Giuseppe Capuano da giovane litigioso a vescovo dei protestanti Società

A Cervinara, negli anni dell’infanzia, venivamo abituati a porgere il saluto a tutti quelli che, più grandi di noi, incontravamo per la strada. Le regole dell’educazione erano rigide e non ammettevano negoziazioni. Tra i tanti, ogni sera, nella fertile e pianeggiante Valle Caudina, vedevo rientrare in bicicletta, dopo il pesante lavoro nei campi della zona agricola denominata “San Cosma”, un omaccione grosso, monumentale, dallo sguardo austero: Giuseppe Capuano. Al mio rispettoso saluto della buonasera, rispondeva puntualmente e cordialmente, nel mentre rientrava in via Mainolfi dove abitava con la sua famiglia.

Terminate le scuole elementari, durante la processione del Corpus Domini mi sentii inaspettatamente chiamato alla vocazione sacerdotale ed il primo di ottobre 1969 entrai nel Seminario di Benevento. Nel periodo estivo, rientrando in famiglia, rividi nuovamente il notissimo “Zio Peppe” e con immutato rispetto continuai a salutarlo ma con grande sorpresa notai che bofonchiava tra i denti espressioni incomprensibili, con volto amaro e severo. Non compresi il suo mutamento repentino e chiesi spiegazioni ai miei genitori che sciolsero immediatamente l’enigma dicendo: “Ma tu non sai che Zio Peppe è il vescovo dei protestanti e che questi non vedono di buon occhio i preti?”. Capii tutto ma rimasi dispiaciuto perché questo anziano serio e maestoso suscitava in me sincero rispetto e venerazione.

Recentemente sono rimasto gradevolmente sorpreso nel leggere una biografia di cento pagine di Dario De Pasquale su questo pioniere caudino del movimento pentecostale. Un paziente lavoro di raccolta delle testimonianze orali ricostruisce il profilo di un volto per me assai noto. Giuseppe Capuano è un personaggio chiave della diffusione del movimento pentecostale in Italia e appartiene ad una generazione di pionieri che esercitarono la propria vocazione di credenti e di predicatori con impareggiabile dedizione. I limiti culturali e l’umile estrazione sociale non gli hanno permesso testimonianze scritte.

Giuseppe Capuano nasce a Cervinara l’11 febbraio 1898 da Antonio e Maria Grazia Rocca originaria di Bonea e muore a Cervinara il 31 gennaio 1980. Primo di 6 figli, 5 maschi e una donna. Frequenta le prime due classi elementari presso i preti di Cervinara ed inizia a lavorare come carbonaio in età giovanile. Nonostante la rigorosa istruzione religiosa, da adolescente manifesta un carattere irrequieto e ribelle, caratteristica di tutta la sua famiglia. I Capuano sono temutissimi non solo nella loro Cervinara ma in tutta la Valle Caudina.

Di corporatura massiccia e di carattere altruista, risponde alle offese in modo violento, una persona dunque dalle mani facili. Ad Avellino per la visita militare porta con sé una pistola. Tra i 14 giovani che vi si recano fa da capogruppo. Solo lui sa leggere e scrivere. Alla stazione di Atripalda il vetturino accompagnatore manifesta eccessiva severità con loro fino alle frustate. Capuano percosso, estrae la pistola dal cappotto e gli spara. L’uomo finisce in ospedale e muore la sera stessa. Tutti i giovani sono davanti ai carabinieri della locale caserma. Giuseppe per risparmiare il carcere a tutti i suoi colleghi si fa avanti e assume le sue responsabilità. Non sceglie un avvocato per il processo, ma si difende da solo. Il giudice non lo condanna al carcere ma lo invia al fronte. Giuseppe ascolta la sentenza e con baldanza giovanile afferma: “E mandatemi in prima linea, me la vedo io e gli austriaci”. E il giudice sorridendo risponde: “E corri figlio mio, corri”.

