Gli studenti del ''Rummo'' raccontano le loro giornate ai tempi del Coronavirus In primo piano

Che stiano vivendo una fase storica questi giovani ne sono consapevoli. Si tratta di alcuni studenti della 4CC del Liceo Scientifico “Rummo” di Benevento. Ci raccontano le loro giornate in questa fase epocale della loro vita.

RITROVARE SE STESSI

Non poche volte studiando le grandi personalità al centro della storia o solo ascoltando quei racconti quasi eroici di mio nonno, ho sognato di vivere tali vicende per poterle raccontare ai posteri; magari parlare di come avrei difeso degli Ebrei per evitare che venissero deportati oppure raccontare di come le mie parole abbiano permesso l’abolizione della schiavitù e il riconoscimento dei diritti per gli Africani. Eppure, sembra proprio che sia giunto il momento di attivare la memoria e raccogliere tutte le informazioni sulle quali un giorno sarò probabilmente interrogata dai miei nipoti.

Non è quello che avrei desiderato raccontare; certo non ricorderò questi giorni come un’eroina che ha salvato migliaia di vite, però racconterò di tutte quelle persone che stanno morendo per salvare il nostro popolo. Sembra che la profezia di Bill Gates si sia avverata, egli infatti disse: Se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone nelle prossime decadi, è probabile che sia un virus molto contagioso. Non missili ma microbi.

L’intero pianeta in questi primi mesi del 2020 ha visto accadere disastri naturali, come gli interminabili incendi in Australia, ha sfiorato la terza guerra mondiale, quella tra USA e Iran, ha registrato temperature record in Antartide e tutti siamo stati così presi da questioni politiche e climatiche da dimenticare la sfera sanitaria. È infatti dagli ultimi mesi del 2019 che il Coronavirus ha “trovato alloggio” nei primi pazienti affetti della città di Wuhan causando polmonite e difficoltà respiratorie. Nel giro di pochi giorni, si è diffuso nel paese cinese fino a giungere poi in Italia dove sta mettendo alla prova il buon senso di noi cittadini, che troppo buono non è dal momento che gli assembramenti continuano a verificarsi, le persone prediligono il proprio ego e credono di essere furbi portando a spasso il cane più volte al giorno.

Ciò di cui vorrei parlare in futuro non sono le autocertificazioni false o gli atti vili di queste persone, vorrei raccontare di quelle pizze fatte in casa il sabato sera, di quei momenti condivisi a tavola scoprendo nuovi “inciuci” nella vita dei propri genitori, delle videolezioni in pigiama e di quanto le nostre abitudini siano cambiate facendoci apprezzare momenti ai quali prima non davamo il giusto valore, come andare dai nonni o ritrovarsi in un bar con gli amici. Non posso che condividere i provvedimenti adottati dal Presidente del Consiglio perché, nonostante i numeri dei decessi sembrino elevati, il sistema sanitario italiano è ancora in grado di gestire l’emergenza.

Questo periodo di distanziamento sociale sembra esser durato molto più degli effettivi 27 giorni da cui è stato indetto; la mancanza di contatto con altre persone sembra valere il doppio quando sei barricato all’interno di quattro mura. Ciò che ci rende desiderosi di varcare la soglia dei portoni non è tanto la voglia di uscire in sé, quanto l’avvertire della sua impossibilità. Fin dall’inizio di questa quarantena, nel compiere le nostre commissioni giornaliere non provavamo minimamente un senso di libertà, invece, ora, nel momento in cui essa ci è stata sottratta, ci vediamo privati anche del piacere di una passeggiata all’aperto.

Eppure intravedo qualcosa di positivo: forse tra qualche mese (spero pochi) saremo in grado di apprezzare anche quelle uscite “forzate” come una cena con parenti il sabato sera, l’acquisto di un ingrediente che ti accorgi di non avere solo dopo aver iniziato ad impastare il tutto e perfino andare a buttare la spazzatura dopo cena. Sicuramente il cambiamento che influisce maggiormente sulla mia quotidianità è quello scolastico. Anche se svegliarsi alle 7 non era la cosa più piacevole di questo mondo, la scuola rimaneva l’impegno principale della giornata. Quando si iniziò a parlare della sua chiusura, provai una sorta di timore di non apprendere le giuste nozioni e informazioni durante questo periodo da ‘autodidatta’; per fortuna mi sbagliavo.

