadaveri lasciati tra aridità e temporali, in balìa di uccelli, bestie, insetti? Come poté accadere tanta strage, mi chiedevo, se i Romani erano 86.000, il doppio degli Africani?
“Fu geniale la tattica militare”, racconta Polibio: servirono poco gli elefanti portati nella Penisola, i Cartaginesi schierati arretrarono man mano al centro creando uno spazio vuoto, la fanteria pesante e quella leggera delle legioni avventatamente vi si introdusse e fu circondata dai velocissimi cavalieri nemici ai due lati. Non scamparono alla morte nemmeno i nuclei della cavalleria romana, subito disgregati.
Che la celeberrima battaglia sia accaduta proprio dove oggi vanno tanti curiosi cominciai già a dubitare la prima volta che diedi uno sguardo alla coloratissima stazioncina ferroviaria intitolata Canne della Battaglia a dieci chilometri dal mare in provincia di Barletta (oggi Barletta-Andria-Trani). Con il libro di Tito Livio tra le mani, mi affacciai dall’auto di un amico archeologo che mi ci aveva portato. Stavo leggendo che un romano gravemente ferito strappò con i denti naso e orecchi a un cartaginese caduto sopra di lui, lo vide morire dissanguato e poi morì a sua volta. Un fantasioso desiderio di vendetta da parte di Livio.
Difficile pensare che uno stratega come Annibale abbia scelto senza criterio una pianura come quella, senza cibo e con poca acqua in piena estate. Ai suoi quarantamila fanti, affiancati da diecimila cavalieri, non potevano certo bastare le dispense delle famiglie locali. Chiesi all’archeologo: “Considerata l’invisibilità della strage, state indagando anche altrove con tecnologie moderne?”. Rispose con una notizia inaspettata: sappiamo bene che per onorare la romanità il governo fascista selezionò su una mappa il luogo tra Canosa e Barletta da chiamare Canne della Battaglia, lo monumentalizzò e ordinò di insegnare quella falsa ubicazione nelle scuole di tutto il Regno d’Italia. Noi archeologi non proviamo a parlarne con chi segue quella tradizione, quindi oggi esploriamo più a ovest dell’area costiera, nel cosiddetto Tavoliere di Puglia da sempre ‘granaio d’Italia’ ricco di acque.
In una prima fase ha fatto da guida a tale riorientamento l’assonanza tra Aufidum - nome latino del fiume Ofanto che si versa nell’Adriatico presso la cosiddetta Canne della Battaglia - e Fertor, nome latino del fiume Fortore che nasce da una serie di piccoli corsi d’acqua nella zona di San Bartolomeo in Galdo (BN) prima di dirigersi verso l’Adriatico a nord del Lago di Lesina. Abbiamo cioè supposto che Annibale abbia scelto di combattere in un luogo acquoso tra gli Appennini, da cui sarebbe stato facile arrivare poi a Benevento, città centrale sulla via tra la Puglia e Roma.
Poi, però, un riscontro molto più convincente è emerso da una troppo trascurata citazione di Tito Livio. I Sanniti Irpini odiatori di Roma - scrisse lo storico romano - diedero ad Annibale tre fortezze presso il torrente Cervaro che nasce nell’area dei Monti Dauni meridionali e, a breve distanza da un altro torrente chiamato Celone, scende verso est attraversando il territorio tra Troia, Lucera e Foggia, fino a raggiungere la zona di Manfredonia. È l’area di Castelluccio Valmaggiore (FG), piccolo centro montano a ovest di Troia. Le tre fortezze si chiamavano Vercellium, Vescellium e Sicilinum.
I loro nomi storici, non modificati né ufficializzati ma ancora vivi nella tradizione orale, sono un segnale prezioso che la toponomastica minore è spesso la più autentica e la più fragile. Sopravvivono infatti tutti e tre nelle campagne che circondano Castelluccio Valmaggiore.
Vercellium è diventato Vertuscelle. Caratterizzato da terreni coltivati e tipiche masserie sparse, è raggiunto dalle principali vie locali tra cui la strada provinciale che collega Castelluccio Valmaggiore a Celle di San Vito.
Vescellium è Vescellio, nome di un’area tradizionalmente legata alla pastorizia e alla cerealicoltura.
Sicilinum è Sicilino, nome presente lungo le pendici che scendono verso la valle del torrente Celone, non lontano dalla Strada Provinciale 125.
È lì, nei dintorni di Castelluccio Valmaggiore, che affiorano decine di migliaia di resti umani. Analizzati da specialisti, risultano tutti di maschi fra i diciassette e i quarantacinque anni, cioè in età militare. Datati agli anni della Battaglia di Canne, stanno rimettendo in discussione il problema della ubicazione.
Dopo la Battaglia, Annibale trascorse in Italia altri tredici anni prima di tornare in Africa dove subì la sconfitta di Zama presso Cartagine nel 202 a.C. Aveva rinunciato a marciare su Roma non avendo più un equipaggiamento d’assedio sufficiente, ma soprattutto perché aveva constatato che Benevento continuava a controllare i transiti da leale alleata di Roma.
Colonia latina dal 268 a.C., legata all’Urbe da interessi politici e giuridici, la città non tradì. Custodiva la sua austera anima osca originaria e lo dimostrò appena le popolazioni del Sannio irpino si schierarono con l’invasore. Roma si appropriò dei loro territori trasformandoli in ager publicus populi romani, ma rispettò Benevento che già la aveva sostenuta in due battaglie combattute nel 214 a.C. e nel 212 a.C. contro il generale cartaginese Annone il Grande.
Il senso delle guerre è negli incubi che non smettono mai di tormentare. Benevento fu un incubo per Annibale.
Lasciata Cartagine all’età di nove anni per accompagnare suo padre Amilcare Barca in Spagna, il ragazzo aveva giurato odio eterno verso Roma. Arrivato al ruolo di capo militare, nel 218 a.C. passò in Italia dove rimase fino al 203 a.C. Cosa fece in quei lunghi tredici anni? In Puglia si scopre che, vivendo nella Penisola più tempo che in Africa, Annibale era diventato più italiano che africano.
Qualunque sia il luogo della battaglia, la tradizionale Canne o Castelluccio Valmaggiore, nulla finì con la strage. Cominciò anzi per Roma, per l’Italia e l’Occidente intero una storia nuova, quella che vive dentro di noi.
ELIO GALASSO

25/01/2026