Così io decisi di restare a Milano e non fuggire al sud Società

È noto che la prima regione ad essere stata coinvolta dal nuovo Covid19 è la Lombardia. Tra i beneventani trasferitisi a Milano c’è anche chi ha deciso di non scappare, abbandonando la città che gli ha dato il lavoro, per dovere e senso di responsabilità. Abbiamo chiesto ad Antonella Gogliano, 39 anni, da oltre dieci a Milano e attualmente manager di una multinazionale riassicurativa francese con sedi sparse nel mondo, di condividere la sua storia e raccontarci come una capitale europea nel giro di poche ore abbia cambiato volto.

All’inizio nessuno aveva compreso quello che stava per accadere – esordisce con la voce spezzata dall’emozione - Sembrava così lontana da noi questa spaventosa vicenda quando a febbraio ci fu la notizia dei primi due contagi a Roma, una coppia di turisti cinesi che passando per l’aeroporto Malpensa era in visita in Italia da qualche settimana.

Dopo alcuni giorni, le voci sulla diffusione del coronavirus nel nostro territorio cominciavano a diventare insistenti.

Fino a quella domenica del 24 febbraio quando scoppiò l’epidemia a Codogno e fu imposta la quarantena ai paesi del Lodigiano. Non lo dimenticherò mai. Il primo infettato – continua - venne ricoverato all’ospedale milanese Sacco in terapia intensiva.

Ed ecco che quello che inizialmente sembrava un’ipotesi era diventata realtà: il virus era sbarcato nel nostro Paese ed insieme ad esso la paura. Continuavo ad uscire per recarmi al lavoro e proseguire la mia vita in maniera normale ma qualcosa stava già cambiando.

Potevo scorgere lo sgomento negli sguardi di chi incontravo. Nei bar, per le strade, le persone avevano perso la consueta spensieratezza, tutti ci guardavamo intorno con occhio vigile. I tram solitamente affollati viaggiavano vuoti. I supermercati presi d’assalto, l’acqua la prima cosa a terminare negli scaffali; anche le farmacie immediatamente svuotate con la corsa ad acquistare amuchina e mascherine. Presto sono divenuti familiari termini come i DPI, dispositivi di protezione individuale, in genere utilizzati dagli addetti ai lavori come la protezione civile. La situazione è precipitata quando anche un medico del Policlinico risultò positivo al virus. Scattata la quarantena anche nella mia Milano. Il pensiero è volato immediatamente alla mia famiglia.

Che fare? Scappare per tornare a Benevento come tanti meridionali? Certo, ho valutato questa possibilità ma soffermandomi a riflettere ho deciso di restare dove ero. Sì, perché tornare a casa se poteva essere di conforto, al contempo, poteva rappresentare un pericolo per i miei cari e per la mia città natale dove in quel momento il rischio era molto basso. Del resto – prosegue - quando si lascia il proprio nido bisogna essere pronti ad accogliere il bello ed il brutto della città che si è scelti, e vivere in una metropoli come Milano offre molti vantaggi, primo fra tutti l’opportunità di svolgere il lavoro dei sogni ed ora che è ripiegata su se stessa anche io devo fare la mia parte.

Vedere oggi una Milano spettrale fa un certo effetto, con una piazza Duomo deserta dove si scorge solo la Madonnina in oro che domina la città. Sono giorni di silenzio, dove l’unico suono costante è quello delle sirene delle ambulanze e degli elicotteri che passano insistentemente. È vero c’è spazio per noi stessi, per stare con i propri pensieri ma manca la vita di sempre, mancano i rapporti umani, le piccole abitudini come il caffè delle dieci con i colleghi, la palestra, la messa domenicale specialmente con l’avvicinarsi delle feste pasquali.

Ma nonostante le difficoltà la vita deve andare avanti e la quotidianità ha dovuto necessariamente adeguarsi. Ora si lavora da casa, in smart working, l’azienda per cui lavoro probabilmente non era pronta, come la maggioranza delle aziende nostrane perché l’Italia -si sa- è un paese tradizionalista che si apre lentamente alle novità.

Le giornate scorrono tra video-conferenze e video-chiamate, cercando di mantenere costante il rapporto con i colleghi e con i superiori. A supporto dei dipendenti sono a disposizione psicologi ma anche corsi di yoga e di pilates.

La vita si è trasformata, Milano si è trasformata. La città della moda, dei grattacieli, della finanza, dei grandi imprenditori non ha l’aspetto di due mesi fa: gli alberghi a 5 stelle adesso sono ostelli per accogliere i senzatetto e le persone in isolamento domiciliare; i grandi marchi hanno convertito la propria produzione di abiti e accessori di lusso a vantaggio di mascherine e tute protettive da destinare agli ospedali. Ma è giusto che sia così. È il momento di fare squadra”.

Alla nostra domanda su cosa accadrà quando l’incubo sarà alle nostre spalle risponde con tono carico di speranza “Sicuramente dovremo reinventarci, ricominciare daccapo in modo nuovo, impegnandoci a cercare di far emergere da questa esperienza negativa una rinascita.

Senza ipotizzare un futuro troppo roseo ma nemmeno pessimista - continua - stiamo affrontando una prova molto dura che lascerà l’amaro in bocca ma avere fiducia è il motore della vita. L’Italia – conclude- sa essere un popolo meraviglioso e può rialzarsi più forte di prima”.

Alessandra Gogliano