Le scuole italiane, compresa la mia, stanno svolgendo un ottimo lavoro permettendo l’interazione docenti-studenti via rete. Anche se i primi giorni il tutto risultava ‘problematico’ perché nessuno era abituato ad una didattica a distanza, ogni professore è riuscito a dare il suo apporto a questa nuova metodologia permettendoci di rimanere in linea con i programmi, non perdere gli stimoli e avvertire un po’ di contatto umano. Quello stato di paura iniziale mi ha fatto anche render conto di quanto noi ragazzi molto spesso sottovalutiamo i diritti che possediamo, come quello all’istruzione e, per quanto tedioso possa sembrarci trascorrere ore dietro quei banchi, è una delle opportunità migliori che ci riservi il nostro stato.

Oltre la scuola, sono stati molti altri i cambiamenti che ho affrontato, a partire dalle persone con cui condivido il mio spazio. Infatti sin dalle medie ho ‘vissuto sola’ a casa, nel senso che andando a lavorare presto i miei genitori e tornando quando io ero in palestra, riuscivo a trascorrere con loro solo qualche minuto a cena; invece vedevo mia sorella, che da 7 anni studia a Napoli, solo 1 volta al mese. Quel distacco che molto spesso avvertivo si è accorciato così tanto che posso dire essersi vanificato. Molto spesso cercavo il conforto di mia sorella nelle mie amiche e quello dei miei genitori nei miei nonni con cui pranzavo ogni giorno.

Grazie a questa quarantena ho imparato anche a conoscere mia sorella e le sue ansie pre-esame e soprattutto ho sentito tutto l’amore dei miei genitori che, anche se continuano a lavorare in questo periodo per le condizioni imposte da Conte, riescono a condividere maggiore tempo con noi. Una cosa di cui sarò grata in questi giorni è l’aver ritrovato me stessa dopo un periodo di smarrimento, aver coltivato quelle passioni che prima ritenevo noiose e vane e anche aver scoperto quanto è interessante guardarsi dentro ogni tanto. Se sono riuscita a farlo, lo devo a uno dei libri letti recentemente (perché sì, questa quarantena ha provocato in me una gran voglia di lettura): “L’arte di essere fragili” di Alessandro D’Avenia. Attraverso la figura di Leopardi, presentato non come il poeta del pessimismo, ma quello della ricerca dell’infinito, ho visto me stessa. Così come lui cercava l’infinito oltre la siepe della casa da cui voleva scappare, allo stesso modo io sono in cerca di un assoluto in uno spazio limitato.

Non voglio privarmi di nulla in questi giorni, ma soprattutto al termine di questa quarantena non voglio riprendere la mia vita ‘di prima’, una vita che vivevo solo al 50% senza rendermi conto di quanto potessi realmente fare. C’è stata una sorta di risveglio in me, motivato forse da qualche verso della “Storia di un pastore errante” o de “L’infinito” perché se prima mi assaliva il tedio giacendo in riposo, ora voglio solo naufragare nel mare delle mie certezze e dei miei rapimenti. Sto sperimentando cose nuove e migliorando quelle con cui già me la cavavo: studiando qualche accordo per chitarra su internet ho suonato le prime canzoni e, invece, in cucina mi sono abbandonata ad una vastità di sapori a partire da quelli nostrani (pasta fresca, babà e risotti) fino a quelli oltramontani (cous cous e paella).

Se dovessi scegliere però i miei attimi preferiti in cucina, certamente sarebbero quelli del sabato sera e della preparazione della pizza. Ognuno di noi pensa di saperne di più: c’è papà che crede che tutto dipenda dal modo in cui si impasta, mamma dal modo in cui si stende nella teglia, mia sorella dagli ingredienti ed io dal luogo dove si fa lievitare l’impasto; ma posso assicurare che questi piccoli momenti (e superflue liti) mi hanno fatto rivalutare il sabato sera presso il Corso Garibaldi. Non sto dicendo che non mi manchi passare il tempo con i miei amici in un baretto, ma che forse ci voleva proprio una tale ‘sciagura’ per farmi ricredere sul sabato sera in famiglia. D’altronde in questi giorni ho perso la concezione del tempo e non importa che sia sabato o martedì, sento sempre più la mancanza dei miei amici. Sarà perché sono abituata a trascorrere molto tempo con loro anche al di fuori della scuola, ma forse è un po’ per tutti gli italiani una sofferenza dover rinunciare ai rapporti sociali.

