GUERRA ISRAELE - USA E IRAN. FACCIAMO QUALCHE NUMERO In primo piano

Si fa un gran parlare in questi giorni della guerra in corso in medio oriente tra la coalizione formata da USA e Israele da una parte e l’Iran dall’altra. Uno degli sviluppi drammatici del conflitto, dal punto di vista economico, è stata la decisione del’Iran di chiudere al transito navale lo stretto di Ormuz (in parte poi smentita ma ben pochi si fidano).

Cosa comporta in termini economici questa decisione con particolare riguardo al nostro paese? Questa domanda è stata rivolta in due differenti interviste nel corso di un autorevole programma radiofonico, sia al presidente di Assoarmatori dott. Stefano Messina sia al CEO di Snam dott. Agostino Scornajenchi. Quest’ultima è l’unica società che per l’Italia trasporta GNL dal Qatar attraverso lo stretto.

Per Ormuz transita il 20% della produzione mondiale di petrolio che ha tra i suoi principali destinatari Cina, India, Giappone e Sud Corea mentre una quota minima va verso l’Europa. Il nostro continente si approvvigiona dal Qatar di una quantità più consistente di GNL (Gas naturale liquefatto). I paesi europei coprono in questo modo una quota del fabbisogno complessivo di gas che va dal 4-5% di Spagna, Francia e Germania ad una quota pari all’11% di Italia e Polonia.

Il fabbisogno complessivo di gas dell’Italia è pari a circa 63-64 miliardi di metri cubi annui. Di questi il 30% è coperto con GNL mentre il residuo viene importato in parte dal nord Europa, in parte con il “Transmed” algerino ed in parte mediante il tanto criticato “TAP” dall’Azerbaijan. Il GNL , oltre che dal Qatar, viene fornito da USA (che lo estraggono mediante la tecnica del fracking o frantumazione del fondale marino) e da altre nazioni bagnate dall’oceano Atlantico. Quindi, a conti fatti, il fabbisogno di gas proveniente dal Qatar è poco meno di 600 milioni di metri cubi al mese equivalente al carico di 5 navi gasiere. Le navi impiegano circa un mese per arrivare ai porti di approdo ove sono istallati i rigassificatori ( Rovigo, Piombino e La Spezia ed altri) perché devono doppiare il capo di “Buona Speranza” , sito in Sud Africa, essendo non raccomandata la rotta più breve tramite il canale di SUEZ per via del pericolo dei missili Houti nello Yemen.

I personaggi intervistati hanno assicurato che le navi con il carico di marzo sono partite ed in parte anche arrivate a destinazione mentre molte altre, dedicate al trasporto anche di altre merci oltre al petrolio ed al gas, sono bloccate all’interno oppure all’esterno dello stretto di Ormuz. Appare opportuno sottolineare che a causa della guerra, in pochi giorni, i noli giornalieri per un vascello di 300.000 tonnellate sono passati da 50.000 dollari USA a circa 480.000 USD mentre la polizza assicurativa da 1.000 USD al giorno a 50.000 USD.

Ovviamente, vista la incredibile lievitazione dei costi che inevitabilmente andranno ad impattare sulle filiere produttive incrementando l’inflazione generale, c’è da augurarsi, sia da un punto di vista umano soprattutto ma anche da quello economico, una rapida conclusione delle ostilità. Al momento non ci sarebbero problemi per l’approvvigionamento di gas da parte dell’Italia. Infatti, come affermato da autorevoli fonti, le riserve sono pari a circa il 45% del totale stoccabile che è di circa 20 miliardi di metri cubi (un circa terzo del fabbisogno annuo). Inoltre è possibile incrementare di circa un 10% l’import mediante gasdotto dalle citate nazioni. Per fare un paragone con la guerra in Ucraina, il gas proveniente dalla Russia nel 2022 ammontava a circa 28 miliardi di metri cubi all’anno su un fabbisogno totale di 80 miliardi di metri cubi. Il fabbisogno è diminuito sia per il forte sviluppo che nel frattempo hanno avuto le fonti rinnovabili ed anche per una diminuzione dei consumi.

Nel frattempo sia il prezzo del gas sia il prezzo del petrolio sono in decisa crescita a causa dell’incertezza sulla durata del conflitto. Il gas , ad esempio, ha superato i 55 euro al megawattora (9 marzo) mentre prima della guerra viaggiava sui 35 euro al megawattora. Una crescita che, però, almeno per ora, non si prefigura come quella del periodo successivo all’invasione russa dell’Ucraina in cui il prezzo raggiunse, nell’agosto del 2022, lo stratosferico picco di 338 euro al megawattora.

VITTORIO IMPERLINO