Le nove Muse, fanciulle immortali Cultura

“Desidero il denaro, ma non voglio possederlo se non lo merito”. Sorrisi ironici quando dico che l’ha scritto un politico, silenzio nostalgico appena aggiungo: ventisette secoli fa”. L’ho letto nella Elegia alle Muse, dove l’ateniese Solone, il più grande statista greco del VII sec. a.C., invocava l’aiuto delle Muse per governare: Splendide figlie di Mnemosine e di Zeus Olimpio, ascoltate la mia preghiera: concedetemi la felicità da parte degli Dei e stima da parte degli uomini”.

Ai governanti Solone raccomandava inoltre: Per voi sarà sempre indispensabile la Cultura, che insegna Moralità, Giustizia, Verità”. Sembrerebbe una fede sparita nei secoli, visto che delle Muse oggi ricorda qualcosa solo chi ha studiato discipline specifiche. Ma non è così.

Stando al mito, Zeus sovrano degli dei generò le nove Muse in nove notti trascorse con Mnemosýne, la Dea della Memoria che fa dimenticare dolori e tristezze. La vicenda fu ridefinita da Esiodo, un pastore del secolo VIII a.C. amante del canto, universalmente consacrato Poeta.

Da cantore, Esiodo celebrò la bellezza della vita trasmessa con la poesia; da scrittore comunicò nella sua Teogonia che “le Muse abitano l’Elicona, un monte a nord di Atene, e con delicati passi danzano intorno a una fonte di color viola. Dopo aver lavato i teneri corpi alle sorgenti, le nove fanciulle si dispongono in cori pieni di grazia, volteggiando nella danza. Poi partono da lì, avvolte in fitta foschia, e vanno nella notte levando bellissima voce”. Una miniera di ispirazioni per gli artisti.

Le Muse restarono esclusive dei Greci perché alle altre antiche culture mediterranee mancò la produzione letteraria necessaria per tramandare ai posteri una realtà fascinosa come la loro, permeata fin dall’inizio di Musica (parola derivata da Musa) e fondata sulla Poesia (dal verbo greco Poièo che significava fare, creare).

Se ne appropriarono invece i Romani, collegando astutamente il nome Musa al termine latino carmen, la ‘poesia come incantamento’, cioè come formula magica risolutrice di ogni problema.

Raffigurandole eleganti ed eroticamente attraenti, tentarono di degradarle al ruolo di Maghe o Streghe, comunque pericolose perché capaci di sottrarre devoti alle divinità ufficiali. Nessuna di loro però divenne maga, né strega.

Nel IV-V secolo ci provò uno dei Padri della Chiesa, Sant’Agostino, riportando con ironico disprezzo nel suo De doctrina christiana il seguente episodio raccontato da Marco Terenzio Varrone nel sec. I a.C.: “I governanti di Sicione, città greca antichissima, diedero a tre scultori l’incarico di scolpire ciascuno le statue di tre delle nove Muse: la più bella sarebbe stata offerta al tempio di Apollo, il loro dio-guida. Al termine, la straordinaria bellezza delle nove statue indusse a donarle tutte al dio. Fu la prova che a generare fanciulle così seducenti non era stato Zeus, come diceva il mito, ma tre… scalpellini”. Non la spuntò neppure il Santo: la paura di perderle le reinventava continuamente. Intanto venivano eliminate importanti religioni, come il culto di Iside.

Le non molte tracce antiche delle Muse vanno viste da vicino. Le loro statue non risultano di grande evidenza perché hanno perso i variegati colori con cui erano state decorate. È accaduto del resto anche a strutture monumentali, come l’Arco di Traiano a Benevento, che sbalordiscono quando affidiamo il recupero delle loro policromie originarie alla tecnologia digitale, non sempre gradita a causa della plurisecolare nostra abitudine al panorama archeologico tornato al biancore del marmo.

Poi, nel Medioevo furono tante le citazioni e le raffigurazioni. “O Muse, o alto ingegno, or m’aiutate’ dice Dante all’inizio della Divina Commedia (Inferno, Canto II).

Dal Rinascimento diventarono figure spettacolari su enormi pareti e soffitti di edifici pubblici. Nel 1497 Andrea Mantegna dipinse un quadro fondamentale, Il Monte Parnaso, con Marte armato e Venere nuda che sovrastano le Muse danzanti al suono della cetra di Apollo, mentre le guarda Mercurio col cavallo alato Pegaso (immagine di apertura - Parigi, Louvre).

Qualche studioso si chiede se anche i Sanniti o gli Etruschi abbiano avuto - benché rimasto sconosciuto - un personaggio come Esiodo, altrettanto autorevole e in grado di consegnare al mondo un mito analogo. Domanda assurda, perché Esiodo è stato l’unico genio capace di intuire la necessità di ricorrere a Dee preposte a settori specifici, in numero e con nomi altamente simbolici. La migliore risposta al quesito degli studiosi l’aveva data già Plutarco quando rimase sorpreso dalla delicatezza dimostrata da chi meno se l’aspettava, gli Spartani, che il superficiale insegnamento scolastico indica sempre ferocemente accaniti nelle attività militari. Nel suo testo Astenersi dall’ira, Plutarco scrisse che, prima di scendere in battaglia, gli Spartani “pregavano le Muse e ascoltavano musica dolce di flauti” per evitare di cadere nella cattiveria. E di nuovo, nella Vita di Lisandro lo stesso Plutarco si disse stupito: quando i vincitori della Guerra del Peloponneso (431-404 a.C.) proposero di radere al suolo Atene, soltanto gli Spartani si opposero con decisione. La loro devozione alle Muse salvò la città “patria dell’arte”.

Nell’età contemporanea sono gli artisti a restituirci le Muse, a partire da Giorgio De Chirico. Il suo quadro Le Muse inquietanti datato 1918 sottolinea che esse, collettive e invisibili, aleggiano intorno a noi atemporali e concrete. Invocarle non è più tradizione sacrale, però fa sognare chi prova ad affrontare con criteri moderni gli imprevisti del divenire.

ELIO GALASSO