Siamo un popolo caloroso e adoriamo condividere le nostre gioie con gli altri; non è sufficiente vedersi tutti i giorni tramite uno schermo senza abbracci, senza baci, senza potersi sfiorare. Per quelli come me è ardua la sfida, si, ma ogni giorno dopo il bollettino delle 18 mi convinco sempre più che dobbiamo resistere e ne usciremo vittoriosi. C’è tanta, forse troppa, sofferenza sparsa in Italia e nel resto del mondo: persone nei comuni lombardi che non hanno potuto salutare per l’ultima volta i propri cari, ma peggio ancora le bare di questi sono state portate al di fuori dei paesi natii dai militari: all’immagine di quelle scene ho rabbrividito, sembrava una città in tempo di guerra. Ed i medici: loro nonostante siano a conoscenza della facilità di trasmissione di questo virus, con le dovute precauzioni, scendono lì in corsia e prestano i soccorsi a ogni paziente affetto. Se c’è una cosa per cui vale la pena resistere e perseverare, quella è la bontà e la profonda empatia di queste persone che salvano il nostro popolo.

E tutto sommato, almeno per me, non è poi tanto dura stare in casa: ho organizzato così bene le mie giornate che rimprovero me stessa se inizio a cucinare più tardi o se non dedico troppo tempo allo sport. Di solito cerco di allenarmi 6 volte a settimana e alterno esercizi di resistenza a quelli di forza. Ognuno vuole mantenere una bella linea in vista dell’estate, ma io ho sempre amato dedicare tempo al mio fisico, cosa che mi permette di star bene anche mentalmente. C’è chi trova la propria casa nella religione e in questo periodo non perdere la fede è essenziale. Vedere il papa celebrare la messa solo nella vastità di Piazza San Pietro (chiusa dopo 700 anni) mi ha fatto immaginare un ipotetico Dio nel quale le persone non credono più a seguito di questa catastrofe.

Eppure dovremmo solo ricordarci che, come diceva Giordano Bruno, il Dio ce lo abbiamo dentro e non dobbiamo cercarlo all’esterno. Le chiese serrate e il Vaticano inaccessibile non saranno un pretesto per perdere amore e speranza, uno smarrimento che orami si percepisce sui volti delle persone. Bisogna cercarsi e ritrovarsi nel proprio IO, lasciarsi rapire da nuove sfide con l’obiettivo di superarle, ma soprattutto bisogna continuare ad essere uniti perché, come diceva Petrarca, “l’antico valor nell’italici cor non è ancor morto”.

DARIA TODINO

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UNA GUERRA IN ATTO

Una gita in cucina, una visita in salone, un’escursione fuori il balcone di casa per godere dell’ottimo panorama, sono queste alcune delle espressioni più gettonate del web in grado di sintetizzare ironicamente la situazione non solo dell’Italia, ma del mondo intero.

Quando ho saputo che la mia nazione, la mia città, erano sotto attacco ho subito pensato di schierarmi in prima linea per difendere i suoi abitanti, ma soprattutto la mia famiglia. Un nemico sottovalutato, sminuito da molti, così debole che il governo ci ha chiesto di rimanere a casa per poterlo sconfiggere. Una strategia semplice, pensavo: “Come sarebbe stato possibile affrontare in questo modo un nemico? Con quanta facilità lo colpiremo?”

Beh mi sono dovuto ricredere, questa battaglia si è presentata più difficile rispetto alle mie aspettative.

Pensavo che rimanere in casa fosse un’arma che non richiedeva munizioni, alcun costo, ma mi sbagliavo ancora.

Da un giorno all’altro mi è stato negato di uscire con gli amici, di allenarmi con la mia squadra di calcio, di andare a scuola come ogni ragazzo della mia età, mi è stato proibito di far visita ai nonni, zii e cugini, mi è stato imposto di indossare una mascherina e dei guanti anche solo per portare a spasso il cane, mi è stata sottratta l’occasione di viaggiare, sentirmi grande spostandomi autonomamente grazie al mio scooter, mi è stata negata la Libertà.

Una delle munizioni più care, l’unica in grado di alimentare un’arma abbastanza potente da fermare l’avanzata del nemico, anzi di un nemico, chiamato: Coronavirus.

Essere rinchiusi in casa per salvare il mondo non è un gioco da ragazzi, lo Stato ci impone di continuare a “vivere” la nostra quotidianità attraverso metodi alternativi e soprattutto grazie all’uso della tecnologia, infatti continuo gli studi attraverso piattaforme online e videolezioni, continuo gli allenamenti per quanto mi è possibile seguendo video inviati dai nostri preparatori, sostituisco gli incontri al bar con delle videochiamate ai miei amici, la visita ai parenti con delle semplici chiamate, ma c’è sempre qualcosa che manca. Manca quel rapporto che avevo prima con le persone, mi manca manifestare il mio affetto attraverso una carezza, un abbraccio, un bacio, mi manca vedere le reazioni sincere ad una battuta, chiedere e dare un consiglio dal vivo e non dietro uno schermo. La tecnologia per quanto efficiente non è in grado di sostituire una persona.

