Demolizioni e fraveca e sfraveca In primo piano

La pubblicazione di “alcune opere, e il relativo importo, comprese nella prima annualità” del Piano Triennale delle Opere Pubbliche (approvato dalla Giunta Comunale il 30 aprile scorso) ci riporta con i piedi per terra. E non solo perché abbondano lavori di sistemazione e di rifacimento di marciapiedi esistenti o perché alle piste ciclabili (tanto necessarie per poter beneficiare dei contributi del governo Conte-Di Maio per l’acquisto di biciclette) sono destinati 75mila euro, giusto il doppio per il recupero del pattinodromo.

Il grosso dei 45 milioni di euro da spendere quest’anno obbedisce alla stessa logica di un basso profilo, quale proviene dalle passate amministrazioni, che elude accuratamente una visione coerente della definizione della città e delle sue funzioni in una prospettiva di sviluppo che non può nascere senza una valorizzazione dell’esistente.

Solo il milione di euro per il Teatro Comunale può far pensare che ci sia una prospettiva di impegno culturale sul quale innestare una idea di sviluppo turistico. Si sa, tuttavia, che quei soldi vanno spesi per non aggravare la condizione in cui si trova l’ottocentesco teatro pur dopo il costoso e riuscito restauro di fine secolo scorso. Ma se Città Spettacolo ha preso la via degli eventi di piazza, a che servono questi teatri? E che fine sta facendo il San Nicola? Mettere a norma, restaurare, abbellire i luoghi dello spettacolo se, poi, nulla si fa per riempirli di attività adatte anche a comitive di turisti indotti qui da attrattive culturali opportunamente e testardamente esibite con manodopera qualificata significa consegnarli all’abbandono e al deperimento.

Un Piano Triennale di Opere Pubbliche non dovrebbe essere solo una lista di lavori da appaltare per spendere i soldi di diversa provenienza (Europa, stato, regione). Quella lista dovrebbe rientrare in una progettualità abbozzata per indicare anche una via di sviluppo, un obiettivo ambizioso.

Ci auguriamo che un tale obiettivo sia stato tenuto nascosto, per rispetto delle ambasce provocate dal Coronavirus e che potrà essere issato nella tranche di programmazione del 2021.

Il documento esprime, però, un’altra linea di tendenza che misteriosamente si va affermando, e cioè quella della demolizione di edifici esistenti per la loro ricostruzione.

Ci sono più di tre milioni di euro per abbattere e ricostruire l’edificio della Scuola Media “Bosco Lucarelli” al Rione Libertà. Si tratta di un esempio raro (non solo nel Sud) di un edificio consegnato alla scuola sul finire degli anni ’60 completo di tutto. Non come la Pascoli, che non ha ancora visto né il secondo e né il terzo lotto. La Bosco Lucarelli aveva anche le cucine e il refettorio. Medievalismi spazzati via dai cibi portati da fuori in belle confezioni igienicamente perfette: scartare per credere. La Bosco Lucarelli ha due palestre coperte, ha aule di tutte le fogge, ha uno spazio con gradinate per attività teatrali-musicali-ludiche. Ha i locali per gli uffici, ha entrate e uscite di sicurezza. Soprattutto è la scuola che negli anni ha saputo “tenere” gli alunni, come per esempio non poteva essere alla “Pupillo”, presentando un ambiente-scuola di per sé educante, perché non temeva il confronto anche con quello delle famiglie del rione più emancipate.

Che cosa è successo perché una testimonianza della cultura tecnico-urbanistica della seconda metà del ‘900 debba scomparire? Perché mai non si possono applicare a questo edificio gli accorgimenti oggi possibili per “metterlo a norma”? Conosciamo l’obiezione: si fa prima a demolire e ricostruire una cosa nuova. Nessuno s’offenda se ci prende l’angoscia di tante opere non portate a termine. Anche ai turisti che vengono a vedere la Cattedrale bisogna spiegare che quella di fronte è una gran bella idea fermatasi per il venire meno dei soldi.

Credo che esistano a Benevento conoscenze tecniche e professionalità in grado di operare al risanamento dell’edificio esistente e alla sua messa in sicurezza (secondo i canoni delle leggi sopravvenute) in tempi più certi rispetto alle “incognite” di una demolizione e ci fermiamo qui.

In altra parte della città, contraddistinta da una edilizia recente, valutata dalle agenzie immobiliari anche di pregio, è stata decisa la demolizione di un edificio tra i più recenti, quello dove erano gli uffici dell’INPS, per la edificazione di una nuova cubatura necessaria per un centro commerciale e per alloggi di edilizia popolare. Sul presupposto trattarsi di zona degradata.

Nell’un caso e nell’altro, lasciando da parte ogni risvolto di legittimità o di convenienza economica, poniamo l’accento sulla superficialità con cui si attenta al paesaggio urbano, determinato dall’ampliamento della città nell’ultimo mezzo secolo. Demolire e ricostruire cubature significa infliggere ferite insanabili.

Su Facebook è commovente il sentimento di tanti navigatori di fronte a cartoline d’epoca che ci fanno vedere edifici del periodo unitario scomparsi a causa dei bombardamenti del 1943. Il sentimento popolare, senza bisogno di specifica cultura urbanistica, è per la conservazione degli ambiti sociali nei quali è trascorsa parte della nostra vita.

Come mai il Comune di Benevento soggiace al costume delle demolizioni e, con specifico riguardo ai marciapiedi, all’antico esercizio del fraveca e sfraveca?

MARIO PEDICINI