Le voci della città. Appunti in tema di Coronavirus In primo piano

Tutta mia la città. Un deserto che conosco.” cantavano gli Equipe 84 alla fine degli anni 60, involontari precursori di quello che ci sarebbe accaduto a distanza di oltre cinquanta anni.

Finalmente, dopo due mesi di un ordinario straordinario isolamento, è bello scoprire una città che si risveglia colorandosi di persone uscite dal letargo governativo.

Timidamente, come lucertole che cercano il sole, si muovono impacciate per le strade che prima percorrevano con passo disinvolto; fanno capolino quasi incredule.

Pian piano riassaporano il gusto della vita quotidiana, di quella routine dalla quale fino a qualche mese fa volevano scappare.

Si sentono di nuovo le voci dei passanti, i rumori delle autovetture; la vita urbana che comincia a scorrere in piccoli rivoli come un torrente di montagna.

Si compone la tavolozza dei colori a tempera della primavera: il cielo di un azzurro terso; gli alberi fioriti di bianco e di rosa; il sole di un giallo caldo. Gli odori inebriano le narici di desideri appena sopiti, non dimenticati.

E’ il rinascimento di una vita minima. Si apprezza quello che prima lasciava indifferenti, sempre “in altre faccende affaccendati”.

E’ la dilatazione del tempo, che si allunga e si comprime come una molla, frutto di quel “distanziamento sociale” che si riflette all’interno di ognuno di noi.

Cambia la prospettiva dell’essere. Si impara (almeno, si spera) ad andare oltre la superficie dell’apparenza, a guardare il dettaglio prima invisibile.

Non il semplice vedere, ma il guardare oltre: fuori e dentro di sé.

Sarà tutto diverso o come prima?

Sarà quello che sarà: l’uomo trova sempre la sua dimensione in ogni situazione, nella spasmodica ricerca dell’irraggiungibile “centro di gravità permanente”.

Il futuro non è domani: è ora, adesso.

Rimbocchiamoci le maniche e riprendiamo da dove eravamo rimasti.

E’ la “Vita Nova” dove cercare quella creatura angelica inviata “da cielo in terra a miracol mostrare”.

UGO CAMPESE