Riprendere la vita In primo piano

Non ci piacciono le apocalittiche previsioni del nulla sarà come prima. Perché ne abbiamo visto svanire già parecchie in circostanze passate. E perché ci sembrano un modo piuttosto comodo di scansare la fatica di approfondire.

Se vogliamo camminare insieme per affrontare i problemi ai quali ci troveremo di fronte da maggio in poi, bisogna stare con i piedi per terra. Partendo, se si vuole, dalla esperienza della quarantena, della segregazione, del fermo di quasi tutte le attività economiche. Siamo immersi in una innaturale sospensione della vita. Ci siamo affidati da un lato ai medici e dall’altro lato ai giuristi. Nulla più che giuristi sono stati i nostri governanti (presidente del consiglio, governatori regionali, sindaci) per aver fatto uso di strumenti di coercizione minacciosamente definiti con frasari e modulistiche di tipo vessatorio: è fatto obbligo, è fatto divieto, sanzioni, verbali, forze dell’ordine. Stavolta non è bastato sospendere le lezioni nelle scuole, sono state sospese anche le sante messe e i funerali. L’autorità in molte fogge costituita è riuscita ad esorcizzare la morte, nascondendo addirittura i cadaveri o, come nella civilissima Lombardia, riducendoli in polvere per farne una confezione non troppo ingombrante.

E c’è chi vorrebbe ripartire dai massimi sistemi?

Ci accontenteremmo se, dopo questa sospensione della normalità, ci trovassimo a scoprire che in questo mese e mezzo qualcuno abbia studiato come ovviare agli indubbi inconvenienti. Che, per esempio, prendere a modello il comune per vietare di varcarne i confini non sia un espediente praticabile per chi vive a Pagliara (magari sulla sponda del fiume Sabato) e per andare al Municipio deve per forza passare per il territorio di Sant’Angelo a Cupolo; o per il torrecusano che vive a Torre Palazzo che per andare dal sindaco deve passare per forza attraverso il territorio di Ponte. Mi ricorda una brillante circolare ministeriale che vietò per le scuole elementari le gite fuori regione, per cui i ragazzi di Morcone potevano andare a Palinuro, ma giammai ad Altilia che “trovasi” in Molise dietro un paio di curve.

Bisogna riprendere la vita di tutti i giorni, con tutti i rischi che devono essere conosciuti ed affrontati con la necessaria prudenza. Per ritornare alla normalità, graduale quanto si vuole, ma comunque efficacemente tesa alla abolizione di qualsiasi disciplina-capestro, è necessario riadattarsi alla coscienza del pericolo e del rischio.

Il fermo di tutte le attività economiche, in primis nell’agricoltura e poi nei servizi e nelle comunicazioni e poi nel settore manifatturiero ha intaccato pesantemente il bilancio economico della collettività: un deficit che sarà pagato in percentuali diverse dai molteplici attori del lavoro, delle professioni, delle relazioni. Dopo il fermo imposto e sostanzialmente accettato, bisogna ripartire con l’intenzione di dover recuperare in tempi ragionevoli il “mancato prodotto”. Non solo gli studenti devono colmare il vuoto, non potendo trovare l’ennesima scusa per ignorare la storia del Novecento; ma anche i salariati avranno tutto l’interesse a portare a casa il frutto di un lavoro straordinario da imputare e idealmente spalmare sulle settimane non lavorate. E’ necessario, insomma, ripartire alla grande sia in quanto attori della produzione, sia in quanto fruitori dei beni e servizi prodotti.

Si usa dire che dobbiamo ripetere il miracolo della ricostruzione post-bellica. Attenzione, però. Quella realtà è irripetibile. Oggi non dobbiamo ricostruire case e strade e ponti. Dobbiamo rimettere in moto quel delicato meccanismo che è la vita di relazione, l’interscambio, il processo di ammodernamento tecnologico. I governanti calcoleranno quanto abbiamo solo accantonato e quanto abbiamo irrimediabilmente perduto. Da ciò dovranno fornire indicazioni, soluzioni e risorse.

Ma - in questo si comprende meglio il parallelo con il dopoguerra - è l’iniziativa privata che deve dare prova di una presenza che negli ultimi anni non si è sempre manifestata. In altri termini, i sussidi sono debiti da restituire, ma il futuro si gioca su un forte incremento della produttività. Continuano a girare frasari di sociologia pauperistica che non consolano più neanche i poveri. Né la fiducia può ritornare se non si allenta la pretesa di un “governo generale della giustizia penale”.

Se abbiamo ceduto molte delle libertà personali nell’emergenza della pandemia, a cominciare da chi scrive le norme per finire a chi le deva far rispettare bisogna fornire ossigeno di libertà a chi fa impresa.

E poi, con la insopprimibile spinta delle parrocchie e della spina dorsale della nostra tradizione cristiana, occorre ripensare alla famiglia, alla sua composizione, alle sue dinamiche, alla sua essenzialità nella costruzione di una società più giusta e più rispettosa dei crediti che vanno riconosciuti agli anziani. E’ stato subito insabbiato, dopo qualche voce dissonante, il documento del personale della Casa di Riposo (usiamo termini desueti) che metteva impietosamente a confronto le proprie insufficienze con la fiducia largamente concessa da familiari bisognosi di bagni di mare.

Fuori da ogni moralismo, è un richiamo molto semplice. Siamo incappati in un errore di valutazione: abbiamo ritenuto che costruire una società immaginata per tutti in buona salute, capaci di andare in palestra e seguire i programmi televisivi del mangiar bene, ci avrebbe tolto ogni pensiero. Sarà il banale virus ad aprirci gli occhi?

MARIO PEDICINI