Un Mikveh a Benevento. L'incredibile ritrovamento di una testimonianza perduta della comunità ebraica beneventana Cultura

Il ritrovamento, o sarebbe meglio dire il riconoscimento, di un mikveh, una vasca rituale ebraica, è avvenuto nei sotterranei di uno dei tanti edifici gentilizi del centro storico della nostra città, Palazzo de Cillis, in via Erik Mutarelli. L’ interessante rinvenimento, secondo il parere di molti amici, merita senz’altro di essere annunciato, in quanto può essere considerato una rara testimonianza “viva” della presenza ebraica nel cuore della Benevento medioevale. Il riconoscimento nasce da una mia felice intuizione sul senso e la funzione di una insolita dislocazione di due manufatti presenti in un ambiente interrato di questo fabbricato. 

Nel 2023, la mia collega di lavoro Amata Verdino e io, entrambi architetti di professione, abbiamo ricevuto da parte dei proprietari del palazzo De Cillis l’incarico di redigere congiuntamente il progetto per il completamento delle opere di restauro del palazzo, lavori che furono intrapresi molti anni addietro e realizzati con la legge per la ricostruzione e lo sviluppo dei territori colpiti dal sisma del 1980, poi sospesi e mai portati a termine. Ovviamente l’individuazione di questo prezioso reperto archeologico non è stato immediato. Infatti nel lavoro progettuale è stata registrata semplicemente la presenza di una cisterna e di una piccola vasca scavata in una cavità.

Proprio la coesistenza di questi due elementi, insolitamente attigui, ha stimolato la mia curiosità. Che ci fa un piccolo vano, direttamente scavato nel terreno e contenente dell’acqua, posto in adiacenza a una cisterna? Perché per accedere al piccolo vano ci sono dei gradini? Come mai, malgrado il perdurante disuso dell’edificio, è ancora oggi presente dell’acqua, come se fosse una vasca che continua a essere alimentata?

Non è stato facile arrivare a una corretta interpretazione di questo contesto, soprattutto se certi elementi appartengono a una cultura e a una dottrina assai diverse dalle nostre. In ogni modo, la risposta che sono riuscito a dare a queste domande, restituisce dopo secoli, l’identità a qualcosa che era ormai ignoto, perché caduto nell’oblio e quindi perduto alla memoria collettiva, anche se questo manufatto è rimasto sempre, per così dire, tangibile e visibile, almeno a tutte quelle persone che hanno vissuto o visitato in qualche maniera il palazzo in questi anni, ma che, avendo perso la sua identità originaria, è divenuto impercettibile a tutti.

Pur nella sua modesta semplicità, il complesso si deve considerarecome un elemento unico a Benevento e raro anche nel resto della nostra penisola. Situato in fondo a una scala di accesso al piano interrato del fabbricato, l’elemento principale del mikveh è costituito da un piccolo ambiente, una sorta di grottino, scavato direttamente nel terreno e avente il piano di calpestio realizzato a una quota inferiore, in modo tale da conformare una sorta di vasca bassa, a cui si può accedere tramite pochi gradini.

Come accennato, in questa vasca poco profonda è ancora presente dell’acqua. Ho ragione di ritenere che si tratti di un mikveh (o anche mikvah, che nella Bibbia ebraica significa letteralmente “raccolta”) vasca per adempiere al bagno rituale di purificazione, che rappresenta l’elemento fondamentale nelle pratiche religiose ebraiche, occupando ancora oggi un ruolo centrale nella legge e nella vita ebraica ortodossa.

La stessa legge ebraica stabilisce che la costruzione di un mikveh debba avere la precedenza sulla costruzione di una sinagoga. Questo obbligo è dovuto a un motivo logico facilmente intuibile. Per un gruppo di famiglie ebraiche, infatti, non basterebbe semplicemente vivere e pregare insieme per acquisire uno status di “comunità” senza la presenza di un mikveh comunitario.

Le preghiere collettive possono svolgersi in qualsiasi luogo a cui è possibile dare funzioni sinagogali. Invece la vita ebraica “matrimoniale”, quindi la costituzione di una famiglia e dunque, la nascita delle generazioni future, massimo auspicio per un buon ebreo, è possibile solo quando c’è l’accesso a un mikveh.