Giunto al fronte veneto il 16 gennaio 1917 i comandanti hanno compassione di lui perché privo di ogni istruzione militare, lo incaricano nelle retrovie a portare le vettovaglie e le munizioni ai militari in trincea. Passa l’esperienza della guerra e nel tempo libero si impegna nella lettura di romanzi. Il tenente cappellano, forse di fede valdese, gli consiglia la lettura della Bibbia. Il 4 novembre 1918 le campane suonano a festa, è il giorno della vittoria con la resa dell’Austria. Finita la guerra cerca di tornare a casa ma i carabinieri lo conducono in caserma, accetta la sfida di uno scontro a mani nude col maresciallo che finisce ricoverato in ospedale. Giuseppe viene condotto in carcere per 3 mesi. In famiglia lo pensano morto. Un generale della Corte Marziale residente in Cervinara aiuta la madre nella ricerca del figlio Giuseppe e saputo quanto è accaduto fa sparire il fascicolo e spostare la causa in altro tribunale dove si pensa ad un errore che lo rimette in libertà. Finalmente ritorna a casa.

Molti anni dopo riceve anche una medaglia di riconoscimento per aver partecipato alla grande guerra, insieme al titolo di Cavaliere di Vittorio Veneto. Sorridendo racconta: “E adesso mi hanno fatto pure Cavaliere”. A Cervinara, col cuore assetato di verità, chiede al parroco la Bibbia e questi si rifiuta di dargliela: “Hai poca scuola, non la capiresti”. Come cattolico molto devoto e fedelissimo alla Messa domenicale delle cinque del mattino, si arrende. Nel 1921 si sposa con Teresa Cioffi con la quale ha 10 figli. Anni difficili. Miseria e fame. Prova ad emigrare negli Stati Uniti ma viene arrestato come clandestino. Mussolini limita l’emigrazione. Rimane nel bastimento in arresto e in America non mette mai piede. Rientra in patria col viaggio di ritorno. Giunto a casa inizia l’attività di boscaiolo. Il mestiere lo costringe ad allontanarsi spesso da Cervinara e questo gli permette di conoscere diverse persone che determinano nel 1930 la sua conversione: Aniello Mataluni della chiesa evangelica di Montesarchio e Lo Conte di Trignano, frazione di Ariano Irpino.

A Cicciano collabora col pastore fondatore della chiesa pentecostale Giuseppe Scardino e la moglie Iadanza Nicolina, ogni domenica raggiunge quella comunità attraverso i sentieri di montagna. Il “fratello Capuano” con un pezzo di pane duro in bisaccia e la Bibbia sotto il braccio attraversa campagne e montagne con un cavallo bianco e in seguito con una Fiat Balilla, per evangelizzare. Cervinara, Rotondi, Paduli, Apice, Montecalvo, Buonalbergo, Castelfranco, Casalbore, Bovino, Sannicandro, Montefalcone, Ariano, Airola, Cicciano e Camposano, dal 1940 al 1960, segnano le tappe gloriose del suo generoso ministero di evangelizzazione nel mentre affronta ritrosie, insulti, confronti e scontri senza fine. Viene arrestato più volte per l’Evangelo. Nel 1947 non gradisce la organizzazione del pentecostalismo italiano che conduce alla nascita delle Assemblee di Dio in Italia (A.D.I.), lotta per la libertà e l’autonomia delle chiese locali ed entra nello scontro aperto e nell’incomprensione che negli ultimi anni di vita gli fanno scegliere l’isolamento.

Riconosce nel Vangelo l’unica fonte d’ispirazione. Buono ma irascibile. Fedele ma spigoloso. Tutto però sopporta per l’Evangelo, senza mai risparmiarsi. Recentemente è morto in America il figlio Antonio, mentre il figlio Mosè vive ancora in Svizzera. Attualmente l’A.D.I. sta trasformando un antico caseificio di circa 800 mq nella zona industriale Cardito di Cervinara in un grande Centro Comunitario di Culto e Socio-Culturale-Educativo della Comunità Evangelica. Il rifiuto di un prete cattolico di far dono di una Bibbia hanno trasformato un giovane irrequieto e ribelle in ardente missionario del Vangelo.

PASQUALE MARIA MAINOLFI