Internet e nuove professioni alla ribalta Società

Internet e le nuove tecnologie hanno fatto sì che gli esponenti di certe professioni, una volta destinati a rimanere nell’ombra, salissero alla ribalta; allo stesso tempo sembra che altri lavoratori, fino a poco tempo fa celebri, possano finire in secondo piano.

Un esempio lampante di ciò di cui parlo sono i doppiatori. Negli anni ’50 Emilio Cigoli, voce storica di John Wayne, avrebbe potuto tranquillamente bere un caffè al bar senza che nessuno lo riconoscesse. Oggi invece i doppiatori hanno siti specializzati loro dedicati con schede biografiche, gestiscono blog, pagine Facebook e canali Youtube e godono di un vasto pubblico di appassionati.

Una ribalta mediatica anche maggiore c’è oggi per una professione che fino a una decina d’anni fa neanche esisteva: gli influencer. Persone che usano i social per fare pubblicità a sé stessi e al contempo a svariati prodotti commerciali. In pratica, vip che sono diventati tali indicando ai loro fan quale shampoo usare o quale marca di dentifricio rende i loro denti splendenti. Una fama autogenerata, autoindotta e autogestita, come nemmeno Andy Warhol avrebbe mai potuto immaginare.

Sul fronte opposto abbiamo invece un settore artistico che un tempo si credeva donasse più che la celebrità, quasi l’immortalità. Sto parlando dei musicisti. Se escludiamo divi sulla cresta dell’onda ormai da decenni, come Madonna, o nuovi cantanti saliti prepotentemente alla ribalta da poco, ma con numeri da capogiro (come per esempio Billie Eilish), nel mondo delle note per gli artisti la musica si è fatta triste.

Da quando la musica è comodamente reperibile in rete in qualsiasi momento e con qualunque apparecchio digitale, i supporti fisici sono diventati quasi inutili, un oggetto per collezionisti. Lo dimostra il fatto che nell’anno in corso per la prima volta le vendite dei dischi in vinile hanno superato quelle dei cd. Segno che chi compra materialmente un album, il più delle volte lo fa per avere un cimelio, ma poi ascolta i brani in streaming. Non mi stupirei anzi se molti dei collezionisti di vinili non possedessero neppure un giradischi.

La pandemia di Covid-19 ha bloccato da oltre un anno i concerti in tutto il mondo. E se le vendite degli album non sono più indicative, a stabilire la classifica delle canzoni di maggior successo sono gli ascolti in streaming. Grazie a servizi come Spotify, ognuno può creare la sua compilation mettendo insieme pezzi di artisti diversi, mescolando generi e nazionalità e spesso senza neppure guardare il nome del cantante o del gruppo.

Nelle top ten di Spotify entrano così artisti i cui nomi non direbbero granché nemmeno a una buona parte di coloro che li ascoltano. Si ascolta il brano, non il cantante. E mai come in questo caso, la gloria è fuggevole: in pochi riescono a scalare più volte di file la vetta della classifica, mentre la maggior parte entra in top una volta e poi cade velocemente nel dimenticatoio.

Sono lontani i tempi in cui i Beatles potevano vantarsi, non senza una certa arroganza, di essere più famosi di Gesù. I cantanti delle nuove generazioni dovranno accontentarsi di una lunga permanenza nell’anonimato prima e dopo di una breve parentesi di successo.

CARLO DELASSO