Ricordando Ugo Gregoretti... Un innamorato di Benevento Cultura

Di Ugo Gregoretti, morto a 88 anni, è impresa vana tentare di mettere assieme tutto quello che ha fatto. E’ impossibile, anche, incasellare la sua personalità. Regista cinematografico e attore. Autore di programmi televisivi, lui che alla RAI c’era entrato come impiegato di gruppo C. Regista di opere liriche, creatore di un genere salottiero mai volgare, narratore di tic e stranezze dell’umanità in cerca di felicità. Capace in teatro di svolgere ogni mansione: regista, autore, azzeccagarbugli nel senso di divertirsi e divertire il pubblico con audaci accostamenti, come quando a Benevento mise insieme in un unico spettacolo (al Teatro Comunale, che gli si vuole intitolare ma che è chiuso e abbandonato) La Figlia di Iorio di Gabriele D'Annunzio e Il figlio di Iorio, una irriverente parodia di Eduardo Scarpetta scritta a botta calda nello stesso anno (1904) del debutto del già affermato commediografo abruzzese. Tra l’altro, D’Annunzio, che pur conosceva Napoli, commise l’imprudenza di portare Scarpetta davanti al giudice. Costui aveva già incontrato un successo strepitoso con ‘O scarfalietto, il cui terzo atto ha luogo in un’aula di tribunale in un tripudio di grottesche situazioni nei quali vengono travolti giudici, cancellieri, testimoni e pubblico eccitato.

D’Annunzio scelse come avvocato un celebre principe del Foro, di cognome Cocchia. Solo questo bastò a Scarpetta, chiamato a discolparsi, per buttare tutto in farsa: “Signor Presidente ma stu’ cacchio de Cocchia che cacchio m’accocchia?”. Applausi del pubblico e assoluzione a furor di popolo.

Oltre a celebrate opere di sicura attrattiva, a Gregoretti piaceva attualizzare le forme di teatro popolare, nel senso che il popolo ne costituisse l’ossatura. Ed ecco, per Città Spettacolo del 1981 La Battaglia di Benevento, soggetto tratto da un romanzo famoso di Domenico Guerrazzi, tutto da scrivere e da immaginare per la messa in scena in una piazza. Il luogo del miracolo fu Piano di Corte. Oltre ad attori professionisti, impiegò il meglio del Circolo Musicofilodrammatico di Foglianise di Ugo Pedicini e della Compagnia Sangimarcana di Gerardo Pedicino di San Giorgio del Sannio. Un lungo lavoro di preparazione con ripetute prove tenne la “compagnia” impegnata per quasi un mese.

Ecco una delle chiavi di volta di Città Spettacolo. Non la rappresentazione fugace di una compagnia di giro che incassa i soldi del botteghino e tutt’al più fa un pernottamento, ma una “produzione” che garantisce la presenza a Benevento di maestranze e attori che vivono la città e ne afferrano i profumi (non solo culinari).

L’altra opera a mo’ di “sacra rappresentazione” fu la Processione di San Rocco, sulla scia di ciò che avviene ogni anno a Foglianise il 16 agosto. Anche qui attori e comparse in gran numero e, proprio come personaggi viventi, alcuni lavori in paglia dei carri di grano.

Gregoretti a Foglianise c’era stato, nei primi anni ‘70, proprio per studiare la lavorazione dei mirabili carri della processione. Girava per i casali dove la preparazione è avvolta da comprensibile riserbo, perché la vittoria e la sola esibizione in giro per il paese è il regalo più vero che si attendono gli artisti in gara. Gregoretti aveva ospiti a Pontelandolfo gli Inti Illimani, un gruppo di musicisti cileni scappati da una persecuzione politica. Se li portò a Foglianise e se ne servì per la colonna sonora di un documentario a colori che andò sulla attuale RaiUno in prima serata.

Ma certo il nome di Ugo Gregoretti è legato senza alcun dubbio a Città Spettacolo. Era il 1979 quando Emilio Iarrusso, consigliere comunale politicamente isolato (e orgoglioso di esserlo stato) cominciò ad ammorbidire i toni polemici incontrando, tra l’altro, anche nel partito da lui maggiormente avversato (la Democrazia Cristiana) soggetti della medesima sua estrazione sociale. Iarrusso faceva il professore di dattilografia e stenografia, ma scriveva pure romanzi gialli e testi di canzoni. Propose all’Amministrazione Comunale di programmare un appuntamento annuale, cominciò con Sergio Bruni e il jazzista Giorgio Gaslini a Piano di Corte. Trovate le porte aperte, si consigliò con altri amministratori e nacque la proposta di una rassegna di arti varie capaci di soddisfare i gusti già maturi e di stimolare anche le possibili attese del popolo. Quindi teatro, musica, ma anche spettacoli lungo le strade con il coinvolgimento di chi al teatro non aveva mai pensato ma lo vedeva fatto sotto i suoi occhi. E fu sempre Emilio Iarrusso a fare il nome di Gregoretti per una direzione artistica di sicuro effetto. Nonostante una crisi dovuta all’elezione del sindaco Ernesto Mazzoni a consigliere regionale e alla preparazione di una nuova campagna elettorale, il programma avviato fu portato a compimento. Toccò al vicesindaco Silvio Ferrara vestire i panni di primo cittadino e dare avvio al Teatro Romano ad un irresistibile “Ivan il Terribile con un giovanissimo ma strepitoso Gabriele Lavia. Gregoretti fece arrivare a Benevento la folta schiera di critici e giornalisti delle maggiori testate, nonché i servizi della televisione.

