Attenti ai ''biscottini'' Società

Quanto teniamo ai nostri dati personali? Quasi tutti proteggiamo il nostro pc con una password, il nostro smartphone con un pin. L’accesso al nostro conto in banca online è protetto da misure che variano a seconda dell’istituto bancario, ma che devono comunque rispettare standard di sicurezza imposti da normative nazionali ed europee. Eppure, ogni volta che navighiamo in rete, lasciamo in giro informazioni importanti, come se le nostre tasche virtuali fossero bucate.

Ogni volta che visitiamo un sito, il nostro pc scarica un cookie. In inglese significa biscottino, ma è in realtà un file, molto leggero ma fondamentale, che serve al sito per riconoscerci quando lo visiteremo un’altra volta. Grazie ai cookie, i siti internet sanno qualcosa di noi: quand’è stata l’ultima volta che abbiamo visitato quel sito, con quale frequenza lo usiamo, quali pagine abbiamo sfogliato, quali ricerche effettuiamo ogni volta. Grazie a questi cookie, i siti elaborano algoritmi con i quali arrivano in qualche modo a conoscerci.

Questi “biscottini” da un lato sono utili a chi naviga perché consentono di ritrovare facilmente le pagine già viste in passato, ma principalmente servono alle aziende proprietarie delle pagine internet per scopi puramente commerciali: grazie agli algoritmi infatti i siti sono in grado non soltanto di conoscere i nostri acquisti passati, ma in un certo modo anche d’indovinare i nostri futuri desideri. O perlomeno, di darci dei consigli per gli acquisti calibrati sui nostri gusti personali.

Siti come Amazon, eBay, Zalando ed altri, usano algoritmi personalizzati in grado di selezionare per ogni acquirente prodotti simili o comunque compatibili con quelli già acquistati o anche solo cercati, basandosi anche sugli acquisti e le ricerche di altri utenti che hanno comprato o visualizzato gli stessi prodotti. Altri siti, come i social, dove gli acquisti online non sono l’attività principale, si appoggiano invece ad algoritmi meno precisi, che si basano anche sui like e sui commenti. Ecco perché può capitare, ad esempio, che se scriviamo su Facebook, magari in senso ironico, “stasera mi ubriaco”, l’algoritmo potrebbe suggerirci di comprare vini o superalcolici. Non è un caso, ma non è nemmeno un modo per prenderci in giro: semplicemente, gli algoritmi non sono in grado di capire l’umorismo.

Oltre ai cookie, lasciamo briciole dietro di noi ogni volta che usiamo i pagamenti elettronici, sia sui siti di e-commerce che nei negozi reali, ma anche quando utilizziamo le carte fedeltà di supermercati o di altri esercizi commerciali. Queste tessere sono infatti associate ai dati personali che abbiamo fornito al momento della sottoscrizione e dicono molte cose su di noi. Il supermercato dove facciamo abitualmente la spesa può conoscere i nostri gusti alimentari, ma non solo: se acquistiamo prodotti senza glutine, senza lattosio o simili, l’algoritmo potrà dedurne allergie o intolleranze dei membri della famiglia. Se siamo soliti acquistare birra, vini o liquori, conoscerà i nostri vizi. Un domani, il supermercato potrà mandarci inserzioni personalizzate per comunicare offerte sui prodotti che compriamo più spesso.

Ancora più sensibili sono i dati in possesso delle farmacie relativi alle medicine che compriamo, dai quali è possibile dedurre lo stato di salute ed eventuali malattie che affliggono i clienti della farmacia. Se mai un giorno questi algoritmi potessero comunicare fra loro (ma attualmente la legge sulla privacy non lo consente), la farmacia potrebbe suggerire cure per il fegato a coloro che al supermercato comprano troppi alcolici.

Per ora questo è uno scenario ancora fantasioso, ma gli algoritmi sono oggetto di continui miglioramenti. Di pari passo dovrebbero marciare anche le normative sulla protezione dei dati, ma purtroppo ciò non avviene e così gli algoritmi sono ancora animali selvatici sottoposti a ben poche restrizioni.

CARLO DELASSO