Le scarpe di Klara. Rimettiamo tutto in discussione? Cultura
![]()
Da Torun, patria di Copernico, i direttori dei Musei della Polonia in regime sovietico mi chiesero lezioni di restauro e accertamenti diagnostici su opere dei loro Istituti “trascurate per i contenuti cattolici”. Sapevano che in quanto teorico del museo interdisciplinare avevo connesso il Museo del Sannio a Istituzioni nazionali e internazionali rendendolo in Italia uno dei primi centri di studi impegnati nel processo di integrazione di discipline e relative nuove competenze. Accadde poco prima che il polacco Karol Józef Wojtyła fosse eletto pontefice (1978).
Il viaggio in automobile insieme all’assessore provinciale alla Cultura fu fermato a Pilsen, nella ‘regione Boemia’ in Cecoslovacchia, stato allora satellite dell'Unione Sovietica, oggi diviso in due repubbliche: Cechia (Praga capitale) e Slovacchia (Bratislava capitale). Da Pilsen per altri 150 chilometri proseguimmo verso nord in un autobus vuoto, con due guardie di scorta fino a Torun in Polonia, dove per ogni esigenza potevo contattare al telefono soltanto una interprete.
Restammo a Torun per nove giorni “in ospitalità protetta con ritorno a Roma garantito in aereo”. Per riprendermi dalle sorprese avrei gradito che a Pilsen ci avessero almeno consentito di fotografare qualcosa e di assaporare la rinomata ‘birra Pilsner’...
Di Pilsen leggo informazioni adesso nel libro Le scarpe di Klara (Publistampa Edizioni, Pèrgine Valsugana, Trento 2018) ricevuto in dono in questi giorni dall’autrice Wolftraud de Concini, che descrive quella città arricchita da palazzi, fontane moderne, centri di cultura e una fervente vita teatrale dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Accattivanti nel piccolo volume sono le immagini disegnate da Otilie Šuterovà Demerovà: riporto qui la veduta della Sinagoga (immagine in basso). A Pilsen, dove nel 1904 nacque l’ebrea Klara (Klaire Beck Loos), sono poco individuabili le case che il marito, l’architetto Adolf Loos (1870-1933), aveva progettato per le famiglie ebree abituate da secoli a non esibire la loro prosperità. La maggior parte di quelle famiglie fu vittima dell’Olocausto.
Nel ricordare eventi lontani il libro sottolinea che le spietatezze terroristiche sono originate dall’odio, le guerre dalla sete di potere, e che entrambe lasciano dietro di sé morte e distruzioni. La delicata narrazione di Wolftraud de Concini rinvia tacitamente a un confronto tra il genocidio nazista degli ebrei e la cancellazione in corso del popolo palestinese da parte degli ebrei.
Assistiamo a dibattiti che si trasformano in violenze in tutta Europa, ad esposizioni di bandiere palestinesi col triangolo rosso sovrapposto alle tre fasce nera bianca verde, all’urlo “Rimettiamo tutto in discussione!”. Essendo in corso terrorismi e guerre in tanti altri paesi, il libro porta a chiedersi se si arriverà a ulteriori ideologie.
Wolftraud de Concini fa rivivere ai suoi lettori la tragedia dell’Olocausto in sintonia psicologica con la protagonista Klara. E l’inconscio s’impatta con i problemi della relazione con l’altro, della vicinanza umana. La scrittrice, stabilitasi dal 1985 a Pèrgine Valsugana in Trentino ma nata anch’essa in Boemia, si commuove: “Per qualche motivo inspiegabile sento Klara Beck vicina come se l’avessi conosciuta”.
Del libro ho aperto subito la POSTFAZIONE, proprio come facevo con i ‘libri gialli’ per conoscere in anticipo il finale. Preferivo gustare l’abilità dell’autore nel creare intensità emotiva. Trattandosi di fantasie penetravo nella trama analizzando le prove pro e contro l’assassino, specialmente quelle escogitate per trarre in inganno. A creare analoga intensità emotiva sono oggi i film e le serie televisive che ogni tanto tornano indietro nel tempo e poi riprendono la narrazione.