Nicola Di Donato, uomo di solida cultura, fece appena in tempo a battezzare la seconda edizione, prima del terremoto del 23 novembre 1980, e dovette passare le consegne al nuovo sindaco Pietrantonio. A febbraio 1982 inizia il decennio di Antonio Pietrantonio. E qui il sodalizio con Ugo Gregoretti dà i frutti più cospicui.

Il festival beneventano inizia a rivaleggiare, per l’attenzione garantita dai mass media, con i più importanti appuntamenti internazionali. Vengono attori affermati e giovani promesse: due nomi, Walter Chiari e Gigi Proietti.

L’inaugurazione è affidata alla location del Teatro Romano all’Orchestra National de France o alla Filarmonica della Scala o all’Oschestra RAI di Torino o ai ballerini Patrik Dupond o Luciana Savignano o Carla Fracci. Basti dire che su Città Spettacolo c’è una tesi di laurea (Verso la Mecca del Teatro? di Massimo Mogavero, pubblicata nelle Edizioni di Realtà Sannita).

Ma Gregoretti non è solo Città Spettacolo, e già basterebbe a farne un grande innamorato di Benevento. Ha dato una mano a chiunque gliel’ha chiesta e l’ha generosamente offerta a chi esitava a chiedergliela.

Personaggio schivo, osservatore attento, custodiva straordinaria ammirazione per i tanti beneventani di cui aveva scoperto doti rimaste in un ambito provinciale. Faceva ricorso ad una elegante ironia, ogni qualvolta c’era il rischio di cadere nell'enfasi della esaltazione. Mario Boscia e Franco Morante avevano fatto stampare nel 1993, per le Edizioni Torre della Biffa appena partorita, un elegante volume “a cura di Elio Galasso” contenente 32 contributi di altrettante personalità della cultura nostrana. Per la presentazione al pubblico si ritenne idoneo lo scrigno del Chiostro di Santa Sofia. Si escludeva che a presentare l’opera potesse essere un beneventano: se si sceglieva uno dei presenti nell’indice, si potevano risentire gli altri; se si sceglieva uno che non era stato coinvolto, si correvano rischi di invidia o rivalità. Allora, a Mario Boscia in ambasce, proposi Ugo Gregoretti. Sì, benissimo: e chi potrebbe invitarlo? Replicai pronto: Antonio Pietrantonio, così lo tiriamo pure dalla nostra parte. Il rapporto tra Gregoretti e Pietrantonio non è stato scalfito dal tempo, alla stima quasi competitiva è subentrata una amicizia vera.

Per farla breve, Gregoretti accettò di buon grado. La sua doveva essere una incensatura finale dopo che qualcun altro avesse illustrato il libro, per incuriosire potenziali acquirenti. Il pubblico era folto, ogni autore si portò appresso più delle quattro persone ipotizzate. Davvero il chiostro di Santa Sofia offriva un quadro d’effetto.

Bene. A presentare, con la precisione dei suoi studi sul latino antico, fu incaricato Carmelo Lepore, il quale prese tanto alla lettera l’incarico che, ricordando di essere stato, prima di diventare preside, severo professore di latino (conservando una consuetudine di studio con antiche carte) e dimenticando di essere uno dei trentadue, cominciò a fare le pulci ai suoi compagni di scrittura. All’imbarazzo dei più si aggiunse qualche tentativo di replica, mentre Antonio Petrilli si faceva sempre più piccolo paventando: “E quando arriva a noi che dirà?”.

In un clima surreale, Ugo Gregoretti prende la parola e fa: “Sono grato a chi mi ha invitato e a tutti i presenti perché mi è stato offerto di assistere ad un impensabile, straordinario scampolo di teatro spontaneo”.

Ricordando il sorriso che sciolse ogni tensione, rendiamo omaggio ad un grande innamorato del Sannio e di Benevento.

MARIO PEDICINI