Vento e colori d'autunno per il discobolo in galera Cultura
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Si continua a parlare a Benevento della statua di proprietà del Comune che diventa nera all’ingresso della Palestra del Complesso Scolastico ‘Mazzini’ in Piazza Risorgimento. Da me definita Discobolo in galera su Realtà Sannita nel 2015, ne avevo discusso con un ragazzo che poco dopo si trasferì negli Stati Uniti e mi scrisse: “Poiché avevo compagni di sport africani, balcanici, arabi, quella statua annerita mi è parsa il simbolo di una Benevento antirazzista, innamorata del ‘diverso’. Qui in America gli immigrati, soprattutto i blacks o nigga (negri), sono un pericoloso problema politico”.
Nella lettera non si accennava alle ancor più nere colonne del sec.II d.C. di proprietà della Provincia, i cinque miliari della Via Traiana esposti presso la Rocca dei Rettori accanto alla Statua di Traiano. Nelle loro iscrizioni faceva divertire i passanti la ormai illeggibile dichiarazione dell’Imperatore di aver pagato PECUNIA SUA, cioè di tasca propria, la costruzione della Via Traiana (Benevento-Egnazia-Brindisi) per facilitare il percorso verso la Grecia, il Medio Oriente e l’Egitto.
Al ragazzo che nel 2015 frequentava la Palestra 'Mazzini’ avevo spiegato la valenza artistica del Discobolo nel cui marmo sono penetrate sostanze chimiche di scarichi d’automobili, di ‘piccioni’ e intemperie. Lui era andato ad osservarlo da vicino: “È alto quattro metri e non l’ho mai notato. È bello ma sta inguaiato. Nessuno dà manutenzione a questo sfortunato atleta capitato in un luogo di cultura invece che in una città di sport”.
Due anni dopo, nel 2017, gli mandai un confortante annuncio di Realtà Sannita: “Con vivo compiacimento apprendiamo che il 3 luglio sono cominciati i lavori di ristrutturazione della Palestra del complesso scolastico 'Mazzini', storica e importante struttura anche perché centrale e attivissima. Non sappiamo se si provvederà alla indispensabile ripulitura della statua antistante, quella del Discobolo in galera, di cui scrisse Elio Galasso su Realtà Sannita nel 2015 (n° 11 - 16/30 giugno), in prima pagina”.
I lavori di ristrutturazione della Palestra facevano parte del progetto Il coraggio delle donne proposto dall’Accademia Volley Benevento cofinanziato da Giovani per la valorizzazione dei beni pubblici, promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Collaborava il Comune di Benevento. I lavori rimasero sogni. Mentre scrivo oggi, novembre 2025, quei sogni tormentano chi mi chiede in che modo si dovrebbe intervenire.
Non serve il verbo al condizionale: se è all’altezza del patrimonio che ha la fortuna di avere ereditato, il Comune proprietario deve trasferire la statua con urgenza all’interno della Palestra e avviare un progetto di restauro tecnologicamente avanzato, con finanziamento pubblico. PECUNIA NOSTRA.
A dieci anni dal 2015 scrivo ancora al suddetto ex-ragazzo, oggi con una propria famiglia americanizzata. L’argomento che lui condivise sui social sta producendo conoscenza d’arte. Mi dedico a filtrare i ricordi personali, perché chi si rifugia nella tradizione rischia di smettere di guardare avanti. Qualcuno, per esempio, osserva che l’espressione Discobolo in galera può far pensare a una incapacità fisica, non a un atleta che sta per lanciare il disco, come mostra la copia del perduto Discobolo di Mirone custodita nel Museo Nazionale Romano.
Rispondo che la mia espressione verbale ‘in galera’ non riguarda la qualità artistica del capolavoro beneventano ma solo la cancellata, che non ne nasconde il dinamismo. A guardarla bene, poco artistica è la copia romana: in posa troppo statica, contraddice la celebre frase di Orazio “Graecia capta ferum victorem cepit et artes intulit agresti Latio (La Grecia presa dai Romani conquistò a sua volta il selvaggio vincitore e portò le arti nel rozzo Lazio)”. Non sempre i copisti romani coglievano le caratteristiche formali delle opere che duplicavano, per cui raramente raggiungevano la loro qualità.
Più complesse le discussioni sul razzismo, da molti ritenuto sconosciuto nell’antichità. Se ne conserva invece una precisa testimonianza nel Corpus Inscriptionum Latinarum (IV.9847), una raccolta di migliaia di iscrizioni dell’Impero Romano. Parlai di quel documento, ignorato dalla ricerca storica, in una specifica lezione all’Associazione Internazionale Amici di Pompei. Prima della eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. un focoso pompeiano dipinse col pennello su un muro la propria frenesia erotica:
Una fanciulla dalla carnagione chiara
mi ha insegnato a star lontano
dalle ragazze con la pelle scura.
Le ignorerò se mi riuscirà.
Se no… ci farò l’amore senza pensarci
A quei tempi la diversità cromatica sembrava nascondere perfidie e poteri magici nelle persone di pelle scura.
Al rapporto tra arte e razzismo mi ha riportato James Senese, scomparso di recente. Di lui ho seguito la carriera dagli Anni Settanta col mio programma settimanale su Radio Benevento Libera, intitolato non a caso Black music o Jazz?
Pochi mesi fa in un ristorante di Cetara sulla Costiera Amalfitana il grande sassofonista mi ha detto tra l’altro: “La canzone Tammurriata nera mi rattrista, ricorda mia madre napoletana: È nato nu criaturo niro, niro, 'a mamma 'o chiamm Giro, sissignore 'o chiamm Giro… Senese ha poi condiviso con Pino Daniele l’orgoglio di essere nato a Napoli, perché Napule è mille culure, una città che accoglie tutti. Dopo il pranzo mi ha salutato tornando in argomento: “Statte bbuono, amico mio… janco”. “Janco è ’o llatte” ho risposto invitandolo: “vieni a Benevento, ce stanno janche nire russ giall e pure mascule e femmene… verdi e blu”. Non l’ho incontrato più.
Il vero problema emerso nel 2015 non era l’incuria per le opere d’arte, tantomeno il razzismo, ma la necessità di un dialogo silenzioso con noi stessi per trovare ciò che blocca la nostra mente. Finché i muri mentali non verranno abbattuti il Discobolo, fotografato adesso tra erbe, colori e vento d’autunno, resterà in galera.
ELIO GALASSO

03/12/2025