Infatti, secondo le norme ebraiche classiche, si deve essere “puri ritualmente” con l’immersione completa nell’acqua viva del mikveh, prima di assolvere a delle funzioni essenziali della vita: per entrare in un Tempio, oppure per le donne ebree dopo le mestruazioni o dopo il parto, per lo sposo il giorno del matrimonio, e anche per la tradizionale procedura di conversione all’ebraismo.

I caratteri costitutivi di questo piccolo ambiente di Palazzo de Cillis rispondono pienamente ai requisiti delle norme rabbiniche, che indicano: la tipologia di struttura, le dimensioni, la quantità d’acqua che può contenere. Secondo tali regole, un mikveh, prima di tutto, deve essere collegato a una fonte naturale o a un pozzo di falda acquifera. L’acqua deve provenire soltanto da sorgenti naturali, deve essere acqua “viva”.

Ciononostante, anche una cisterna riempita di acqua piovana è permessa come fornitura d'acqua per un mikveh. Le normali vasche da bagno con rubinetto, invece, non possono assolvere a tale funzione. L'acqua, inoltre, deve fluire dalla fonte, in maniera naturale nel mikveh, ciò significa che deve scorrere per gravità oppure a causa di gradiente di pressione naturale e non può essere in nessun caso pompata a mano o trasportata. Quindi un mikveh non è composto quasi mai da una sola vasca. La maggior parte hanno due e, qualche volta, anche tre contenitori d’acqua adiacenti.

Altra regola è che deve essere costruito nella terra o come una componente essenziale di un edificio. Nel nostro manufatto tutto sembra corrispondere a queste prescrizioni. La cavità della vasca è scavata direttamente nel terreno e, data la sua funzione rituale, doveva essere parte essenziale del fabbricato a cui apparteneva. La superficie delle sue pareti è trattata con malta impermeabile, come da tradizione rabbinica, che proibisce perdite di acqua nel terreno e impone materiali volti a prevenire anche la formazione di impurità dell'acqua.

Gli scalini di accesso alla vasca sono un altro elemento ricorrente nei mikveh, che si ritrovano in scavi archeologici, risalenti anche a periodi storici anteriori all’era volgare. Nel nostro Palazzo de Cillis il sistema è identico. Un contenitore, una sorta di piccola cisterna e, ad appena un paio di metri di distanza, una piccola vasca sono situati all’interno di un grande ambiente voltato con laterizi.

Questo contenitore di raccolta si presenta come una buca scavata nel terreno protetta da una bassa balaustra in blocchi di pietra. L’acqua piovana accumulata, proveniente verosimilmente da una cisterna esterna, presente nella corte del palazzo, viene conservata proprio in questo serbatoio più basso e profondo, mentre la piccola vasca superiore era destinata all’immersione. I due bacini sono collegati da un canaletto posto sul fondo della vasca superiore con i gradini; il libero flusso, o “bacio” dell’acqua tra i due bacini, rende il liquido della vasca superiore un’estensione dell’acqua piovana naturale, conferendo alla vasca superiore lo status legale di mikveh, rendendola quindi valida per l’immersione rituale.

Per quanto riguarda invece l’ambiente coperto da una volta a botte, probabilmente assolveva anche alla funzione di luogo di preparazione al rito del mikveh, garantendo quella privacy necessaria soprattutto alle donne. Proprio per tal motivo, ritengo plausibile che in origine questo spazio fosse dotato di un accesso autonomo dall’esterno, collocato opportunamente in una zona più riservata dell’edificio, come il cortile presente sul lato posteriore del Palazzo. In tal modo per entrare nel mikveh si poteva evitare sia di attraversare gli altri ambienti interni del palazzo e sia di accedere direttamente dalla strada pubblica.

Altra disposizione delle normative della letteratura rabbinica classica, riguarda la quantità adeguata d’acqua che un mikveh deve contenere per coprire l'intero corpo di una persona di statura media. Sull’esatto volume d’acqua necessario vi è molta incertezza, in quanto ho riscontrato che sussistono diverse interpretazioni della “seah”, l’unità di misura di origini antiche usata nella legge ebraica. Alcune fonti indicano un contenuto minimo di circa 575 litri, altri conducono a un minimo di circa 760 litri di acqua piovana.In ogni caso la cavità di palazzo de Cillis ha dimensioni tali che consentivano di adempiere anche a questo precetto.

