In caso di terremoto In primo piano

C’è chi vuole eliminare la miseria, o se no la morte, oppure le turbolenze meteorologiche. Più che altro, insomma, una fantastica idea della libertà di pensiero.

C’è da dire, però, che ne scaturiscono comportamenti e provvedimenti dell’Autorità che possono creare conseguenze poi ingestibili.

Per chi abita da queste parti, c’è la necessità di fronteggiare il terremoto. Fenomeno della natura che a stento si riesce a verificare “dopo”. Gli studiosi di professione ci propinano una sola certezza: non si sa quando, ma una forte scossa di terremoto è possibile. Volendo applicare una banale regola di probabilità statistica, per Benevento andiamo a intervalli di trent'anni (23 luglio 1930, 21 agosto 1962, 23 ottobre 1980). Al tempo di Orsini ce ne furono due disastrosi a distanza di soli 14 anni (5 giugno 1688 e 14 marzo 1702).

Insomma, l’avrete capito, per un terremoto importante dobbiamo porci in vigile attesa. Prepariamo la valigia con panni invernali e scarpe con la suola a carrarmato? Ci mettiamo pure la ricarica del cellulare? E i medicinali? Qualche bibita?

Sì, ma chi ci avverte? Non è come i temporali con vento forte e pericolo di ruscellamenti che, grazie alla Protezione Civile regionale, inducono il sindaco a chiudere le scuole. In caso di terremoto nessuno ci avrà avvisato prima e tutto quel che bisogna fare si mette in moto dopo. E qui ti voglio.

Ipotesi estrema: cadono le case dove abitiamo e noi restiamo sotto. Il più delle volte, bisogna aspettare che ci siano altri a farsi vivi.

Ipotesi intermedia: abbiamo visto ballare la casa, sono caduti portafiori e bottiglie nel ripostiglio e pure il tavolino del televisore s’è spostato. La maggior parte della gente esce in strada, vuole incontrare il prossimo, vuole raccontare e informarsi. Fare attenzione alla replica.

Ma se il terremoto tarda o non viene proprio che cosa bisogna fare? Chi ce lo dice?

Se ci fate caso è questa l’ipotesi che più interessa tutti gli abitanti di una città. Ed è ciò che dovrebbe interessare le cosiddette istituzioni.

Partiamo da loro. I Piani di protezione civile (non vale solo per il terremoto, per noi beneventani ci appassionano pure le alluvioni) dovrebbero prevedere luoghi e spazi per il raggruppamento, affinché si possa fare subito il censimento dei vivi e vegeti (rispetto, evidentemente, a delle liste preconfezionate di nomi messi a ruolo per quel determinato posto). Questi piani devono essere regolarmente aggiornati e messi in mano a chi deve gestire l’operazione, tenere sgombre le strade, chiudere al traffico certi tratti da assegnare esclusivamente ai mezzi operativi del soccorso.

Ma anche i cittadini, almeno ogni capofamiglia, dovrebbero essere in possesso di un documento (da rileggere spesso per mandarlo a memoria) da tenere in luogo idoneo (il più funzionale sarebbe dietro la porta d’ingresso, insieme - per chi ci crede - a Santi e Madonne).

Basta così? Ma niente affatto.

Senza pensare se la casa crollerà o è in grado di resistere, bisogna eliminare tutte le condizioni che in caso di scosse più o meno forti possono provocare danni a uomini e cose. Una cosa da quattro soldi che chiunque può fare con le proprie mani (ma nessuno fa) è fissare i mobili alle pareti. I giapponesi hanno stabilito anche come inchiodare gli stigli delle porte, per evitare che un piccolo chiodo possa produrre un taglio da curare al Pronto Soccorso.

Ma in una città che ha resistito abbastanza bene al terremoto del 1980 (1 minuto e trentacinque di scuotimento) in pochi possono dire di abitare un una casa in regola con le normative antisismiche varate dopo dal legislatore. In casi del genere si può chiudere un plesso scolastico e trovarne un altro “adattabile” a “normale”. Non è possibile in tempi brevi intervenire in tutti i palazzi e le casupole, ma forse neanche in tempi lunghi. Chi ci mette i soldi, chi fa le perizie e chi si assume la responsabilità di mettere una firma, con la pistola del pubblico ministero puntata dietro la nuca?

L’unica soluzione ad un problema vero, attuale, ma enorme è una pianificazione, questa sì da fare con urgenza. Individuare gli edifici (ospedali, scuole) e strutture (strade e ponti) che per primi devono essere assoggettati ai necessari interventi di “adeguamento” alle normative già in vigore. E, in successione, passare ad altro, incentivando con iniziative valide (sconti fiscali sui materiali e sulle imposte) i privati a fare la loro parte.

Sarebbe questo un enorme volano di sviluppo sia sul piano meramente economico (cantieri e posti di lavoro) ma soprattutto sul piano sociale. Mettersi al lavoro per salvare la pelle potrebbe anche aiutarci a pensare che ci siano priorità nella vita nostra e dei nostri discendenti molto più importanti della vittoria di Salvini o Di Maio alle elezioni.

MARIO PEDICINI