Il nuovo sistema scolastico lo considero freddo e non funzionale come il vecchio, distrarsi è molto più semplice e non avendo quell’approccio pratico con la materia e con gli insegnanti è molto più difficile comprendere alcuni argomenti. Nonostante segua sempre le lezioni online, le vedo più come un ottimo modo per passare il tempo invece di essere funzionali all’apprendimento, così come i compiti a casa, i quali considero uno svago per evadere dalla situazione attuale.

Fuori anche si respira un’aria diversa, gelida nonostante le giornate calde. Ora che ho molto tempo per pensare, mi vengono in mente tutte le cose che avrei potuto fare con i miei amici se tutto questo non fosse mai accaduto: una partita al campetto sotto casa, un giro in un centro commerciale, uscire il sabato sera. Per ammazzare la noia mi diletto in cucina con mia sorella, svolgo cruciverba con mia madre, ho più tempo per stare vicino la mia famiglia e il mio cagnolino, che anche lui rimpiange le lunghe passeggiate sotto il sole, forse l’unico aspetto positivo di tutto ciò.

Da quando hanno imposto l’obbligo di mantenere una distanza di sicurezza dalle altre persone di almeno un paio di metri, credevo che avrei perso fiducia nel prossimo, che mi sarei sentito solo, invece non mi sarei aspettato una simile reazione da parte degli altri e più in particolare dei miei vicini. Credevo che uscendo di casa per portare il mio cane a spasso, mi sarei sentito minacciato da chiunque incontrassi per strada, e che chiunque si sarebbe sentito minacciato da me, con la paura di poter essere infettati da questo virus. Credevo che si sarebbe persa l’abitudine di salutare gli altri in giro, che ognuno avrebbe pensato solo a sé stesso e alla sua famiglia, invece è emersa una solidarietà assurda che mai avrei immaginato. Nel mio quartiere, ad esempio, ci aiutiamo l’un l’altro, forse più di prima, tutti noi ragazzi ci siamo messi a disposizione per aiutare le famiglie più anziane, anche solo per fare la spesa prendendo le giuste precauzioni.

Vedere in tv milioni di persone applaudire alla stessa ora fuori dalle finestre e dai balconi della loro abitazione è stato davvero un bel gesto riferito a tutti i medici che sono in prima linea in questa battaglia, un gesto di solidarietà che mi dà coraggio.

È vero che a causa di questo virus ho rinunciato a tante cose, ma mai come ora mi sento parte di una comunità, di un paese unito dove a regnare è la fratellanza. Mi rendo conto che restare in casa è più difficile di quanto sembri, ma rimanerci è il più grande gesto di coraggio che possiamo compiere in questo momento per essere al sicuro e tenere al sicuro non solo la nostra famiglia, ma quella di tutti.

PIETRO SCIANCALEPORE

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VIVERE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Negli ultimi mesi la nostra vita è cambiata radicalmente: il coronavirus sembra aver raggiunto quasi ogni angolo del mondo, e secondo i continui aggiornamenti non ha intenzione di fermarsi. Con 205 Paesi coinvolti, oltre 900 mila contagi e 45 mila decessi, questa pandemia è ormai passata alla storia. Ogni giorno ci chiediamo quando finirà e quando potremo tornare alla vita normale, ma le notizie online o in tv ci mostrano la dura realtà, facendoci rassegnare al fatto che siamo ancora lontani dal superare quest’ostacolo. Il Covid-19 è una vera e propria guerra, l’unica differenza rispetto ad uno scontro convenzionale è che non ci sono vincitori: ognuno di noi ha perso qualcosa, c’è chi non ha più un lavoro, chi non può vedere i propri cari, chi li ha persi, e chi ha dato la propria vita per salvarne un’altra. I veri eroi infatti sono i medici, gli infermieri e tutto il personale sanitario, che quotidianamente assistono malati che non riescono a sopravvivere a questa grande minaccia.

Penso di vivere questa situazione da vicino, in quanto entrambi i miei genitori lavorano in un ospedale ed ogni sera ho il timore di non poterli più vedere il mattino successivo. Durante queste settimane, come tanti altri medici, sono stati lontani da casa per diversi giorni, in attesa del risultato dei campioni per il virus. Questo ci dimostra che ci troviamo in una situazione straordinaria, e in quanto tale ognuno deve fare dei sacrifici per non aggravarla. E se questi sacrifici implicano anche un isolamento volontario, è necessario che vengano fatti per il bene comune. In questo momento così difficile, stiamo imparando a valorizzare le piccole cose, tutte quelle che fino a poche settimane fa davamo per scontate: un abbraccio, una stretta di mano, un’uscita con gli amici e perfino la scuola. Per certi versi, mi sembra quasi di immedesimarmi nel “Giovin Signore” di Giuseppe Parini: vi è un’immobilità del tempo e dello spazio, ogni giorno è uguale a se stesso, la routine non cambia, le attività sono sempre le solite, e le quattro mura che ci circondano non cambiano mai.