Il mikveh di Palazzo de Cillis, quale componente essenziale per l’esistenza di una comunità ebraica, dunque, racconta in maniera diretta la presenza giudaica in questa zona della città e finisce per acquisire una rilevanza straordinaria tra le fonti storiche primarie da noi conosciute (testimonianze originali, dirette e coeve di eventi). Circa la presenza ebraica nella nostra città, possiamo riscontrare come le fonti primarie, citate dalla storiografia sulla comunità ebraica di Benevento, siano unicamente riconducibili a epigrafi, testi, atti, che fanno risalire la presenza ebraica a Benevento almeno al V o VI sec. d. C. Col trascorrere dei secoli, infatti, non è rimasta alcuna memoria dei principali edifici istituzionali propri della vita giudaica, che certamente dovevano pur esserci, se il gruppo di famiglie ebraiche residenti aveva acquisito lo status di “comunità”.

Parlo di edifici come la Sinagoga, il Beth ha Midrash (la casa dedicata allo studio della Torah e dei testi sacri), il Beth Din (il tribunale rabbinico), ma anche di manufatti minori come i forni delle Azzime, tutte strutture essenziali per la società ebraica, che sono completamente scomparse e né attualmente siamo ancora riusciti a individuarne i resti. Oggi riteniamo di conoscere quale poteva essere grosso modo l’area della Giudecca beneventana, tuttavia, non conosciamo nulla sull’esistenza di quelle strutture urbane proprie della vita comunitaria ebraica.

Si ritiene che l’ex chiesa di Santo Stefano dei Neofiti fosse la Sinagoga ebraica. Tale denominazione de Neophitis risale al XIII secolo, ma l’edificio, in quell’epoca, era una chiesa cristiana, la stessa che un secolo prima è indicata nei documenti come S. Stephanus de Judeca e l’appartenenza delle sue strutture a una sinagoga ebraica non è testimoniato da alcuna fonte storica. 

Anche l’identificazione delle cisterne di Palazzo de Cillis come resti di una vasca per tintori non appare attendibile, per varie motivazioni, ma soprattutto alla luce delle caratteristiche che deve avere un mikveh, appena esposte in questo articolo. In definitiva non possiamo far altro che constatare che sia in quello che viene ritenuto il quartiere medievale della Giudecca, sia in tutto il resto della città, ogni segno primario di strutture ebraiche sembra essere stato eliminato, cancellato dalla mano degli uomini della Benevento papalina, ma anche dalle inevitabili trasformazioni edili e mutamenti d’uso a cui gli edifici sono soggetti durante i secoli.

Ma c’è sempre un ma! Non tutto è perduto. Dopo secoli di oblio sulla presenza ebraica nella città di Benevento, l’aver nuovamente riconosciuto un qualcosa che svolgeva un ruolo necessario e fondamentale nella vita comunitaria, addirittura indispensabile per procedere alla costruzione di una sinagoga, ci porta a pensare che anche le altre strutture presenti nel nostro fabbricato, quelle più antiche, dovevano certamente rivestire una funzione e un’importanza rilevante in ambito sociale, appartenendo probabilmente a un edificio istituzionale della comunità ebraica beneventana.

Attualmente il senso e il valore di quel che resta di questi manufatti sono oggetto di nostri studi più approfonditi. Il 13 marzo dello scorso anno, su cortese invito rivolto loro dai proprietari a effettuare insieme con i tecnici un sopralluogo, un competente Rabbino della comunità ebraica di Roma insieme al Prof. Giancarlo Lacerenza, docente di Storia e Civiltà Ebraica ed Epigrafia e Antichità Ebraiche presso l’Università L’Orientale di Napoli, hanno fornito il loro parere sul rinvenimento di Palazzo de Cillis.

In quell’occasione, entrambi si sono ritenuti concordi col sottoscritto, nel riconoscere in quelle strutture un mikveh ebraico. In particolare il Prof. Lacerenza si è riservato di avallare formalmente la tesi, quando il locale fosse stato reso nuovamente agibile, liberandolo dai materiali di rifiuto sversati in questi anni e che, purtroppo, sono ancora presenti nella vasca.

Eppur (qualcosa) si muove!

MARIO DE NIGRIS

Nella foto di apertura, sopralluogo per identificare il mikveh, da sinistra: Pasquale Langella, Mario De Nigris, Lidia Mugno, prof. Giancarlo Lacerenza, Rav Israel Cesare Moscati, Amata Verdino

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