Anche i ricchi piangono... ma di gioia Società

Rubare ai ricchi per dare ai poveri. Era questo il motto di Robin Hood, sebbene gli storici obietterebbero che più precisamente rubasse ai normanni per dare ai sassoni. Fatto sta che al giorno d’oggi Robin Hood o altri suoi emuli di finzione, come Lupin o Diabolik, incontrerebbero qualche difficoltà nello svolgere la loro non così onesta professione.

Non per carenza di ricchi, sia chiaro, ma più che altro perché i plurimiliardari di oggi non conservano le loro fortune in robusti forzieri, quanto piuttosto in paradisi fiscali; e per derubarli non occorre essere abili scassinatori, ma ingegnosi hacker.

I ricchi sono sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri.

Sembra un luogo comune, ma se andiamo a fare i conti in tasca ai paperoni d’America scopriremo che le fortune di Jeff Bezos, Elon Musk, Bill Gates e Mark Zuckerberg messe insieme sono pari al pil di una piccola nazione. E mentre quasi due anni di pandemia hanno messo in ginocchio milioni di persone in tutto il mondo, il padrone di Amazon dal 2020 ha scalato la classifica dei più ricchi fino a raggiungere il primo posto, grazie al suo sito che consente di comprare online quasi ogni cosa.

La ricchezza in sé non è un crimine, quindi non possiamo certo fare il tifo perché i ladri possano mettere le mani sulle sostanze degli arcimiliardari del web. Ciò che è immorale invece è che questi magnati riescano a tenere i loro averi fuori dalla portata del fisco oltre che dei ladri: con internet realizzano i loro profitti in ogni angolo del globo, ma fissando la sede legale delle loro imprese in stati con regimi fiscali favorevoli, pagano meno tasse di quanto dovrebbero se li si andasse a colpire laddove questi profitti vengono effettivamente realizzati.

Passando dalla delocalizzazione fiscale a quella effettiva, sono sempre più numerose le aziende che spostano non la sede fiscale, ma proprio gli stabilimenti produttivi in paesi dove il costo del lavoro è minore.

In tal modo massimizzano le entrate riducendo i costi, senza curarsi di mandare a casa centinaia di dipendenti, con un effetto domino che a volte riduce in rovina intere comunità. E negli ultimi due anni, da quando i lockdown hanno portato al diffondersi dello smartworking, è nata anche la moda dei licenziamenti di massa tramite videochiamate preregistrate. Così i dirigenti possono licenziare senza nemmeno il fastidio di dover guardare in faccia i lavoratori.

Vi sono poi aziende che impongono ai propri dipendenti contratti capestro, obbligandoli a firmare in anticipo moduli di dimissioni in bianco; oppure inquadrandoli come soci anziché come lavoratori subordinati, scaricando così il rischio d’impresa, che di norma grava sulle spalle dell’imprenditore, sulla forza lavoro. Questi lavoratori soci si trovano così costretti a svolgere turni massacranti senza alcuna garanzia di un salario minimo.

Infine, la nascita dei bitcoin e delle altre criptovalute, che sfuggono al controllo di qualsiasi autorità monetaria nazionale o internazionale, ha reso ancora più difficile rintracciare i capitali illegali.

E se finora le più grandi organizzazioni criminali globali, dalla mafia italiana ai grandi cartelli della droga sudamericani, non hanno ancora convertito le loro fortune in criptovalute, è solo per via dell’estrema instabilità del tasso di cambio di queste ultime.

Stando così le cose, temo che sia da precisare quanto recitava il titolo di una vecchia telenovela: anche i ricchi piangono. Ma di gioia.

CARLO DELASSO