48, morto che parla. Il lockdown della giustizia civile In primo piano

L’incredibile mondo della giustizia italiana ricorda un po’ quei dischi di vinile a 45 giri con le fiabe sonore dei fratelli Fabbri che da bambino i nostri genitori ci propinavano, nella vana speranza di tenerci buoni, e cominciavano con la canzoncina “A mille c’è nel mio cuor di fiabe da narrar…”.

In questo periodo di rinnovato lockdown le fiabe giuridiche raccontate dai cantastorie del processo, piene di personaggi strampalati e di trame surreali, si colorano della fantasia e dei colpi di genio degli inconsapevoli autori, presi dall’ansia del virus imperante.

I processi divengono oggi, più di ieri, un augurio di lunga vita, nel senso che la quasi totalità sono rinviati da giudici previdenti oltre l’anno horribilis, molti addirittura proiettati oltre il 2021. Non si sa mai. La causa è come quella pubblicità della telefonata che ti allunga la vita.

Un giudice, però, ha voluto superarsi e rompere finalmente la barriera del muro del suono del processo civile come aspettativa di vita terrena, ritenendo discriminatorio continuare ad escludere dallo stesso coloro che non ci sono più.

Ha, pertanto, inventato il c.d. processo 48, ovvero il processo … col morto che parla.

Cerco di spiegarmi.

Nel processo civile quando la persona che chiama in giudizio un’altra persona muore (capita … ai comuni mortali), il processo si interrompe e deve essere riassunto dagli o nei confronti degli aventi causa (in parole povere, gli eredi) in un certo termine.

In base a questa semplice regola del codice di procedura civile nel momento in cui il giudice ha notizia del decesso di una delle parti deve interrompere il giudizio, il quale resta in un limbo e può continuare solo nell’ipotesi di ulteriore impulso, da parte degli aventi causa, entro il termine stabilito a pena di decadenza.

Recentemente una mia assistita è stata chiamata in giudizio innanzi al tribunale da un’altra signora, la quale - prima che potesse svolgersi la prima udienza - è morta.

Quindi, sia io, sia il collega che rappresentava la signora deceduta, abbiamo chiesto al giudice di interrompere il giudizio in modo che gli eredi di quest’ultima potessero eventualmente riassumerlo. In parole povere, proseguirlo.

Con inaspettato colpo di scena il giudice non ha interrotto il giudizio, ma … ha concesso alle parti (quindi, anche alla defunta) i termini per depositare le memorie di precisazione delle proprie posizioni difensive e di articolazione delle nuove prove nonché fissato al novembre 2021 l’udienza per l’ammissione dei mezzi istruttori.

Il miracolo è compiuto. Dopo decenni di tentativi ed insuccessi il processo civile ha finalmente posto fine all’ingiustizia di travalicare la vita delle parti rendendole semplicemente immortali, dando “vita” al processo col morto che parla.

Così che alla mortalità della condizione umana si è contrapposta l’immortalità della sua condizione processuale.

E’ la prima pietra di una nuova frontiera giuridica, perché una volta ammessa l’esistenza del processo con la parte estinta dovrà gioco forza ammettersi anche l’esistenza del processo con il difensore estinto e, a maggior ragione, del giudice estinto.

Il tribunale potrà di nuovo vivacizzarsi con la comparsa di persone resuscitate dal processo.

Alle udienze dei comuni mortali potranno partecipare anche parti, difensori, giudici ed ausiliari, che, - ricordando i munacielli di “Questi fantasmi partoriti dalla fervida penna di Eduardo De Filippo, - anche da morti sono condannati a vivere eternamente il processo la cui fine non sono riusciti a vedere da vivi.

UGO CAMPESE