Klara, “ebrea boema” dice il sottotitolo del libro, amava le scarpe modello Mary Jane avute in regalo dal marito architetto Adolf Loos: “Scarpe con un cinturino sul collo del piede, di cuoio marocchino con la punta tonda, il tacco basso e, come chiusura, un piccolo bottone rotondo in avorio”. Questa frase è ripetuta spesso, dai tempi lieti del dono fino al giorno dell’orrore.
Nel 1930 la ventiseienne Klara e il sessantenne architetto Adolf erano sposi felici da circa un anno, una coppia insolita per la differenza di età; nel 1941 nel centro di Praga ultimo domicilio prima della deportazione nazista in treno a Terezin in Boemia (Cechia), la trentasettenne Klara segnata ormai come ebrea viveva tra divieti assoluti, non poteva prendere in affitto una abitazione, comprare giornali, possedere un telefono, sedersi su una pubblica panchina, camminare su un marciapiede.
Incontrai per la prima volta Wolftraud de Concini a Torrecuso (Benevento) insieme a Olimpio Mauso Cari, suo compagno di vita scomparso nel 2020. Importante artista visivo e poeta, Olimpio si divertiva poeticamente a svelare: “Sono nato sotto una tenda in una notte d’estate, in un accampamento zingaro ai margini della città, i grilli mi cantavano la ninna nanna…”. Lo avevo invitato ad esporre alcuni suoi dipinti nella Rassegna Cittadella dell’Arte, da me creata negli anni Ottanta e diretta per circa un ventennio a Torrecuso, nel cui Castello si formò una cospicua raccolta di opere contemporanee. Con entrambi ho poi assistito a musiche e danze in spettacoli ‘sinti’ estranei ad ogni mia conoscenza, patrimoni d’arte colorati di meraviglie.
Dal libro riporto qui un esempio delle perfidie riversate sui mille ebrei deportati a Terezin: “Con l’avvicinarsi delle feste di Natale e Capodanno la Direzione del campo allentò le crudeltà sugli ebrei internati, permise cibo, qualche bevanda alcolica e musica piena di quella malinconia che solo gli ebrei e gli ‘zingari’, loro fratelli di sterminio, sanno trasmettere”. Falsa bontà. Nel dicembre 1941 Klara, insieme agli altri mille ebrei, fu portata via con addosso un numero al posto del suo nome. Klara Beck, diventata Klara Beck Loos per il matrimonio con Adolf Loos, era stata trasformata in L-824.
Il treno arrivò a Riga capitale della Lettonia il 19 gennaio 1942. Nel ghetto gremito di ebrei non c’era posto per i mille nuovi arrivati, intirizziti dal freddo, ignari del loro destino. Proseguirono fino a un grande bosco di pini, si fermarono in una radura. Klara venne fatta scendere e, come tutti, dovette spogliarsi completamente davanti a una fossa. All’improvviso i soldati mirano, sparano, le vittime cadono nella fossa. Anche Klara Beck.
Nell’ultima lettera, spedita il 24 novembre 1941 da Praga al cognato Stefan Schanzer, lei aveva scritto Speriamo di rivederci. Quando lui la riceve, alla fine di gennaio 1942, Klara era già morta.
Cercando tracce dei familiari di lei, Wolftraud de Concini si è poi recata ogni giorno a Pilsen e ne ha visitato i due cimiteri: quello cristiano aperto, colorato da fiori e corone sulle tombe, quello ebraico chiuso, quasi nascosto tra gli alberi.
“Un giorno, entrando nel secondo - scrive nella POSTFAZIONE - vidi una lapide con i nomi EVA e OTTO BECK. Era la tomba della sorella e del padre di Klara Beck. In un tempo più recente i parenti americani di Klara hanno aggiunto in un’altra lastra il nome della madre OLGA FEIGL e perfino il nome KLAIRE BECK LOOS: Ma la mia Klara Beck - conclude con amarezza Wolftraud de Concini - non è sepolta qui”.

17/11/2025