Scuola, speranze e fiducia In primo piano

Ci fu un settembre che fu definito nero, perché - era il 1970 - favorì la nascita di movimenti terroristici. Qualcuno teme che possa essere nero anche questo che è appena iniziato. Sulla scia dei provvedimenti limitativi di libertà personali e di attività sociali ed economiche, il nostro settembre ci offre due appuntamenti dalla cui puntuale effettuazione dipendono gli scenari dei tempi futuri.

La politica occupa i maggiori spazi nei giornali e nella informazione televisiva, perché il 20 e 21 si vota in tutt’Italia per ratificare col consenso popolare una modifica costituzionale circa la composizione del parlamento. Lo stesso giorno si vota in sette Regioni, compresa la Campania, e in numerosi comuni, nove circa in provincia di Benevento.

Questa complessa consultazione è già messa in preventivo come una resa dei conti per le sorti della politica nazionale: per la tenuta del governo e per le fibrillazioni nei partiti allineati nei due schieramenti tradizionali.

Nessuna difficoltà ad annettere agli esiti del 21 settembre la dovuta attenzione. Ma la volatilità degli umori elettorali è tale da poterci aspettare qualunque esito senza che ciò possa influire più di tanto sulla vita privata. Sì, certo, ci sono stati strappi che nessuno avrebbe mai immaginato (l’uscita volontaria della Lega dal governo e il subentro apparentemente controvoglia del PCI, alleatosi al più fervoroso avversario quale si professa(va) la Lega) ma, contrariamente ai piani di Salvini, ciò ha consentito una sostanziale continuità di governo, non del solo personaggio di Giuseppe Conte presidente del Consiglio.
L’esperienza recente ci consente di affermare che il sistema Italia è così robusto da poter essere attraversato senza drammi da scosse telluriche di ogni magnitudo. Ne è garanzia la disinvoltura come, a casa nostra, si sono smistati rappresentanti politici provvisti di un tal guardaroba di casacche da vestirne e svestire senza rossori di guance.

Ma oltre il sistema politico, è chiamato ad una prova molto più complessa e dagli esiti ancora imprevedibili l’universo scuola-famiglia. Tutto il sistema della formazione delle giovani generazioni è stato pesantemente danneggiato dalla sospensione più o meno totale delle attività didattiche. Nessuna forma di educazione a distanza, sia pure con i più sofisticati apparati elettronici, può sostituirsi alla “comunità scolastica in sito”, quella complessità di relazioni che fanno della scuola una “comunità educante” che interagisce con la più vasta comunità sociale e civile. Se questi termini non sono solo espressioni di un testo di legge, tocca alle famiglie esigere ed offrire il giusto protagonismo. Si sarebbe detto in altri tempi che la scuola è una cosa così seria che non può essere lasciati a presidi e professori.

Proprio per realizzare quel protagonismo della famiglia nelle operazioni più specifiche della protezione verso il Covid 19 e proprio per renderle più efficaci e fluide, bisogna rifarsi ad una cooperazione più intensa. Fin ora famiglie e società hanno lasciato in appalto alla scuola il monopolio della formazione. Non è per sottovalutare il contributo professionale ineludibile della scuola (che farebbe bene a vantarsene un poco di più) che chiamiamo in causa la famiglia e la società politica. E’ forse possibile, con l’urgenza di reperire nuovi spazi, ripensare ad un modello diverso di edificio scolastico? E di organizzazione dei tempi scuola senza le compressioni dei trimestri generosamente invece ridotti a quadrimestri? E a una vera autonomia di ogni istituzione scolastica?

Mi fermo solo all’esempio dell’edilizia. Il modello di edificio è quello di fine Ottocento: corridoi larghi, aule in serie, presidenza e segretaria, laboratori, servizi igienici.

In linea generale un edificio di tal fatta era migliore della generalità delle abitazioni domestiche: la scuola “insegnava” ad usare i “servizi”.

Oggi pochi edifici evitano agli allievi l’impressione di trovarsi, da casa a scuola, in ambienti antiquati. E mi fermo a questa “impressione”.

Perché non pensare allora ad un coraggioso programma di rinnovamento radicale degli spazi dedicati alla formazione delle nuove generazioni? Non solo l’informatica e le diavolerie nelle quali bambini delle materne sono più avanti di tanti docenti, ma proprio la filosofia delle strutture pensate per la finalità educativa che devono svolgere. Non c’è bisogno di andare all’estero per vedere licei nei quali per i momenti di pausa didattica ci sono divanetti e tavolini, o tavoli di ping-pong, o un vero bar. Ma evidentemente non si possono comprimere in cinque minuti le pause!

Basti un ricordo personale. Quando frequentavo le elementari, ricevetti un diploma nel teatro della scuola elementare Mazzini. Sì, sotto la palestra, che da decenni non è utilizzata dalla scuola Mazzini, c’era delle stesse dimensioni una sala-teatro con palcoscenico e poltroncine sistemate in discesa.

Quell’edificio fu progettato e realizzato negli anni Trenta. C’è un edificio paragonabile realizzato, con o senza i soldi della Cassa per il Mezzogiorno, che possa dirsi “educante” come quello?

Augurando con tutto il cuore che l’anno scolastico parta più o meno regolarmente, non c’è tempo da perdere per un programma di reazione alle paure della pandemia. Una vera sfida a viso aperto. Il calo demografico ha liberato e sempre più libererà metri quadrati. Ridisegnare gli spazi per aule più ariose, creare aule didattiche specificamente attrezzate per certe discipline (matematica con una lavagna continua lungo pareti ovalizzate; idem per geografia con cartografie essenziali per orientarsi tra i quattro punti cardinali, educazione fisica in palestre vere e spazi all’aperto attrezzati), arredare con semplicità ma con gusto ed attrezzare gli ambienti di ricevimento o per i colloqui con le famiglie. E poi non avere paura di organizzare in proprio o mediante figure qualificate rassegne di formazione che farebbero affezionare alla scuola gli allievi fin da piccoli. E non consentire mai più che venga proposto un banco a rotelle ma senza uno spazio di appoggio per quaderni, libri e braccia…e schiena dove tenere incatenato un bambino per cinque-sei ore filate.

La pandemia va combattuta in tutte le sue manifestazioni: virologiche, cliniche e demenziali.

MARIO PEDICINI