Il divario più grave: nord-sud o fasce costiere-Appennino... In primo piano

Viviamo non pochi divari, dualismi e divergenze territoriali. Fra Nord e Sud e tra Fasce costiere e Alture appenniniche: in senso verticale ma anche in senso orizzontale.

Finora in Campania la fascia costiera, che rappresenta meno del 20% della superficie regionale, ha assorbito oltre il 60% dei finanziamenti nazionali ed europei. L’area appenninica, soltanto perchè poco pianeggiante e scarsamente abitata (meno del 25% della popolazione campana), è stata finora considerata poco produttiva e quindi povera e depressa: destinataria di gesti di solidarietà più che di investimenti produttivi.

Siamo sempre più un Paese dualistico e squilibrato: in particolare in Campania, che è una regione in cui le aree costiere e vallive succhiano beni e risorse alle aree appenniniche. Va detto però che si comincia ad intravedere qualche inversione di tendenza, almeno nelle valutazioni politiche. Significativo, difatti, l’atteggiamento del ministro Provenzano quando dichiara che le aree interne “rappresentano la vera emergenza” (L’Espresso del 27 dicembre u.s.), lasciando intendere che nell’ampia Questione meridionale il variegato territorio appenninico esprime un’emergenza che in ogni caso non deve esaurirsi nel pur apprezzabile progetto della cosiddetta “Strategia Nazionale Aree Interne” (SNAI) che non può pertanto incentrarsi sui soliti finanziamenti straordinari di miniopere disseminate su questo e quel Comune.

La Questione Appennino si affronta avviando una vera e propria rivoluzione della filosofia dell’assetto del territorio: territorio inteso non solo come base di insediamento ma anche come motore di sviluppo. Ad una zona, per essere “base di insediamento”, può bastare una pianeggiante posizione geografica che faciliti la realizzazione di impianti produttivi e abitativi; ma, per essere “motore di sviluppo”, il territorio deve disporre di specifiche risorse e potenzialità endogene. Alla prima categoria, base di insediamento, appartengono le aree vallive e costiere; alla seconda, motore di sviluppo, appartengono le alture appenniniche, dotate di vitali potenzialità idriche e geo-ambientali, oltre che di indispensabili ed esclusive fonti energetiche rinnovabili.

Da queste considerazioni si potrebbe dedurre che la vita civile e le attività produttive delle valli e delle coste dipendono dalle alture e non viceversa. E’ l’osso che regge la polpa e non viceversa, diceva Manlio Rossi-Doria, già settant’anni fa. L’osso è il monte, la polpa la valle. In un corpo destinato al consumo di carne la polpa vale certamente più dell’osso; ma in un corpo che vive e opera è appunto l’osso che regge la polpa. Dobbiamo pertanto smettere di considerare il retroterra, cioè l’Appennino, un parente povero da assistere, laddove invece è un primario soggetto produttivo che ha diritto a sostanziali e sistematici risarcimenti e compensazioni. Non donazioni ma risarcimenti.

Con queste sommarie considerazioni vorrei soltanto provocare un dibattito sull'indispensabile riequilibrio territoriale di questa nostra singolare regione, formata non solo dalla rapace fascia costiera ma, ancor più, dalla generosa dorsale appenninica.

Serve un diverso approccio non solo dalle forze politiche ma pure dal mondo accademico e da quello religioso, visto che anche i Vescovi ne discutono con grande sensibilità, sebbene anch’essi sembrino ancora portati a vedere le zone interne come sorelle povere da aiutare più che come soggetti produttivi da valorizzare. Io non parlerei di “Mezzanotte del Mezzogiorno” ma di “Nuova Alba dell’Appennino”.

ROBERTO COSTANZO