Durante l’anno il più grande desiderio di noi studenti è che arrivi l’estate, sinonimo di libertà e divertimento. Ad ora il più grande desiderio è tornare in classe: ci manca discutere con il nostro compagno di banco, parlare con gli amici durante la ricreazione, fare un’assemblea di classe e sicuramente anche assistere ad una lezione. Una delle più grandi difficoltà che si sta riscontrando è la comunicazione: sia tra noi compagni che con i docenti. È impossibile sostituire con piattaforme virtuali il lavoro svolto in aula.

La tecnologia è diventata fondamentale, è l’unico mezzo per avere un contatto immediato con gli altri. Da un certo punto di vista credo che questo cambiamento sia stato positivo, in quanto personalmente sto sperimentando nuovi programmi e applicazioni di cui non ero a conoscenza, approfondendo questa materia che mi ha sempre appassionato. Abbiamo scoperto un nuovo lato della tecnologia, da sempre condannata per la rottura le relazioni interpersonali, e che ora è l’unico modo che ci permette di mantenerle salde. Stiamo imparando ad utilizzare internet responsabilmente, non solo a scopo ludico, ma soprattutto a scopo educativo, scolastico e non. In questi giorni sono tanti i messaggi di speranza lanciati sul web, da attori, cantanti e bloggers da tutto il mondo.

È proprio attraverso i social networks che è stato possibile aprire raccolte fondi per le terapie intensive di tutta Italia, arrivando ad oltre 4 milioni di euro per il San Raffaele di Milano. Sono stati i personaggi pubblici più influenti, per primi Chiara Ferragni e Fedez, a prendere iniziative come questa; ogni sera assistiamo a concerti in live su Instagram, alla stesura di canzoni, come nel caso di Tommaso Paradiso e Calcutta, a video di allenamenti e ricette culinarie. Insomma tutti, in ogni campo, stanno dando il loro contributo per incentivare ognuno di noi a coltivare una passione o un hobby, che a causa della freneticità del mondo moderno, siamo stati costretti ad abbandonare. C’è chi si dedica alla lettura, ai film, al giardinaggio e tanto altro... Io, ad esempio, sto dedicando alcune ore del giorno alla musica, che ho sempre considerato come un modo per liberare e chiarire le proprie emozioni.

Importante è il senso di appartenenza che sta maturando in ognuno di noi: ogni giorno varie città d’Italia cantano in coro sui balconi, sentendosi vicini, anche se lontani.

Sul piano politico, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte cerca di non allarmare la popolazione, assicurando che restando chiusi in casa, questa situazione tra qualche mese sarà solo un brutto ricordo. Il maggior problema dell’Italia è la mancanza di strutture ospedaliere e accessori da distribuire al personale sanitario e al resto dei cittadini. Il nostro Paese, dopo la Cina e gli Stati Uniti, è il territorio più colpito dal corona virus; per questo motivo, in segno di solidarietà, Cina, Russia e Germania, stanno mettendo a disposizione medici specializzati, mascherine e tute per aiutarci a superare tutto ciò.

C’è chi invece si affida alla religione, che grazie agli interventi di Papa Francesco, sta dando conforto e speranza a tutti i credenti, i quali vedono nel pontefice una figura spiritualmente forte e rassicurante.

Restate a casa”: le parole più pronunciate e ascoltate nelle ultime settimane. Le grandi aziende stanno contribuendo a far diffondere e soprattutto far rispettare questo messaggio: Amazon regala ai suoi clienti 90 giorni del piano Prime, per consegne più veloci, musica e film illimitati; lo stesso accade per videogames online, come “Call of Duty” o “World War Z”, che possono essere acquistati ad un prezzo ribassato o addirittura gratuitamente.

La mia speranza è che l’hastag #iorestoacasa, non sia una solo una descrizione per un post su Facebook o Instagram ma che sia entrato davvero nella mente di tutti, e che ognuno abbia compreso di essere in bilico: oscilliamo tra un ritorno alla normalità e la caduta in una tragedia. Sta a noi decidere come comportarci: essere responsabili e rispettare le norme, oppure condannare l’umanità ad una strage mondiale.

MORENA IALEGGIO